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Dott. Gianandrea Gaiani

“Dobbiamo seguire l’esempio dell’Italia. Tutti gli alleati devono formare un corpo come quello dei Carabinieri, noi compresi”: con queste parole l’ambasciatore statunitense alla NATO, Nicholas Burns, ha sinteticamente espresso il 26 Febbraio scorso a Roma, la valutazione di Washington circa le MSU e i Carabinieri che rappresentano il modello di una Forza di polizia da impiegare nelle missioni all’estero. L’impatto positivo delle MSU ed il significato che questi strumenti al tempo stesso militari e di polizia ricoprono nei Teatri operativi contemporanei sono valorizzati anche in ambito Unione Europea che ha varato già dopo il vertice di Helsinki del 1999 un programma per costituire una Forza di polizia di cinquemila uomini rapidamente impiegabile oltremare. Commentando la costituzione delle nuove Forze di reazione rapida anglofrancesi, strumento militare varato recentemente suscitando non poche perplessità tra i partners europei, un analista britannico ha specificato che “queste Forze sono aperte a contributi di altri paesi e in particolare ai Carabinieri nel settore delle MSU” .

Il concetto di MSU pare quindi destinato a confermare e rinnovare la sua validità, come dimostrano le valutazioni degli stati maggiori delle principali potenze occidentali relative alle sfide da affrontare nell’immediato futuro. Le operazioni “Enduring Freedom” e “Iraqi Freedom” hanno confermato che nessuna Forza militare organizzata in modo convenzionale ha la capacità di fermare o anche solo ostacolare sul campo di battaglia gli anglo-americani e più in generale gli occidentali. Le campagne condotte dopo l’11 settembre hanno ribadito che la vera sfida per l’Occidente non è solo vincere le guerre sul campo di battaglia ma riguarda soprattutto la capacità di mantenere il controllo del territorio dopo la vittoria garantendo stabilità e sicurezza come basi essenziali per la ricostruzione materiale e politica. Molti paesi occidentali, la NATO e l’Unione Europea stanno riorganizzando le Forze militari nazionali e gli strumenti multinazionali (NRF e FERR) per far fronte a scenari caratterizzati soprattutto da: - elevate tensioni sociali, etniche e religiose; - contrasto a Forze avversarie dotate di spiccate capacità di guerriglia e terrorismo; - stretta correlazione con reti eversive internazionali e criminalità organizzata; - intensi traffici illeciti che finanziano e sostengono le attività terroristiche e di guerriglia; - precarie condizioni economiche della popolazione; - possibile presenza di armi di distruzione di massa soprattutto impiegabili ad uso terroristico. Situazioni simili a quelle riscontrate nei Balcani ma ancora prima in Somalia, nel 1993/94, dove l’esigenza di disporre di una Forza di polizia multinazionale emerse con prepotenza soprattutto dopo che i caschi blu dell’ONU (appartenenti per lo più a paesi del Terzo Mondo) evidenziarono l’incapacità a gestire folle di civili impiegate come massa di manovra a Mogadiscio dai “signori della guerra”.

In quel contesto i Carabinieri seppero tra l’altro dare vita a un programma che permise di addestrare e inquadrare una Forza di polizia somala. Pochi anni più tardi nei Balcani la NATO richiese lo sviluppo della MSU denunciando da un lato le difficoltà delle forze armate convenzionali a gestire problematiche di ordine pubblico e dall’altro l’incapacità delle Forze di polizia dell’ONU (IPTF in Bosnia e UNMIK Police in Kosovo) a svolgere un effettivo 202 ruolo operativo nell’ordine e sicurezza pubblica (poco omogenee, composte da elementi di tutto il mondo con differenti culture e procedure, prive di armi, di capacità di deterrenza e di autonomia logistica). Le capacità espresse dalle MSU riguardano sostanzialmente l’attività di polizia (incluse l’antisommossa, l’investigazione e la lotta al crimine organizzato), l’antiterrorismo, le scorte e lo Humint. Se a queste caratteristiche si aggiungono le capacità di autodifesa di tipo militare, l’autonomia logistica e la capacità di addestrare, supportare e affiancare le polizie locali appare evidente che le MSU sono destinate a costituire un assetto fondamentale nei teatri operativi del dopo 11 settembre e negli scenari futuri nei quali l’Occidente sarà presumibilmente coinvolto.

Oltre ai teatri afghano e iracheno, che vedono coinvolti l’Italia e i Carabinieri, è interessante notare come in tutti i paesi ove gli anglo-americani hanno sviluppato forme d’intervento per il contrasto al terrorismo o il supporto ai governi locali siano stati schierati assetti composti anche da elementi della polizia militare (che affiancano Forze speciali, CIMIC e intelligence) così come in molti paesi che hanno aderito alla Coalizione sono stati aperti uffici dell’FBI a sottolineare l’importanza della cooperazione nei compiti investigativi e di polizia per contrastare l’attuale minaccia. Del resto, in un’ottica di lotta globale a un terrorismo già globalizzato, è naturale che strutture di polizia e investigazione debbano essere presenti anche nei teatri operativi più lontani dove in molti casi sono state raccolte informazioni preziose per la cattura di elementi eversivi e la neutralizzazione di cellule anche in Occidente. I teatri di oggi e presumibilmente anche quelli di domani richiederanno quindi la presenza di assetti MSU probabilmente di dimensioni più ampie di quelli impiegati finora nei Balcani a causa delle ampie estensioni territoriali dei paesi interessati dagli interventi, caratterizzati da forti differenze etnico/religiose su scala regionale, dotati di infrastrutture e vie di comunicazione precarie, nei quali occorrerà garantire copertura ampia e omogenea soprattutto in presenza di minacce difficilmente localizzabili e distribuite sul territorio. In Iraq i rapporti della CJTF 7 a Baghdad evidenziano da tempo la necessità di disporre di Forze in grado di gestire con professionalità problemi di ordine e sicurezza pubblica e di antiterrorismo.

Gli Stati Uniti stanno rispondendo a questa sfida utilizzando gli strumenti a loro disposizione: la rotazione dei reparti prevede di schierare in Iraq unità più leggere e in particolare marines, istituzionalmente addestrati alle operazioni in ambiente urbano e al contrasto a folle di civili e che non a caso hanno guidato il programma interforze per l’acquisizione delle Armi non Letali. Washington è consapevole dei limiti delle forze nazionali nel settore dell’ordine e sicurezza pubblica e si è infatti rivolta ai Carabinieri per mettere a punto un piano di riorganizzazione della propria polizia militare anche con funzioni antisommossa. Programmi analoghi sono in corso anche in molti paesi dell’est europeo. All’inizio della fase di stabilizzazione in Iraq dal Pentagono emerse l’ipotesi di costituire intorno ai Carabinieri una forza di polizia della Coalizione e la stessa valutazione venne avanzata da Londra su scala limitata alle competenze territoriali della Divisione Multinazionale Sud Est, della quale fa parte anche il contingente italiano. Entrambe le richieste non ebbero seguito sia a causa di valutazioni politiche nazionali sia per le limitate forze che i Carabinieri potevano schierare in teatro.

Eppure lo stesso attentato di Nassiryah ha evidenziato tragicamente l’importanza delle MSU e può essere letto come la volontà dei terroristi di colpire non solo gli italiani ma in particolare i Carabinieri, che con la capillare attività di supporto alla polizia locale e prevenzione e contrasto di ogni attività illecita hanno ostacolato le iniziative dei gruppi eversivi mantenendo, con le loro basi, una presenza costante e tangibile nel cuore della città di Nassiryah. L’ampliamento degli organici delle MSU costituirà quindi una sfida importante e al tempo stesso l’opportunità per consolidare lo sviluppo di un assetto multinazionale dotato di dottrina e procedure comuni. Pur composte da polizie militari del tipo “gendarmeria” che hanno in comune cultura, procedure e formazione, le MSU si prestano all’occorrenza ad impiegare anche unità militari convenzionali specificatamente preparate dal momento che oggi molti eserciti (incluso quello italiano) curano l’addestramento all’ordine pubblico dei propri reparti.

Le MSU possono avere un impatto decisivo sul teatro operativo, ovviamente poste all’interno di un ampio dispositivo militare, ma la loro efficacia dipende soprattutto dall’inserimento nella catena di Comando e Controllo alle dipendenze dirette del vertice militare di teatro, il Comandante della Combined Joint Task Force, come è accaduto in Bosnia e Kosovo. 204 4a SESSIONE - PROSPETTIVE Una collocazione che ha garantito alla MSU la capacità di operare nel suo settore specialistico con ampia autonomia, su tutto il teatro, al di fuori da condizionamenti. In Iraq la MSU (composta da Carabinieri italiani e polizia militare portoghese e rumena) opera solo nella Provincia del Dhi Khar e alle dipendenze della Brigata italiana, quindi con un’autonomia ridotta che ne ha in molti casi limitato l’impiego in funzioni specialistiche soprattutto nei primi mesi dell’Operazione “Antica Babilonia”. In alcune occasioni a più di un osservatore è parso che vi fosse una vera e propria “rivalità” tra Esercito e Carabinieri nella gestione delle operazioni di pubblica sicurezza, soprattutto durante manifestazioni di piazza e negli assembramenti registratisi in occasione dei pagamenti delle pensioni o delle retribuzioni agli ex militari iracheni.

Rivalità peraltro difficilmente comprensibile ad un osservatore esterno dal momento che le MSU hanno capacità specifiche che costituiscono un’importante pedina per i contingenti militari posti a presidio del teatro operativo, senza certo poterli sostituire. In futuro, su teatri estesi come Iraq e Afghanistan potrebbe essere impiegata una struttura di proiezione a livello brigata (già prevista per la Seconda Brigata Mobile dei Carabinieri) alle cui dipendenze opererebbero unità a livello Reggimento/Battaglione schierati a coprire le regioni assegnate ai comandi di divisione. Se applicassimo questo schema al Teatro iracheno avremmo un comando Brigata MSU a Baghdad, inserito nella CJTF-7, dalla quale dipenderebbero quattro reggimenti/battaglioni MSU posti a disposizione dei comandanti delle divisioni che coprono l’intero Iraq con il risultato di avere una maggiore omogeneità nelle attività investigative, di intelligence e di contrasto alla minaccia terroristica e standardizzazione nella formazione delle forze di sicurezza locali. La sensibilità che gli anglo-americani mostrano nei confronti delle MSU consente inoltre all’Italia e più in generale all’Europa di disporre di una pedina di grande rilevanza anche in campo politico poiché ci consente di coprire l’unica grande carenza di tipo militare dei nostri più importanti alleati. Questo aspetto credo dovrebbe essere tenuto in maggiore considerazione negli ambienti politici.

In un’epoca che vede gli anglo-americani muoversi ai limiti dell’unilateralismo, forti non solo delle loro capacità militari ma anche della loro determinazione politica, uno strumento esclusivo e prezioso come le MSU rappresenta per l’Italia e l’Europa una carta di grande valore da spendere nei rapporti con gli alleati sulle due sponde dell’Atlantico. Alla luce di queste considerazioni, che riguardano la nostra capacità di produrre sicurezza e stabilità su scala globale, concludo con due auspici. Da europeo, mi auguro che possa affermarsi una crescente integrazione multinazionale delle MSU come parte qualificata del contributo del Vecchio Continente alla soluzione delle crisi. Da italiano, auspico inoltre che lo sviluppo degli strumenti di gestione dell’ordine e sicurezza pubblica nei teatri operativi contribuisca a consolidare, e non a minare, lo spirito interforze.


(*) - Direttore responsabile di Analisi Difesa.