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Prof. Andrea Margeletti

Sono trascorsi ormai quindici anni dalla fine dell’era della contrapposizione fra i blocchi e il mutamento della natura dei conflitti, seppur di per se stesso configurabile come evento proteiforme, dovrebbe rappresentare un problema metabolizzato o, perlomeno, in via di metabolizzazione da parte di coloro i quali si occupano di interventi militari in aree di crisi e di nation building. Prescindendo da disquisizioni sull’asimmetria dei conflitti, in atto o potenziali, possiamo concentrare da subito l’attenzione sul tema dell’intervento di Forze preposte al controllo del territorio e, di risulta, alla stabilizzazione nell’immediatezza dell’inizio del processo di nation building. Siamo di fronte ad una fase delicata, dove si manifesta nella sua interezza la peculiare caratteristica dei conflitti non più tradizionali dell’era post-industriale. Conflitti che, nelle loro dinamiche, vedono le popolazioni civili coinvolte in prima persona. La tipologia “irregolare” delle Forze contrapposte sul terreno richiede un approccio meno convenzionale al problema della stabilizzazione intesa in tutti i suoi aspetti.

La storia dei conflitti insegna che molto spesso la componente combat delle armate dirige il proprio sforzo verso il centro di gravità del potenziale politico-militare avversario. In Iraq le truppe anglo-americane hanno condotto una campagna terrestre tutto sommato breve, lanciandosi alla conquista della capitale Baghdad. Le cronache di quei giorni testimoniano di attacchi portati alle colonne logistiche alleate da Forze prevalentemente non convenzionali formate da miliziani baathisti e gruppi di fuoco organizzati dai servizi segreti di Saddam. In questi casi ne consegue che, guerra durante, le retrovie debbano essere controllate in maniera pervasiva, in guisa di eliminare la fonte del problema, la guerriglia. La riduzione degli spazi di manovra della guerriglia e, conseguentemente, dell’instabilità a livello di teatro, è un obiettivo conseguibile mediante un rapido ritorno a normali livelli di sicurezza e vivibilità delle aree interessate dal fenomeno. Ma la distrazione di intere unità combat dalla linea del fronte, al fine di rendere maggiormente sicure le arterie di comunicazione e afflusso logistico delle retrovie, riduce la pressione esercitata contro il dispositivo avversario, allungando i tempi del conflitto.

Le esigenze non sono però conciliabili. Le guerre moderne combattute dai paesi occidentali non possono prescindere dal fattore tempo. Esso influenza pesantemente il consenso dell’opinione pubblica all’impiego o meno dello strumento militare condizionando le operazioni militari condotte sul terreno. Uno sforzo bellico prolungato, eccessivi danni collaterali e, soprattutto, ingenti e continue perdite di soldati conducono alla perdita del favore della popolazione al perseguimento degli scopi politici prefissati attraverso la forza. È dunque prioritaria la rapida transizione da una situazione di war ad una di nation building. Questa può iniziare già durante le fasi centrali del conflitto con la pacificazione delle zone sotto controllo militare. Ma a questo punto, forti delle prime lessons learned da “Iraqi Freedom”, va rivisto l’approccio al problema. Oggi appare evidente agli occhi di tutti che le forze terrestri debbano essere strutturate su una componente combat ed una concepita specificatamente per la stabilizzazione e la ricostruzione.

Il nation building diviene parte integrante della pianificazione dell’operazione nel suo complesso, non un capitolo avulso che trova una sua dimensione soltanto al termine del conflitto. Trattando direttamente la questione dal punto di vista italiano, va rilevato che, lasciando all’Esercito il ruolo propriamente combat, si rende necessario il rinvenimento in altre componenti della Difesa di nuove professionalità che favoriscano il nation building mantenendo una stretta aderenza con la componente combat. Attualmente questa risulta come una scelta indefettibile. Va da sé che la fluidità delle dinamiche belliche non consente l’afflusso in teatro e la piena operatività delle ONG. Ci vogliono ancora militari in grado di autodifendersi e difendere la popolazione civile. Ma questi militari dovranno vestire i panni degli amministratori pubblici e degli erogatori dei servizi di prima necessità, contribuendo in difficili contesti ambientali a dare avvio alla ripresa di pur minimi, ma essenziali, livelli di normalità nel quotidiano. Livelli di sicurezza generale e stabilizzazione sono fattori strettamente interdipendenti.

Ad un miglioramento della qualità della vita della popolazione civile corrisponde quasi sempre una riduzione degli spazi di manovra delle Forze antagoniste (si legga: la guerriglia e/o i terroristi). In precedenza abbiamo parlato della necessità di impiego di militari, ma nel minor tempo possibile anche di agenti di polizia (sul tipo di quelli inseriti nelle MSU), anche e soprattutto al fine di formare corpi locali destinati al mantenimento della sicurezza e dell’ordine pubblico. Le MSU rappresentano dunque la componente sicurezza dei “pacchetti di stabilizzazione” articolati su servizi, giustizia, comunicazioni. Come ampiamente dimostrato nei Balcani (in Bosnia Erzegovina e in Kosovo) la MSU, formata da Carabinieri italiani e altre componenti di polizia militare, è in grado di esplicare al pieno le funzioni di polizia di sicurezza e investigativa attraverso l’impiego in teatro di elementi caratterizzati da notevole professionalità è agli occhi di tutti la facilità con cui nel corso delle loro attività istituzionali i Carabinieri si confrontano con il tessuto sociale di quelle regioni.

Gli ottimi rapporti con i locali e i risultati operativi conseguiti sono indice della intensa produzione di sicurezza, fruita in un secondo tempo dalle popolazioni stesse e financo dai contingenti di pace SFOR e KFOR. Pur mantenendo i pacchetti di stabilizzazione organicamente dipendenti dal land commander, le MSU dovrebbero implementare il loro ruolo articolandolo sulla pluralità delle nuove incombenze. Questo però imporrà profonde trasformazioni sul piano della formazione e dell’addestramento degli elementi destinati alla funzione stabilizzatrice: un proprio centro di addestramento nel quale venga sviluppata una linea dottrinale da applicare nel corso delle missioni CRO/PSO, onde evitare prelievi di personale dell’Arma dall’Organizzazione Territoriale, con tutto ciò che ne consegue in termini di differenti metodologie di svolgimento dei servizi. Le aperture di pensiero frutto delle esperienze maturate in teatro costituiscono una importante base sulla quale potrà avvenire una proficua capitalizzazione. Ora si tratta di dedicare risorse al progetto, mantenendo costante il confronto dialettico con le altre Forze armate, nella consapevolezza del fatto che allo stato attuale il Paese non può permettersi, e per questo mal comprenderebbe, inutili e dispendiose duplicazioni.


(*) - Direttore dell’Istituto di Studi Geopolitici.