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  • N.3 - Luglio-Settembre
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Libri e Riviste

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Maurizio Bortoletti

Il rifiuto dei rifiuti. Scanzano Jonico e la sindrome Nimby

Edizione Rubbettino, 2004, pagg. 138, euro 10,00

…. non serve a nulla. La vera sfida che attende l’umanità è quella di trovare un modo di crescere in modo sostenibile, salvando il proprio futuro. Proteste quali quelle di Scanzano Ionico o come quelle che si ripresentano ciclicamente in Campania, non servono a nulla. Anzi, rischiano di complicare la soluzione del problema perché scaricano i “costi” sulle zone e sulle popolazioni più deboli: c’è un problema di rifiuti, mandiamoli in Africa grazie alle cd. ecomafie; ci sono scorie nucleari, mandiamole in Russia come è avvenuto fino al divieto imposto da Putin. Nimby - Not in my Back Yard, non nel mio giardino - e Banana - Build Absolutely Nothing Anywhere Near Anything, non costruire comunque nulla da nessuna parte - sono l’esaltazione di un localismo che illude, mentendo sulle possibilità di porre dei confini geografici all’inquinamento. È sufficiente pensare alla produzione di energia attraverso le centrali nucleari francesi localizzate a pochi chilometri dai nostri confini. Per questo, si afferma che un ambientalismo che dice sempre no, non è utile a nessuno. Da qui il tentativo di mettere qualche punto fermo tra facili allarmismi e pericolose previsioni che si susseguono ininterrottamente, sui quotidiani e sui media, rendendoci familiari termini quali mutamento climatico, effetto serra, buco nell’ozono, scioglimento dei ghiacciai, sovraffollamento del pianeta, … se, per incanto, ogni riga scritta sui cambiamenti climatici fosse valsa a ridurre di un solo grammo l’emissione di CO2 (che più ne sono responsabili) il problema per l’umanità potrebbe dirsi facilmente risolto. Anzi il profluvio di pagine dedicate a questi temi - Google ne elenca 4 milioni e 730 mila - sembra aver contribuito ad ampliare l’incertezza sulle relazioni causali che ne sono all’origine e sugli effetti che ne potrebbero derivare. Da qui, in un momento di emergenza tecnica e politica, che sembra attanagliare le politiche pubbliche in materia ambientale, il tentativo di individuare un percorso che consenta di implementare uno sviluppo dai benefici diffusi, ma dai costi sociali ed ambientali spesso fortemente concentrati.


Sergio Romano

I Confini della storia

Rizzoli editore, 2003, pagg. 442, euro18,50

Il prestigioso opinionista, ambasciatore Sergio Romano, spettatore privilegiato dei fatti del mondo più incidenti nella storia dello scorso secolo, grazie alla sua attività di diplomatico acuto ed intraprendente, offre questa volta un’analisi che tende più delle altre a pervenire ad una visione dei fatti che ne colga gli aspetti più emblematici sotto il profilo del condizionamento e della loro incidenza. Molto interessante la prospettiva che egli fornisce, suddividendo la ricerca storica, dal punto di vista concettuale, in storia ideologica e storia deterministica, entrambe impostazioni che si riflettono sulla maniera di raccontare e divulgare i fatti: la prima come analisi della storia attraverso la lente interpretativa dell’appartenenza dello storico, la seconda come laica e razionale ricerca e divulgazione dei dati. La intransigenza puritana della prima e la tolleranza illuminata della seconda, sapientemente mescolate, potrebbero assicurare un risultato storicistico di apprezzabile spessore. Non manca, nella trattazione, qualche incisivo - e talvolta ironico - accenno alle recenti polemiche circa l’adozione dei libri di testo per le scuole italiane, a seguito della polemica insorta recentemente attorno alla evidente impostazione unilaterale dei testi fin qui scelti, che certamente non aiutano i nostri giovani ad assimilare serenamente origini e vicende della identità nazionale. La esigenza di cogliere i tratti di una storia europea, quale fondamento di una condivisa identità comunitaria, costituisce uno dei passi più interessanti del testo; in questo ambito l’A. mette a confronto i vari tentativi che sono stati intrapresi, peraltro infruttuosamente, a partire dal II dopoguerra, nella direzione di trarre dai fatti e comporre nella storiografia gli elementi unificanti di una probabile tradizione europea: troppe le differenze e diverse le istanze che ne sono emerse, talché viene naturale propendere verso una coesione che riguardi i programmi futuri solamente, e lasci da parte le tante diversità che attengono al passato. La casualità della storia, che altro non è che la ricerca del probabile, cioè della storia fatta con i se, fornisce una appassionante finestra sul passato che sarebbe stato. I pezzi della storia, i fatti cioè apparentemente insignificanti che traggono ragione da lontano e che hanno impegnato soverchie energie politiche e militari, ricevono dall’A. spiegazione attenta ed originale. Nel testo ritroviamo inoltre il riferimento a fatti e personaggi specifici che, spesso trascurati dalla ufficialità, ben altra attenzione meriterebbero per il peso che hanno avuto nella direzione degli avvenimenti. Il libro è piacevole, accattivante, ma soprattutto è lo strumento giusto che offre la chiave per accedere ad altri approfondimenti.

Ten. Col. CC Luigi Cortellessa


Fortunato Minniti

Il Piave

Il Mulino, 2^ ed. 2003, pagg. 148, euro 10,50

Il Piave è un nome la cui capacità evocativa non risente del logorio temporale: sopravvive al mutamento sociale, le epoche cercano di adattarlo alle esigenze del momento, le stagioni della politica sembrano non poterne fare a meno, la storiografia non lo tralascia. Ma soprattutto - ciò che più conta - gli Italiani ne condividono l’alto valore simbolico e lo fanno proprio per la sua innegabile capacità di far vibrare le corde, anche le più dure, del cuore patriottico di ciascuno. Il Piave, come sostiene l’Autore - Insegnante alla III Università di Roma, uno che spiega la I Guerra Mondiale parlando insieme della trincea e del fronte interno, del fulgore eroico e della tragedia - è insieme fiume, battaglia e canzone. Il fiume, per lunghezza e luoghi lambiti, già di per sé rappresentò l’estremo baluardo della italianità dopo l’ora tragica di Caporetto; le sue acque, secondo l’affascinante penna di Minniti, furono protagoniste di eventi che, concatenati da circostanze talvolta impreviste, segnarono per sempre la storia del Paese. Ed ancora, il Piave, come luogo geografico, saldandosi al suo comprimario naturale, il Grappa, servì a materializzare la linea difensiva sulla quale si saldò il nostro Esercito, stanco e demoralizzato dopo la rovinosa ritirata dell’ottobre-novembre 1917. Il Piave servì a sublimare la religione della Patria, tanto che i fanti, sulle sue amate sponde, si bagnavano proprio con quelle acque prima di segnarsi con la Croce, sapendo di incamminarsi verso il sacrificio. Il Piave è battaglia, anzi le battaglie: prima quella di arresto, poi quelle che portarono all’offensiva che, sotto il nome aulico di Vittorio Veneto, condurrà alla vittoria finale. Nelle battaglie legate al fiume si rinsaldarono le ultime energie nazionali, che regalarono al Paese una irripetibile coesione tra uomini nella trincea e fronte interno. Il Piave è canzone, anzi la Leggenda, quella della commozione interclassista, che non conosce divisioni ideologiche perché la Canzone del Piave in ogni famiglia italiana innesca ricordi e rivisita la partecipazione di almeno un figlio a quella grande avventura nazionale. Fu la fantasia di uno stravagante ufficiale postale napoletano, E.A. Mario, a partorire questa canzone, con quelle suggestive note, che struggono e che fanno immaginare gli immani assalti e le aspre fatiche della trincea. Intercettando la posta militare e cogliendo i sentimenti dei soldati al fronte, vergò su carta postale le prime parole di questa stupenda poesia alla Patria; la mandò al fronte tramite un suo amico che si dilettava di musica e da allora la Leggenda fu l’adrenalina per l’ultimo slancio. La Leggenda del Piave, ancora oggi, è patrimonio condiviso di tutto un popolo: tutto questo c’è nel libro di Minniti, agevole nella lettura ed appassionante nei ritmi, altrettanto compiuto nella ricchezza storiografica, talché una sua diffusione nelle Scuole Militari non guasterebbe.

Ten. Col. CC Luigi Cortellessa


Gianni Oliva

Le tre Italie del 1943

Arnoldo Mondadori Editore, 2004, pagg. 112, euro 12,00

Lo scrittore Gianni Oliva, studioso del Novecento ed autore, tra l’altro, di una interessante “Storia dei Carabinieri” (2002), con il libro “Le tre Italie del 1943” ci offre una lettura originale di quanto avvenne tra l’8 settembre del 1943 e il 25 aprile del 1945, tentando di fare chiarezza su quei tragici eventi che continuano, a sessant’anni di distanza, a segnare la nostra vita politica e culturale. All’indomani dell’8 settembre, data che segna il “vuoto istituzionale per la totale mancanza di certezze, riferimenti ed indicazioni” gli Italiani furono chiamati a compiere delle scelte di campo, costituendo di fatto non due ma tre Italie: l’Italia della “rottura”, protagonista della lotta resistenziale, l’Italia della “continuità”, che trovò espressione nella Repubblica di Salò, e l’Italia della “zona grigia”, quella cioè della maggioranza attendista che non volle compromettersi con nessuna delle parti in lotta, sperando solo nell’arrivo degli alleati. Le ragioni etico-culturali delle scelte opposte di rottura resistenziale e di continuità fascista, sostiene l’autore, riconducono al tema della “pacificazione”, proposto autorevolmente nel 1996 dall’allora presidente della Camera e ripreso recentemente dallo stesso Presidente della Repubblica. Il filo conduttore del ragionamento è coerente: alla base delle scelte operate nel 1943-45 c’era la convinzione di essere dalla parte giusta, di difendere comunque la propria Patria. Per il fronte antifascista, la difesa della Patria avveniva sul terreno della rottura e del rinnovamento politico-culturale; per il fronte fascista, su quello della continuità con l’educazione ricevuta dal regime. A questo punto l’autore si chiede: quanti furono coloro che si schierarono tra le file della lotta resistenziale e quanti coloro che fecero la scelta della Repubblica Sociale? Ricorrendo ai dati raccolti da Renzo De Felice, il numero degli individui coinvolti nell’una e nell’altra parte dello schieramento, ammontava approssimativamente a circa 3-4 milioni rispetto ai 46 milioni di persone che abitavano allora l’Italia. È questo il dato significativo che Gianni Oliva vuole mettere in evidenza e su cui incentra le sue interessanti considerazioni. La tesi dell’autore, in linea con quella di De Felice, è che in sede storica non è più sufficiente ridurre le vicende del biennio 1943-45 alla contrapposizione armata tra fascismo e antifascismo; bisogna, invece, tener conto dell’Italia della zona grigia, ignorata dalla ricerca ma largamente maggioritaria, impossibile da classificare socialmente ed espressa trasversalmente da tutti i ceti, dalla borghesia alla classe operaia. Si tratta, in sintesi, dell’Italia dell’attendismo, del disimpegno, della sostanziale estraneità se non di rifiuto nei confronti della RSI che della Resistenza. È l’Italia del “primum vivere”, dell’obbedienza, delle adunate di regime e delle sfilate liberatorie a fianco degli Anglo-Americani. È con questa terza Italia che oggi la nostra memoria collettiva deve fare i conti. I venti mesi della Resistenza costituirono solo per una piccola parte del Paese l’occasione per prendere coscienza del proprio passato e per avviare un processo di rinnovamento politico e civile; ed ancora l’esame critico delle vicende trascorse, delle complicità e degli interessi che contraddistinsero il Ventennio non caratterizzò la totalità del Paese. Il 25 aprile, quindi, conclude l’Autore, anziché diventare un punto di partenza per un ripensamento della nostra storia, si è trasformato in un evento conclusivo attraverso cui un’intera Nazione e la sua classe dirigente si sono “autoassolte”, lasciandoci in eredità alcuni “nodi” irrisolti intorno ai quali l’Italia ancora oggi si divide.

Magg. t.ISSMI Rosario Castello


Sergio Romano

Europa. Storia di un’idea dall’impero all’unione

Longanesi & C., 2004, pagg. 227, euro 15,50

In questo libro l’Autore racconta, con semplicità di linguaggio, linearità e capacità di sintesi, pregi questi da tempo oramai sperimentati, la storia dell’Europa, dalle sue origini ai nostri giorni, per pervenire al tema centrale del suo messaggio costituito dalla speranza di una effettiva integrazione europea, nella personale supposizione che solo l’Unione Europea, alla stregua di un rinnovato Sacro Romano Impero, possa rappresentare, di fronte al declino dei vecchi Stati d’Europa, dall’Atlantico ai confini della Russia, “un soprassalto di fierezza e di orgoglio” per i popoli che la abitano. Il libro si compone di tre parti. La prima è un quadro geografico e culturale del continente, alquanto interessante, che prende le mosse dalla preistoria dell’Europa (35.000 anni fa) per analizzare i primi insediamenti umani, l’ambiente climatico, le migrazioni, la religiosità, le lingue (tutte appartenenti ad un comune ceppo indoeuropeo), le “tecniche europee” intese non solo come accorgimenti per risolvere problemi materiali ma anche quelli dell’organizzazione sociale e della convivenza civile, l’influenza (all’epoca del neolitico) di società più sviluppate del vicino oriente e dell’Asia Minore, la civiltà greca e quella romana, il Cristianesimo. Con molta approssimazione, dice l’Autore, si potrebbe dire che l’Europa ha tratto dalla Grecia le proprie categorie intellettuali e il sentimento della partecipazione popolare al governo della cosa pubblica, da Roma l’organizzazione dello Stato, l’amministrazione della giustizia e la capacità di trasformare una società rurale in una società di guerra per il perseguimento di fini collettivi. La seconda parte è una rapida storia degli Stati nati in Europa dopo il crollo dell’impero romano e dei mezzi con cui i loro fondatori cercarono di renderli stabili e forti. In particolare, l’autore, dopo aver brevemente analizzato la storia dell’impero di Bisanzio, di quello Carolingio, del Sacro Romano Impero e dei suoi rapporti con la chiesa di Roma (caratterizzati dalla “lotta per le investiture”), passa a trattare la nascita degli Stati moderni, intorno alla metà del 1400 (quello francese, inglese, spagnolo, austriaco), Stati in un primo momento legittimati dalla chiesa romana e, dopo la riforma protestante degli inizi del cinquecento, dalla “ragion di Stato”, concetto questo introdotto per la prima volta dal Machiavelli ed affermato definitivamente con i trattati di Vestfalia, dopo la guerra europea dei trent’anni. L’escursus storico, continua, sempre in maniera agile e coinvolgente, con l’esame della rivoluzione francese, dell’epopea napoleonica, della restaurazione, della rivoluzione industriale, dell’espansione coloniale, fino ad arrivare alla prima ed alla seconda guerra mondiale. Quest’ultima guerra, sostiene l’Autore, fu certamente il primo conflitto della storia d’Europa da cui non uscì vincitore nessuno degli Stati collegati direttamente o indirettamente, con il sistema imperiale costruito da Carlo Magno: l’Europa che ne derivò parve il protettorato condominiale di due potenze, di cui una, l’America, non europea e l’altra, l’URSS, che aveva in Europa soltanto una parte del suo territorio. La terza parte, sostiene l’Autore, è un capitolo ancora aperto: è il racconto dell’integrazione europea dalla fine della seconda guerra mondiale alle nuove prospettive che si profilano all’orizzonte, nonostante incertezze, difficoltà ed ipocrisie. Lo Stato europeo, conclude l’Autore, è un cantiere dove non si è mai smesso, da Carlo Magno in poi, di costruire, demolire e ricostruire ed è tuttora un continente aperto perché ha, al suo interno, frontiere climatiche, etniche, linguistiche, culturali, politiche e religiose. Ma è anche una grande famiglia, unita da uno straordinario intreccio di eredità, tradizioni, esperienze comuni. La sua unità, continuamente sognata e auspicata non sarebbe soltanto la realizzazione di un ideale: sarebbe anche e soprattutto l’unica scelta capace di garantire la continuità della sua storia.

Magg. t.ISSMI Rosario Castello


Andrew Sinclair

Storia del terrorismo. I volti della storia

Newton & Compotn Editori, 2003, pagg. 319, euro 16,50

Il saggio di Andrew Sinclair, affermato storico inglese, nonché regista ed autore di romanzi, esplora brillantemente il pensiero ed i metodi del terrorismo e dimostra come la strategia del terrore non abbia mai perso la sua efficacia ed abbia sempre accompagnato la storia del genere umano sin dall’antichità, dai tempi della distruzione di Cartagine per mano dei Romani all’attacco delle Torri Gemelle per arrivare ai nostri giorni. L’unica differenza è che le moderne tecnologie permettono lo sterminio di decine di milioni di persone invece delle decine di migliaia di vittime causate dagli antichi strumenti di distruzione. A giudizio dell’autore, il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti ha inadeguatamente descritto il terrorismo, definendolo “l’uso illegale o la minaccia di uso di forza o violenza contro cose o persone, limitando e intimidendo governi o società, spesso per raggiungere scopi politici, religiosi o ideologici”. Questa definizione per il nostro autore non è esaustiva perché esclude “la brutalità di Stato” praticata sin dai tempi dell’Impero Romano attraverso la schiavitù, i genocidi di Hitler, Stalin e Polpot. Il terrore, quindi, non ha limiti e manca di una definizione esauriente. Quello che è certo è che il terrore si misura in proporzione alle vittime provocate e non in ragione della sua causa. Dopo questa considerazione iniziale, l’autore, attraverso una meticolosa ricerca storica ed una analisi approfondita, analizza l’uso atroce dell’arma del terrorismo e tratteggia le figure dei c.d. filosofi del “terrorismo di Stato”, da Machiavelli a Robespierre, da Lenin a Hitler. Passa poi in rassegna gli avvenimenti storici caratterizzati dal terrore, dedicando a ciascuno di essi un capitolo del suo saggio, nel supposto che nessun resoconto sul terrorismo può essere esaustivo: dall’orrore delle crociate alle guerre religiose in Francia, dal culto dei Thug alle società segrete in Cina, dall’anarchia del Far West al Ku Klux Klan, dai Giacobini ai Bolscevichi, dagli orrori della Prima e della Seconda guerra mondiale al terrorismo di Stato, dal confronto arabo-israeliano ai campi di sterminio in Asia, dal terrore etnico al ritorno della guerra santa. Ne consegue un interessante ed avvincente resoconto storico di fatti cruenti e drammatici, spesso non raccontati nelle “storie ufficiali”, scritto in maniera fluida e brillante.

Magg. t.ISSMI Rosario Castello


Delia Frigessi

Cesare Lombroso

Einaudi editore, 2003, pagg. 425, euro 34,00

L’Autrice ha già pubblicato e curato insieme ad altri due studiosi, un libro di raccolta degli scritti lombrosiani (Delitto genio follia. Scritti scelti di C. Lombroso 1995 Bollati Boringhieri). L’attività di Lombroso inizia e si snoda nel confronto tra le diverse correnti filosofiche per creare una rete attraverso la quale rende partecipi varie e molteplici figure di antropologi, psichiatri, giuristi, sociologi, letterati e scrittori delle problematiche del crimine, del genio, della follia e sul loro ruolo nella storia. L’Autrice mette in evidenza altri aspetti della vita di Lombroso poco noti, quali ad esempio, la sua esperienza di medico militare in qualità di volontario nell’esercito italiano durante la III Guerra d’Indipendenza e successivamente la partecipazione ad un ciclo di operazioni di tre mesi in Calabria, nella campagna contro il banditismo. Il percorso scientifico di Lombroso si intreccia con lo sviluppo del Positivismo e con la conseguente nascita della “nuova scuola di diritto penale”. La Frigessi delinea chiaramente anche le relazioni che Lombroso mantenne con Ferri, Turati, Colajanni e via dicendo e le sue posizioni in merito ai principi socialisti e alle idee evoluzionistiche. Il libro affronta in maniera puntuale i percorsi della psichiatria, il confronto con l’antropologia criminale e le varie posizioni e scontri che ne derivano, sempre centrando l’attenzione su Lombroso e su i suoi scritti che testimoniano una continua maturazione ed approfondimento degli studi. Particolare attenzione viene dedicata anche alla cura dello studioso verso il “genio, arte «pazzesca» e degenerazione” e “la razza e gli spiriti”, percorso complesso dell’analisi condotta sulla razza e i comportamenti sociali. In sintesi, si deve riconoscere che il volume ben rappresenta la sintesi di un lavoro articolato, lungo e approfondito, che riesce a trattare la figura di Cesare Lombroso non solo nel rapporto con gli altri autori del suo tempo, ma anche con politici, letterati ed allievi, che tanta parte ebbero nella nascita e nella crescita di un movimento scientifico e culturale dell’Italia tra la seconda metà dell’Ottocento e l’inizio del Novecento.

Magg. CC Flavio Carbone


Jean-Noël Luc

Sociétés & Représentations (dedicato a “Figures de gendarmes”)

Credhess, 2003, pagg. 378, euro 21,00

La rivista “Sociétés & Représentations” dedica il suo sedicesimo volume (settembre 2003) alla Gendarmeria Nazionale francese con il titolo “Figures de gendarmes”, curato da Jean-Noël Luc, professore di storia contemporanea dell’Università “Sorbonne Paris IV”. Anche questa iniziativa rientra nel novero della stretta collaborazione tra il “Service Historique de la Gendarmerie Nationale” e l’Università Sorbonne di Parigi, avviata alcuni anni fa con la pubblicazione di lavori collettanei, convegni e pubblicazione dei relativi atti, svolgimento di tesi di dottorato su argomenti afferenti al ruolo della Gendarmeria Nazionale francese nel Paese e nei Territori e Domini d’Oltremare (TOM e DOM). Il quaderno è strutturato su 3 parti: studi (comprende 4 sezioni, l’autorappresentazione della Gendarmeria, La messa in scena, Contraddizioni e posta in gioco dell’immagine del gendarme, Il confronto delle due principali forze di mantenimento dell’ordine - Gendarmeria e Polizia), dossier (Tracce, Letture e Bibliografia selezionata) e fuori ruolo (con un solo intervento dal titolo “Società coloniali e rappresentazioni della patria: l’esempio dei Francesi di Tunisia intorno alla 2° Guerra Mondiale”). L’analisi della Gendarmeria e dei Gendarmi affronta sia l’immagine che i militari avevano ed hanno di sé stessi, sia la percezione di questi che la società aveva e tuttora ha, attraverso cartoline postali, fotografie, caricature, fumetti etc. Le ricerche coprono un ampio spettro temporale, che inizia con la rappresentazione della maréchaussée alla fine dell’Ancien Régime sino all’“affaire corso” degli anni ’90 e oltre. Completa il lavoro la sezione Letture con le schede dei più recenti lavori pubblicati da singole case editrici e dal Service Historique de la Gendarmerie Nationale utili per ulteriori approfondimenti sulla storia della Gendarmeria francese e dei corpi omologhi. In definitiva, il curatore ha inteso “aprire un vasto cantiere di lavoro” alla base della monografia per “proporre dei percorsi da esplorare e dei casi di studio a partire dai quali si costruirà l’edificio” della storia della Gendarmeria, senza per questo voler limitare gli studi alla sola storia dell’immagine dei nostri cugini d’oltralpe.

Magg. CC Flavio Carbone


Livio Antonielli,
Soveria Mannelli,
Claudio Donati (a cura di)

Corpi armati e ordine pubblico in Italia (XVI-XIX sec.)

Rubbettino, 2003, pagg. 326, euro 20,00

Il volume “Corpi armati e ordine pubblico in Italia (XVI-XIX sec.)” costituisce la raccolta degli atti del Seminario di studi condotti presso il castello Visconti di San Vito di Somma Lombardo il 10-11 novembre 2000 e segue un’analoga iniziativa svoltasi il 26- 27 febbraio 1998 a Messina, pubblicata con il titolo “La polizia in Italia nell’età moderna”. Antonielli e Donati, entrambi professori ordinari presso l’Università degli Studi di Milano, proseguono il lavoro che inizialmente aveva intrapreso Antonielli con il seminario del 1998, con i contributi di numerosi interventi italiani e stranieri sul controllo dell’ordine e della sicurezza pubblica in Italia, nel periodo compreso tra il XVI ed il XIX secolo. Il volume raccoglie le relazioni che spaziano dalle bande medicee alle truppe leggere dell’esercito, alle truppe civiche, ai reparti di Gendarmeria, ai militari della Finanza sino alla gestione della pubblica sicurezza nella provincia di Bologna tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo. Gli interventi offrono una panoramica generale della gestione dell’ordine e della sicurezza pubblica in Italia in un lasso temporale di 4- 500 anni, contraddistinto dall’evoluzione degli ordinamenti e della società nei singoli Stati preunitari. Certamente non è possibile pretendere che l’analisi dei corpi di polizia e della situazione generale dell’ordine pubblico e della sicurezza pubblica possa essere completa; del resto, non è questo lo scopo dei seminari e dei volumi pubblicati. Il grande merito di Antonielli e di Donati è quello di aver saputo cogliere la necessità di svolgere degli approfondimenti nella ricerca su questi corpi di polizia e sulla situazione che si profilò sul territorio nazionale, in modo tale da permettere la ricostruzione in maniera quanto mai completa delle singole sfaccettature di questo poliedro. In sintesi, il volume costituisce una valida base di partenza per iniziare a condurre ricerche sistematiche sui Corpi di polizia e sui rapporti tra questi e le Forze Armate e la cittadinanza sia nelle situazioni di contrasto alla criminalità, sia relativamente all’ordine pubblico.

Magg. CC Flavio Carbone


Roberto Parrella

Notabili a Salerno prima e dopo l’Unità

E-doxa, 2003, pagg. 202, euro 18,00

Roberto Parrella, ricercatore presso la Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Salerno, ha già dedicato alcuni studi alla storia politica e sociale del Mezzogiorno e ai ceti dirigenti dell’Europa tra Otto e Novecento, attraverso i quali è arrivato alla pubblicazione del volume “Notabili a Salerno prima e dopo l’Unità”. La storiografia italiana e non solo, ha mostrato attenzione, da anni, al tema delle élite soprattutto nel periodo contemporaneo; l’autore ben si avvicina a questo argomento attraverso le precedenti pubblicazioni e lo analizza centrando l’attenzione su Salerno, tipica città periferica del Mezzogiorno d’Italia. I quattro capitoli che compongono il libro offrono un’ampia panoramica sul tema del notabilato meridionale e sulle sue linee di evoluzione attraverso un’analisi in ambito europeo (Élite e potere nell’Europa dell’Ottocento) e dei percorsi di crescita di esso a partire dal dominio francese del Sud Italia (Stratificazione sociale e struttura fondiaria nel decennio francese) sino all’inizio del Novecento (Élite tradizionali e ceti medi nello stato liberale) e durante il periodo della lunga permanenza dei Borboni a Napoli (Notabilato ed elite locale nell’età della Restaurazione). Parrella, sin dall’inizio, sottolinea che “nel mondo dei notabili, soprattutto ai livelli superiori, la distinzione tra proprietari terrieri e coloro che svolgono una funzione pubblica o una professione liberale è sembrata per lo più artificiosa, trattandosi di singole scelte individuali interne allo stesso milieu e non di differenze tra gruppi titolari rispettivamente di un capitale di tipo economico, sociale o culturale”. Il notabilato possiede, in realtà, l’insieme dei diversi tipi di capitale che utilizza per il consolidamento e la progressione sociale ed economica delle rispettive famiglie, tanto è vero che “il possesso fondiario e la parentela erano dunque i principali sostegni su cui si reggeva a Salerno, come altrove nel Mezzogiorno, l’organizzazione del potere pubblico”. Si dovranno attendere i primi quindici anni dell’Ottocento per apprezzare lo sviluppo del processo di modernizzazione del Meridione d’Italia, con l’avvio di “mutamenti della struttura sociale e delle forme giuridico-amministrative”, con la nascita di quel ceto intermedio di provincia tanto importante per le ulteriori modificazioni della società meridionale. La successiva unità d’Italia e l’inizio dell’evoluzione del Mezzogiorno non saranno comunque sufficienti a evitare che ancora all’inizio del Novecento “le relazioni di potere tra i corpi periferici e le articolazioni della realtà locale” continuino a controllare il consenso elettorale, riflettendo “la debole natura dell’apparato economico e produttivo meridionale, incapace di enucleare un ceto politico moderno”.

Magg. CC Flavio Carbone


Guido Sertorio
Marina Nuciari

Nuovi ruoli per nuove forze armate - contributi di sociologia militare

Giappichelli Editore, 2003, pagg. 237, euro 20,00

Il libro realizzato dai professori Guido Sertorio e Marina Nuciari raccoglie testi tratti da edizioni di convegni in lingua inglese integrati dai contributi dei due autori presenti sia nella seconda che nella terza parte dell’opera e tutti riferibili all’analisi delle istituzioni militari sotto la lente della sociologia militare. Il volume è rivolto principalmente agli studenti del Corso di Laurea Specialistica in Scienze Strategiche, anche se gli stessi autori sottolineano che “possa interessare non solo i militari o, più in generale, gli “addetti ai lavori”, ma anche tutti quanti siano attenti alle dinamiche della società”. Il testo è composto da tre parti: aspetti generali del cambiamento; le nuove missioni internazionali delle forze armate; le nuove Forze Armate in azione: problemi emergenti. Tutti i contributi presenti nel volume appaiono di grande interesse per fornire al lettore un quadro generale del mutamento delle Forze armate dei Paesi occidentali non solo in conseguenza della sconfitta del blocco orientale nella “guerra fredda”. Due dei dieci capitoli, entrambi presenti nella seconda parte (Le nuove missioni internazionali delle forze armate) appaiono di grande interesse: “Missioni di supporto alla pace: problemi e nuove esigenze formative” (Cap. IV) di Sertorio e “Gestire la diversità. Adattamento culturale e formazione per le missioni diverse dalla guerra” (Cap. VI) di Nuciari. Nel primo intervento viene analizzata la necessità di strutturare una formazione orientata ai vari livelli gerarchici per l’assolvimento dei compiti connessi alle missioni di mantenimento della pace, mentre il secondo è focalizzato sulle conseguenze (di carattere operativo, di sottoposizione allo stress, etc.) a cui vanno incontro i militari impiegati in una missione di pace. I contributi offerti dai vari autori offrono un quadro generale decisamente ben strutturato presentando punti di forza e di criticità nei numerosi aspetti analizzati per le “nuove” Forze Armate. Emerge conclusivamente la consapevolezza che lo sforzo da compiere da parte dei singoli e delle istituzioni per l’elevazione del rendimento delle Forze Armate impiegate in missioni fuori area (anche se il testo si riferisce principalmente alle figure dei soldati-professionisti) non può dirsi esaurito e che resta ancora molto da fare.

Magg. CC Flavio Carbone


Peter Tompkins

Dalle carte segrete del Duce (momenti e protagonisti dell’Italia fascista nei National Archives di Washington)

Marco Tropea editore, 2001, pagg. 382, euro 18,50

Corrispondente del “New York Herald Tribune”, della NBC e della CBS, entrato a far parte dell’OSS (Office of Strategic Service prima, CIA successivamente), lo statunitense Peter Tompkins ha avviato dopo la fine della guerra un lavoro di documentazione e di ricerca concretizzatosisi nella pubblicazione di numerosi libri sull’intervento americano in Italia durante la guerra. Consultati gli archivi segreti di Mussolini rintracciati a Washington, già confiscati dall’esercito americano in Italia, l’autore ha dato vita ad un’opera che, se da un lato non può essere considerata come un’analisi storica del fascismo italiano - come pretenziosamente pubblicizzato sul riassunto di copertina - rappresenta di certo l’analisi dettagliata di tre momenti cruciali della vita del Duce: il delitto Matteotti e l’avvento del fascismo (il rinnegamento del socialismo da parte di Mussolini, la marcia su Roma, l’appoggio economico degli industriali italiani, il ruolo dei finanzieri americani, l’invasione dell’Etiopia); i rapporti tra il dittatore italiano e Churchill; gli ultimi istanti di vita del Duce. Al delitto Matteotti, in particolare, viene dedicata almeno metà dell’opera. Dalla ricostruzione dei movimenti degli esecutori materiali dell’omicidio del deputato socialista - Amerigo Dumini, Cesare Rossi, Filippo Filippelli - emerge un quadro imbarazzante fatto di fughe, trame, processi e ricatti orditi addirittura ai danni dello stesso Duce. Sullo sfondo, l’indignazione di molti dei membri del Parlamento di allora, una certa velata compiacenza del Re Vittorio Emanuele III e l’imbarazzante silenzio / assenso palesato dall’opinione pubblica. Dell’avvento del fascismo l’autore analizza il clima di violenza e di sospetto tipico di quegli anni, la volontà di costruire un impero coloniale, la rete di relazioni internazionali allacciate dal Duce con particolare attenzione al rapporto controverso tra Mussolini e Churchill. Accattivante è infine la ricostruzione delle ultime ore della vita del Duce, sicuramente attendibile poiché aggiornata da recenti interviste tanto ai testimoni oculari dei fatti, quanto ai veri esecutori materiali, dopo cinquant’anni finalmente liberi dall’impegno del silenzio imposto loro dai mandanti. Un libro ben scritto che cattura il lettore dalla prima all’ultima pagina. L’autore, che rifugge dalla tentazione di descrivere i fatti in maniera sterile ed analitica, ha la capacità di mantenere una posizione asettica ma attendibile - perché comprovata da documentazione, stralci della quale sono anche riprodotti - e di riportare i fatti in maniera fluida ed avvincente, quasi scrivesse un romanzo thriller, talché la lettura risulta scorrevole e accattivante al tempo stesso.

Cap. CC Gianluca Livi


Gaetano Carlizzi,
Gabriele Della Morte,
Siliana Laurenti,
Antonio Marchesi

La Corte penale internazionale. Problemi e Prospettive
(Prefazione di Flavia Lattanzi, Conclusioni di Giovanni Conso)

Vivarium, Storicità del Diritto, 2003, pagg. 604, euro 54.70

Il 17 luglio 1998 i Plenipotenziari della Conferenza diplomatica delle Nazioni Unite sull’istituzione di una Corte penale internazionale, apertasi a Roma il 15 giugno 1998, hanno adottato lo Statuto della Corte. Tale Statuto è stato aperto (in accordo al suo art. 125) alla firma da parte di tutti gli Stati a Roma nella sede del Quartier Generale dell’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Alimentazione e l’Agricoltura (FAO) lo stesso 17 luglio 1998. Tale trattato è entrato in vigore, ai sensi dell’art. 126 dello Statuto, il 1° luglio 2002 ovvero “il primo giorno del mese successivo al sessantesimo giorno dopo la data di deposito del sessantesimo strumento di ratifica presso il Segretario Generale delle Nazioni Unite”. Il Governo italiano, tra i primi invero, ha presentato già dall’ottobre dello stesso anno un disegno di legge, di iniziativa del Ministro degli affari esteri, di concerto con altri ministri, per la ratifica ed esecuzione in Italia dello Statuto istitutivo della Corte penale internazionale con delega al Governo per l’attuazione dello Statuto stesso (Atto Senato 3594 - XIII^ legislatura). Tale disegno di legge è stato diviso in due parti: una parte è stata convertita in legge di ratifica del Trattato istitutivo (L. 232 del 12 luglio 1999)(1). L’altra parte è diventata, su volontà del Senato, un disegno di legge (n. 3594 bis) per la delega al Governo dei decreti legislativi contenenti le disposizioni necessarie per adattare l’ordinamento giuridico nazionale ai principi e alle norme dello Statuto della Corte Penale Internazionale. Questa era la situazione alla fine della XIII^ legislatura(2). Nella attuale legislatura, la XIV^, il disegno di legge è stato trasformato nel d.d.l. contrassegnato come Atto Senato 1638, presentato il 24 luglio 2002 e assegnato per l’esame alla Commissione Giustizia in sede referente il 4 dicembre 2002. L’esame del d.d.l. 1638 non è ancora iniziato al momento della stesura delle presenti riflessioni. Riteniamo che il disegno di legge di iniziativa parlamentare presentato al Senato costituisca una occasione importante per affrontare, con il dovuto approfondimento e riflessione, i temi delicati dell’adattamento del nostro ordinamento costituzionale ai dettati dello Statuto di Roma con l’introduzione dei crimini ricompresi nella competenza della Corte penale internazionale (anche se rimane ancora senza contenuto il crimine di aggressione (demandato dall’art. 5 all’adozione di una disposizione precipua in base alla procedura prevista dagli artt. 121 e 123, in conformità alla Carta delle Nazioni Unite). Il progetto di legge risulta contraddistinto dalla necessaria completezza e organicità e speriamo che conservi questi caratteri anche dopo i passaggi in aula. All’Assemblea ora spetta il compito più arduo: trasformarlo in legge della Repubblica in tempi brevi. Per quanto concerne la responsabilità penale del Capo dello Stato italiano per i crimini di competenza della Corte necessita, come noto, una legge costituzionale. Non pare peregrino - se viene confermata la volontà espressa in questi giorni da esponenti della maggioranza parlamentare - inserire anche questo tema nella proposta di legge costituzionale in materia di immunità dai processi penali delle alte cariche dello Stato dopo la recente dichiarazione di illegittimità costituzionale in relazione agli artt. 3 e 24 della Costituzione della Legge 140 del 20 giugno 2003. Una revisione della legislazione costituzionale in materia di immunità penale potrebbe costituire un’ottima occasione per rivedere l’intera materia e introdurre nell’ordinamento costituzionale i necessari “aggiornamenti” sulla base dei più recenti sviluppi del diritto internazionale e dei principi che la comunità degli Stati ha affermato nella sede più alta: le Nazioni Unite(3). Dopo queste iniziali riflessioni, è doveroso parlare dell’opera collettiva che si presenta - costituita da una raccolta di scritti vertenti su diversi aspetti, unitamente a varie problematiche, dello Statuto di Roma - sottolineando che gli autori, sostenuti e sollecitati sia nella prefazione che nelle conclusioni da eminenti esponenti italiani del diritto internazionale, riescono - anche nell’approccio multilinguistico - a illustrare con dovizia e sicurezza i maggiori aspetti dello “strumento di diffusione delle idee di pace e di convivenza civile, … strumento di educazione dei popoli a queste idee, …strumento di condanna degli Stati che non fanno il loro dovere nel prevenire e reprimere crimini che ledono le basi stesse dell’esistenza dell’umanità, … strumento di isolamento di chi crede di poter governare grazie alla repressione dei diritti fondamentali”(4). Dalla lettura del volume in parola, affidato a giovani studiosi del diritto internazionale, non si può non concordare sul risultato positivo della scelta fatta da parte della Fondazione Internazionale Lelio Basso e dell’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici: questo lavoro, questa opera dà un contributo sensibile e, appunto, “giovane” alla riflessione che la dottrina e la comunità degli esperti e dei cultori, siano essi civili o militari, sta svolgendo, in Italia e in ogni parte del mondo, sul processo avviato quel lontano 17 luglio 1998 e che ha affidato alla comunità internazionale e all’opinione pubblica mondiale uno “strumento di diffusione delle idee di pace e di convivenza civile”, al di là di ogni distinzione di razza, religione, etnia, opinioni politiche e quant’altro: l’uomo e la donna in sé sono il suo destinatario e di essi vuole essere “strumento”.

Isidoro Palumbo

Approfondimenti

(1) - Si veda il molto approfondito articolo di A. BIANCHI, Costituzione di un Tribunale Internazionale per i crimini di guerra contro il diritto umanitario: riflessi e condizionamenti sulla normativa giuridica azionale e sui regolamenti del Ministero della Difesa riguardanti le attività delle Forze Armate nella condotta della difesa nazionale e delle operazioni di supporto della pace,in RASSEGNA DELLA GIUSTIZIA MILITARE, bimestrale di Diritto penale militare - Volume n 3 - maggio - agosto 1998, Roma.
(2) - Si riportano i d.d.l. di cui trattasi per un completo esame: - Disegno di legge n. 1638, Norme
per l’adattamento dell’ordinamento interno allo Statuto della Corte penale internazionale, Senato della
Repubblica, XIV legislatura, comunicato il 24.07.2002; - Disegno di legge n. 3594, Ratifica ed esecuzione dello Statuto istitutivo della Corte penale internazionale, con Atto finale ed allegati, adottato dalla
Conferenza diplomatica delle Nazioni Unite a Roma il 17 luglio 1998. Delega al Governo per l’attuazione
dello Statuto medesimo, Senato della Repubblica, XIII legislatura, comunicato il 23.10.1998; convertito in L. 232 del 12.07.1999; - Disegno di legge n. 3594-bis, Ratifica ed esecuzione dello Statuto istitutivo della Corte penale internazionale, con Atto finale ed allegati, adottato dalla Conferenza diplomatica delle Nazioni Unite a Roma il 17 luglio 1998. Delega al Governo per l’attuazione dello Statuto medesimo, Senato della Repubblica, XIII legislatura, comunicato il 23.10.1998; con l’occasione si ringrazia per il valido
supporto “tecnologico” la Presidenza del Consiglio dei Ministri, Dipartimento per i rapporti con il Parlamento, che gestisce una aggiornatissima “Situazione provvedimenti governativi”, elaborato a cura del
Capo Dipartimento Prof. Alfredo Siniscalchi (www.governo.it).
(3) - Si veda: I. PALUMBO, Appunti e lezioni di diritto internazionale dei conflitti armati e delle operazioni di pace, Roma, 2004, pag. 400 e ss.
(4) -Si veda: la sentita Prefazione al volume a firma di F. LATTANZI.


Ercole Aprile
Pietro Silvestri

Le indagini preliminari e l’archiviazione

Edizioni Giuffrè 2004, pagg.716, euro 54.00

Dopo quasi quindici anni dall’entrata in vigore del codice di procedura penale gli autori propongono una disamina degli indirizzi giurisprudenziali e dottrinali formatisi con l’interpretazione applicativa degli istituti previsti dagli articoli 326 e seguenti del codice Vassalli. Nel testo è possibile approfondire non solo le caratteristiche e le funzioni della fase delle indagini preliminari, la notizia di reato e le condizioni di procedibilità, le indagini di iniziativa del pubblico ministero, l’arresto in flagranza e il fermo di indiziato di delitto, ma anche le neo-introdotte indagini difensive. E ancora l’incidente probatorio e i termini per le indagini preliminari con la successiva eventuale archiviazione. In tale ultimo ambito gli autori si soffermano sulle modalità di informazione e in particolare sull’avviso della conclusione delle indagini preliminari. Il libro rappresenta un aggiornato e utile strumento di lavoro per coloro che si occupano di questa disciplina e un tema di approfondimento per gli appassionati della materia. Cap. CC Giovanni Fàngani Nicastro Antonio Balsamo Angela Lo Piparo La prova per sentito dire Edizioni Giuffrè, 2004, pagg. 428, euro 32.00 Gli autori, confortati dalla prefazione del Professor Giovanni Tranchina, autorevole giurista in ambito processual-penalistico, analizzano la testimonianza indiretta nel continuo divenire tra teoria e prassi. In particolare, compiono un approfondito esame non disgiunto da una ricostruzione sistematica dell’istituto. Si soffermano sugli aspetti giuridici ed epistemologici che lo caratterizzeranno e analizzano il ruolo centrale della testimonianza nella prospettiva della formazione di un diritto comune europeo ispirato al principio del giusto processo. La trattazione della materia viene eseguita con un costante raffronto tra costruzione dogmatica e verifica applicativa, ripercorrendo le più recenti pronunce giurisprudenziali, anteriori e successive alla riforma dell’articolo 195 del codice di procedura penale, sia con riferimento al merito, sia con riferimento alla legittimità. Viene inoltre dedicata particolare attenzione al contributo offerto dalla giurisprudenza della Corte Europea dei diritti dell’uomo ed alle indicazioni desumibili da uno studio interdisciplinare, storico e comparato della materia della prova testimoniale, nella prospettiva di trovare, anche nel nostro sistema processual-penalistico, un equilibrio dinamico fra il principio del contraddittorio nella formazione della prova e tutte le sue eccezioni. La lettura del volume consente di approfondire l’istituto non solo da un punto di vista dogmatico, ma anche alla luce dell’esperienza applicativa nazionale ed europea.

Cap. CC Giovanni Fàngani Nicastro


Giorgio Dell’Arti

Coro degli assassini e dei morti ammazzati

Marsilio editore, 2004, pagg. 260, euro 16,00

Nel Coro sono descritti poco meno di duecento fra delitti e suicidi italiani che, dal 1996, i lettori del “Foglio” trovarono sulla colonnina di sinistra nel numero del lunedì, quella color salmone, di cui Giorgio Dell’Arti è ideatore e realizzatore unitamente ai suoi collaboratori. L’Autore si è permesso di rielaborarli con un ordine cronologico fingendo che accadessero in una sola giornata e li ha dunque sistemati secondo il procedere delle ventiquattro ore, da un’alba all’altra. A parte questo, i fatti (compresa l’ora) sono autentici. “I fatti di cronaca nera hanno un significato profondo, sono rivelatori anche quando sembra che un giornale li metta in pagina per sbaglio. Sono elementi della vita fuori controllo, quelli più parlanti”. All’Autore non interessano le conseguenze, né l’eventuale arresto del colpevole. Punta essenzialmente alla sequenza, sceneggiandola. Cerca di adombrare anche l’origine: si ammazza e ci si ammazza per amore, sesso e denaro. Un po’ meno per vendetta, abbastanza per follia. “Più caldo è il fatto, meglio è rappresentato se scritto con freddezza”. Ed è proprio la freddezza con cui elenca i dettagli, sempre diversi, delle varie “esecuzioni” a rendere questa raccolta di materiale, giornalisticamente raccontata, una lettura curiosa e avvincente. Il risultato sembra un verbale di polizia nelle mani di uno scrittore. Le ministorie, dalla prima colonna fino all’ultima pagina, riassumono orripilanti omicidi e suicidi, dietro i quali s’intravede una società dolente, violenta, misteriosa. Due elementi - in quest’avvincente cronaca nuda e cruda - colpiscono l’attenzione del lettore: la straordinaria eloquenza che i fatti assumono, l’altrettanto straordinaria brevità e capacità di sintesi, con la quale possono essere riferiti. In questo contesto, con un brivido, Dell’Arti ha fatto in modo che fossimo compresi davvero tutti, poiché la paura di perdersi è naturale e basta un attimo di smarrimento per trasformare una delusione o una circostanza negativa in un concreto pensiero di morte. Giorgio Dell’Arti è un giornalista di cinquantanove anni. Già a “Paese Sera” e a “Repubblica”; ha scritto Vita di Cavour (1983), Il giorno del Sessantotto (1987), L’uomo di fiducia (1999).

Mar. Ca. Alessio Rumori


Giorgio De Rienzo

L’indagine

Marsilio editore, 2004, pagg. 270, euro 16,00

Quest’ultimo romanzo di Giorgio De Rienzo, racconta le trame e i compromessi che si nascondono dietro l’Italia degli anni Settanta, ma potrebbe anche essere l’Italia di oggi: alcuni valori e, purtroppo, anche alcuni vizi non hanno tempo. Un’indagine nell’indagine che riapre un caso di omicidio per scoprire un complotto nel quale sono coinvolti i Servizi segreti nazionali. Con un linguaggio semplice ed elegante ripercorre la storia di un uomo onesto che si è sempre rifiutato di scendere a patti con il potere e che non ha mai smesso di credere nella giustizia. L’Autore descrive un Paese a due facce, in cui le regole che contano sono quelle della corruzione e del doppiogioco, dove fare il proprio lavoro onestamente è un rischio. Ne sa qualcosa l’ex questore Gianni Montaldo che “aveva accettato l’offerta di usufruire di una ricca pensione prematura”, dopo una vita spesa ad inseguire le verità. Una decisione presa non per reale mancanza di passione, ma per quella rassegnazione all’inevitabilità di situazioni corrose dal tempo e dal disincanto maturato con l’esperienza. L’addio di Montaldo al mondo della polizia, però, si trasforma nell’inizio di una nuova sfida. L’ultima, e forse la più importante della sua carriera. Un raffinato serial-killer di belle donne, rimasto impunito per anni, decide di metterlo alla prova; decide che Montaldo dovrà capire chi è l’assassino che tra il 1964 e il 1969 ha commesso quattro delitti in Piemonte, lasciando i corpi delle vittime adagiati, con attenzione maniacale, nei parchi di alcuni castelli sparsi nella provincia piemontese. Ben presto la sfida si complica e Montaldo capisce che dietro a questo triste gioco si nasconde una verità più grande. Allora ecco che a partecipare alla lotta di provocazioni e di intelligenza tra l’assassino seriale e il questore, si aggiungono vecchi compagni di gioventù, tutti colleghi dei tempi in cui aveva militato nei Servizi segreti. De Rienzo, dunque, costruisce un romanzo che funziona perfettamente nei tempi, nei modi e nelle sequenze delle varie vicende, un racconto affascinante, ricco di sorprese, di cronaca viva e vissuta, che scopre e interpreta la vera natura degli uomini e di quale tipo sia la loro propensione a delinquere. Un giallo-politico italiano, un esame infinito e faticoso del modus operandi del mostro in un’armoniosa macchina d’analisi dove trova spazio persino Nietzsche con un pensiero che definire inquietante, è dir poco: “Chiunque combatte con i mostri deve far attenzione a non diventare a sua volta un mostro; perché se guardi a lungo nell’abisso, infine anche l’abisso guarderà in te”.

Mar. Ca. Alessio Rumori