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Materiale per una storia dell'Arma

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Col. Giacinto Santucci

RIVISTA DEI CARABINIERI REALI
Anno I - n. 1 - novembre-dicembre 1934

Contributo alla storia dell’attività svolta dall’Arma nel campo informativomilitare prima della guerra 1915-1918.

1. - Se la politica e l’ambizione rispettassero la libertà dei popoli, molto sarebbe facilitata l’opera dei governanti e forse sarebbero evitate le guerre e le rivoluzioni. “Lo Stato è società di uomini liberi, volontariamente riuniti per ottenere la tutela dei diritti e dell’ordine ed il vantaggio comune, per sviluppare l’uomo nella sua libertà regolata dall’obbedienza”. Così scrive Cesare Cantò e Macchiavelli, eccelso maestro in politica, a sua volta ammonì i governanti di tutti i tempi di limitare le loro ambizioni, scrivendo che: “La Patria non è il territorio, il territorio non è che la base; la Patria è l’ideale che sorge su quello, è il pensiero d’amore, il senso di comunione che stringe in uno tutti i figli di quel territorio”.

Il governo austriaco tutto questo non comprese o non volle comprendere. Spinto da cupidigia di dominio non ebbe di mira che la soggezione di popoli differenti per lingua, istruzione, storia, tradizioni e sentimenti, popoli che non mai amalgamati costituivano solo un mosaico, e potevano essere tenuti a freno unicamente da leggi rigorose e dalla forza delle baionette. In queste tristi condizioni si trovava il Trentino, prima della grande guerra di redenzione. Esso fin dalle antiche origini fu latino e non tedesco. Come tutte le regioni che segnano i confini tra i popoli di razza diversa, fu teatro di lotte e subì anche l’influenza temporanea dei vincitori, ma non tradì mai i suoi caratteri etnici. Anche nelle dominazioni più lunghe conservò il sentimento patrio, latino, quella “parva favilla” che si riaccese e divampò nel momento decisivo e storico.

Non si sa precisamente quando il Trentino passò sotto il dominio di Roma, ma pare ciò sia avvenuto nel 222 a.C., quando le aquile romane, vittoriose nella Gallia Cisalpina, portarono i confini alle catene montane che dividono le acque del Mar Nero da quelle dell’Adriatico: il confine di Roma, oggi confine d’Italia. Nel medio-evo gli invasori ed i dominatori non infransero le impronte della romanità, ed anche Napoleone ne riconobbe l’italianità allorché con decreto del 26 maggio 1810, unì il Trentino al regno italico col nome di dipartimento dell’Alto Adige.

Tramontate le fortune napoleoniche, l’Austria piombò su quelle terre e non le abbandonò se non quando nel 1918 le nostre armi vittoriose, gliele tolsero. Le guerre dell’indipendenza non riuscirono a completare le nostre aspirazioni e quando dopo il 866, parve abbandonata da parte nostra ogni idea di riscossa, l’Austria studiò ogni mezzo per snaturare il sentimento, l’indole ed anche la lingua dei Trentini, cercando di falsarne la storia e le tradizioni. Dopo il 1866 il Trentino fu abbandonato a se stesso e nel 1882 con la stipulazione del trattato della triplice alleanza fu quasi riconosciuto ufficialmente di dominio austriaco! Ma come scrisse il Tommaseo: “Quanto s’ingannano coloro che nei segreti di un gabinetto credono di decidere delle sorti del mondo!”.

Se dal 1866 in poi non si perde la fede, dal 1885 in poi si affinarono gli animi, si congiurò segretamente e si prepararono tutti i mezzi possibili per la redenzione, a cui nessuno aveva mai rinunziato. Per buona fortuna alla remissività diplomatica non faceva riscontro quella dell’autorità militare che, prima timidamente, ma poi più decisamente, prese ad occuparsi di quanto avveniva oltre confine, soprattutto quando incominciarono le costruzioni di quegli apprestamenti militari che l’Austria giustificava come mezzi difensivi. Dall’inizio di queste costruzioni si può dire dati la raccolta delle informazioni di carattere militare, subito favorite dal sentimento patrio dei trentini, che cercarono di facilitarci il compito con tutti i mezzi. Lungo la linea di confine sorsero stazioni di carabinieri e brigate di guardie di finanza, incaricate anche di assumere possibilmente informazioni di carattere militare.

I tecnici erano naturalmente gli ufficiali dell’esercito ed è doveroso qui ricordare con riconoscenza i pionieri di quel servizio, tutti trentini, ma che avevano preso la cittadinanza italiana, avevano studiato nelle nostre scuole militari ed erano diventati quasi tutti ufficiali delle truppe alpine: il capitano Giov. Battista Adami di Pomarolo, il tenente Antonio De Stefanini di Tiene, il tenente Riccardo Armani di Riva sul Garda, il capitano Luigi De Cheluzzi di Trento, il ten. gen. Oreste Barattieri di Condino, il tenente Luigi Cristofolini di Trento, il magg. gen. Achille Andreis di Riva, il ten. Ferruccio Larcher di Trento, il ten. col. Giuseppe Battistoni di Trento, il gen. Filiberto Sardagna di Trento, il col. Cesare Mattei di Arco, il col. Giovanni Rigoni di Trento, il col. Antonio Manfrin di Rovereto e tanti altri e specialmente l’attuale gen. Tullio Marchetti di Molveno, che iniziò la sua opera preziosa nel 1892 e quasi ininterrottamente la proseguì fino al novembre 1918 prendendo parte alla stipulazione dell’armistizio di Villa Giusti. Il gen. Marchetti fu il vero maestro degli informatori, uomo di grandi audacie e di geniali risorse specialmente nei momenti più critici. È di questi ultimi tempi la sua bella pubblicazione “Luci nel buio”, in cui magistralmente e patriotticamente addita alla riconoscenza della nazione non solo i suoi informatori trentini d’ambo i sessi, ma anche quelli che cooperarono con l’arma dei carabinieri e della R. guardia di finanza.

2. - Fatto questo necessario e doveroso preambolo, eccomi a ricordare succintamente l’operato dell’Arma che con paziente costanza e con vero sentimento patrio, coadiuvò egregiamente l’autorità militare, rendendosi così ancora benemerita del paese in un ramo di servizio quasi completamente nuovo. Si può dire che il servizio di informazioni incominciò solo nel 1904 timidamente e poveramente. È ben vero che noi ci trovavamo in una condizione privilegiata avendo l’appoggio dei nostri connazionali soggetti all’Austria, ma ciò non toglie che mezzi pecuniari non avrebbero dovuto mancare specialmente per determinate circostanze.

Invece dal Governo erano state destinate all’ufficio informazioni presso il comando del corpo di stato maggiore soltanto L. 50.000, mentre l’Evidenzbureau austriaco disponeva allora di 250,000 corone, che in seguito sorpassarono il milione! All’ufficio informazioni fu destinato il capitano dei carabinieri Giulio Blais, il quale per molti anni si dedicò specialmente a! servizio di contro-spionaggio, rendendo segnalati servizi. Questa nostra attività, per quanto molto relativa per i fini che si dovevano raggiungere, fu subito notata dall’Austria che inasprì i suoi rigori verso i Trentini ed aumentò la vigilanza a tutti i valichi del confine, e specialmente quella sui nostri ufficiali trentini quando si recavano nelle loro città in licenza. Furono dati ordini severi agli albergatori, specialmente di montagna, i quali, ossequienti alla I. R. gendarmeria, spesso si esimevano dal dare ospitalità e qualcuno segnalava anche il passaggio di persone sospette.

Ma fatta la legge trovato l’inganno e di inganni fu maestro l’allora capitano Marchetti e tutti i suoi conterranei, i quali per le vaste parentele ed amicizie che avevano in ogni ceto riuscirono ad avere ugualmente tutte le notizie che interessavano il corpo di stato maggiore. La benemerita e patriottica Società alpinisti tridentini, composta di uomini arditi e di provata fede, sotto l’abile direzione di Guido Larcher e di Giovanni Pedrotti, diede contributo prezioso e disinteressato facendo varcare il confine dai soci più esperti ed adatti, che o si spingevano fino a raggiungere le sedi degli ufficiali loro conterranei o si presentavano alle nostre stazioni di frontiera con larga messe di notizie importanti.

Questo prezioso aiuto non potè durare a lungo perché la società, già sospettata per i sentimenti patriottici dei soci, venne sciolta con un pretesto qualsiasi. Le linee principali di transito erano le valli dell’Adige e quelle del Brenta e quindi le stazioni ferroviarie di Peri e Primolano e la linea lacuale del Garda; linee di transito secondarie, specialmente nella buona stagione, erano tutti i valichi di montagna dei quali alcuni abbastanza comodi e frequentati, specialmente quelli attraversati da notabili. Le nostre stazioni di frontiera esplicarono specialmente la loro attività dopo il 1906, quasi di loro iniziativa, perché direttive esatte e precise non esistevano; alla guerra pochi credevano, l’irredentismo era quasi combattuto ed infine noie e grattacapi non si volevano avere specialmente coll’alleata. Nonostante queste poco lusinghiere condizioni di spirito diversi ufficiali e sottufficiali spinti da ben altri sentimenti e con ideali altamente italiani vi si dedicarono con entusiasmo e passione. La valle dell’Adige e la linea del Garda facevano capo direttamente a Verona, sede di legione.

L’attuale colonnello a riposo Aldo Rossi fu un vero appassionato del servizio di confine e questa sua passione seppe trasfondere, coll’esempio, nei dipendenti. Quando comandava la tenenza di Salò, scovò a Riva un ex-carabiniere colà residente e lo seppe affezionare, in maniera da essere continuamente ed esattamente informato di quanto si progettava o si stava attuando nei riguardi dei militari. In quell’epoca gli ufficiali austriaci giravano come volevano nel nostro territorio e per quieto vivere non dovevano essere molestati. Non così la pensava il tenente Rossi, che ogniqualvolta era preavvisato dell’arrivo del comandante della piazza di Riva, generale Von Ritter, che soleva recarsi a Sermione - egli diceva - per cura, sotto parvenza di usare uno speciale riguardo ad un ufficiale generale appartenente ad una nazione amica ed alleata, lo accompagnava fino a Sermione e quivi lo affidava alla vigilanza di quel comandante di stazione, per cui quell’ufficiale non poté più allontanarsi, come faceva per l’addietro, per ignoti lidi, decidendosi in fine a non più frequentare quella località.

Lo stesso tenente Rossi riuscì ad accaparrarsi le simpatie e la fiducia di un insegnante di Storo e per suo mezzo seguì passo per passo i lavori di M. Por, importante sbarramento delle Giudicarie e facilitò l’accesso in luogo ad un nostro ufficiale di stato maggiore, che indisturbato potè compiere importanti rilievi. Riuscì anche a far sottrarre da un ufficio militare un’importante carta topografica al 25.000, che in quattro giorni fu fotografata a Firenze dall’istituto geografico militare e rimessa a posto.

3. - Il 1914 era un anno difficile, sia per lotte politiche, sia per quelle tra neutralisti ed interventisti, sia, infine, per la grande affluenza di trentini fuorusciti e disertori dell’esercito austriaco. A Verona si era costituito un centro di assistenza profughi che presto si trasformò in centro di raccolta di notizie politiche e specialmente militari. A capo di esso erano i nomi più belli per patriottismo, quali quelli di Cesare Battisti, Guido Larcher, Mario Scotoni, Giovanni Pedrotti, Giuseppe Florio, Antonio Piscel e tanti altri di cui mi sfugge il nome. Il Rossi, che promosso capitano era stato destinato a Verona, intese l’importanza di quel centro e superando molte difficoltà e specialmente molte diffidenze delle autorità civili, prese stretto contatto coi dirigenti e coll’annuenza del comando del V corpo d’armata riuscì a formare un vero centro di informazioni militari, che poi stabilì quasi una succursale a Brescia.

Al capitano Rossi facevano capo non solamente i profughi, ma anche quelli che per ragioni di commercio avevano libero accesso nel Trentino, di dove non tornavano mai senza ottime notizie. Costituitosi a Milano altro centro importante sotto la direzione di Cesare Battisti, il capitano Rossi coordinò la loro azione e cercò ancora di fondare a Rovereto un altro centro di raccolta presieduto dall’avvocato Piscel. Il progetto non potè però essere attuato perché questi già figurava nel libro nero della polizia austriaca quale socialista, patriota ed amico intimo del “famigerato” Battisti! Ancora nel 1914 il capitano Rossi riuscì a fermare un individuo di Riva, che altri non era che un messo fidato del maggiore Opatic, capo abilissimo dell’ufficio informazioni di Trento. Le notizie che il capitano Rossi seppe ricavare da quell’informatore furono giudicate dall’autorità militare di specialissima importanza per noi e l’emissario, che faceva la spola tra Trento e La Spezia, fu meritatamente condannato ad 8 anni di reclusione.

Se il centro di Rovereto non potè essere costituito, come era stato ideato, funzionò tuttavia, per merito del farmacista Pietro Conci e più specialmente della sua assistente signorina Pia Mengoni. Dalla farmacia partivano sempre ottime notizie, scritte con inchiostri simpatici, su opuscoli farmaceutici, avvisi commerciali, ecc. Né la signorina Mengoni limitò a questo soltanto la sua azione, ma mise in relazione col capitano Rossi anche il di lei fratello Mario, albergatore a Rabbi, per riferire quanto si praticava in Vai di Sole. Sempre per mezzo della signorina Mengoni il capitano Rossi si procurò un’altra ottima fonte d’informazioni a Riva dove un altro di lei fratello gestiva un albergo, frequentato da ufficiali austriaci. Per suo mezzo si ebbero schizzi e fotografie di M. Brione e dintorni. L’opera del capitano Rossi, redditizia e preziosa, fu altresì diretta a creare nei dipendenti uguale interessamento.

Trovò infatti tra i suoi comandanti di stazione validi collaboratori e tra tutti eccelse quello della stazione di Peri, importante transito ferroviario e località di verifica dei passaporti. Quel sottufficiale era particolarmente abile nel giudicare le persone e riconoscere le dubbie da quelle di sicura fede italiana: queste attirava dalla sua e sapeva rendersele amiche. Quel comando di stazione divenne così un centro di raccolta di ottime notizie ed un luogo di consegna di documenti importanti e segreti, che dovevano essere inoltrati alle autorità militari. A Peri faceva pure capo il farmacista di Avio, Metello Azzolini, che per dare notizie sulla val Lagarina si serviva di ricette mediche e di buste contenenti medicinali. Suo principale informatore era Mario Ceola, che allo scoppiare della guerra, quale studente d’ingegneria esentato per età dal servizio militare, era stato utilizzato nei lavori di fortificazione campale di M. Calisto sopra Trento. Il Ceola era un diligente osservatore, e sapeva raccogliere e ritenere i minimi particolari per riferirli all’Aztolini, dal quale ebbe poi aiuto per disertare.

Il Ceola divenne in seguito nostro ufficiale d’artiglieria e quindi di aviazione. Non meno meritoria di quella del Rossi fu l’opera svolta dal capitano Gavino Casu, comandante della compagnia dei carabinieri di Vicenza. Anche egli fu in diretta comunicazione, mediante inchiostri simpatici, colla signorina Mengoni, la quale solo pochi giorni prima della dichiarazione di guerra, sospettata e sorvegliata dalla polizia, dopo essersi portata in condizioni quasi tragiche a Fiera di Primiero, riuscì a varcare il confine. Il fratello Tullio fu più fortunato perché riuscì a recarsi a Vicenza pel passo della Borcola, dove col capitano Casu, col quale era pure in relazione, svolse instancabile attività nel raccogliere notizie dagli ultimi profughi che giungevano dall’Austria. Promosso capitano, il Rossi fu sostituito dall’omonimo tenente Erminio Rossi ed il 24 dicembre 1914 dal tenente Gualtiero Ferrari. Questo giovane ufficiale, che decedette nel 1920 ad Atene, esordì molto bene nel servizio d’informazioni e tra l’altro organizzò da Carzano la fuga del barone Raimondo Buffa, che non si sentiva assolutamente di vestire nuovamente la divisa austriaca, dopo la licenza di convalenza che stava usufruendo. La di lui consorte, dimorante a Bassano, il 2 aprile 1915 si era recata a Carzano a ritirare la biancheria di casa. D’accordo col tenente Ferrari in un cestone di vimini oltre alla biancheria fu celato il barone Raimondo e spedito a grande velocità, con altre casse, a Primolano, prima stazione ferroviaria italiana, dove avveniva la visita doganale. Il tenente Ferrari al giungere del treno fece subito ritirare la cesta e liberare il barone Raimondo, che per tre ore e mezzo era rimasto in quella incomoda posizione, quasi privo d’aria.

4. - I valichi bresciani non erano linee di speciale transito né di grande importanza militare, però l’alleato non mancò di premunirsi da eventuali sorprese di colonne mobili e specialmente nel 1907 e 1908 eseguì importanti lavori di ampliamento del forte di Lardaro, costruendo quello della Cariola munito di cupole corazzate. Per nostra fortuna in val di Ledro esisteva una famiglia di patrioti a tutta prova, già benemerita nelle azioni garibaldine del 1866, quella del cav. Damiano Cis, proprietario di boschi e negoziante di legnami. Questi era un ribelle come i suoi genitori ed avi, membro di tutte le società a sfondo politico irredentista ed in ottime relazioni col comandante della stazione di Bagolino, maresciallo Michelangelo Palmo al quale forniva sempre ottime informazioni.

Quando nel 1908 incominciarono i lavori dello sbarramento di Lardaro il comandante della divisione militare di Brescia ritenne opportuno combinare una ricognizione dandone incarico ad un ufficiale di S.M. Il maresciallo Palmo fu incaricato di preparare il terreno e prendere gli accordi col cav. Cis, che con entusiasmo accompagnò sul luogo quel nostro ufficiale (capitano di S. M. Emilio Maggia) dandogli modo di fare tutti i rilievi che desiderava. Purtroppo però a lavoro già ultimato, un’indiscrezione scopriva l’opera spiegata dal Cis, che dopo lunga prigionia preventiva fu condannato ad 11 mesi di detenzione, con l’inasprimento del digiuno mensile.

5. - Debbo ora occuparmi della zona Brenta-Astico-Adige dove lavorai ininterrottamente dal 1904 allo scoppio della guerra mondiale quando fui mobilitato e per mia fortuna mantenuto nella zona in cui avevo sempre prestato servizio. Durante quegli 11 anni fui molto aiutato e favorito dalla fortuna, ma molto, anzi moltissimo, dai numerosi amici trentini, di cui serbo imperitura memoria ed ammirazione. Sono centinaia di persone di tutti i ceti, tutti animati da vera passione di italiani e dal più nobile disinteresse. Destinato dal 1904 alla tenenza di Bassano Veneto (ora Bassano del Grappa) approfittando della vicinanza del confine di Primolano, spessissimo attraversato da trentini della Valsugana, organizzai la raccolta delle informazioni trovando in questa mia iniziativa l’appoggio più incondizionato del compianto colonnello Achille Biancardi, comandante della legione di Verona, uomo rigido, ma di criteri veramente moderni.

Egli mi lasciò campo libero specialmente nelle mie necessarie escursioni oltre confine, promettendomi tutto il suo aiuto in caso di qualche infortunio. Incitò e protesse tutti i comandi di stazione di confine, ai quali concesse all’occorrenza l’uso dell’abito borghese. Il colonnello Biancardi, per quanto un po’ sofferente di salute, era un appassionato della montagna dove si recava spessissimo, incoraggiando i militari che vi si trovavano dislocati e lasciando loro quelle iniziative che lo speciale servizio richiedeva. Era uomo di larghe vedute e sapeva conciliare la rigidità della disciplina col servizio che l’Arma era chiamata a prestare. Riuscì così ad ottenere ottimi risultati. Stando a Bassano limitai la mia azione informativa alla Valsugana ed agli altipiani di Lavarone e Folgaria dove gli austriaci facevano studi per grandiose opere militari, che poi noi ben conoscemmo durante la guerra. Il barone cav. D’Anna, col quale ero in relazione, aveva possedimenti a Borgo Valsugana e dintorni dove si preparavano le fortificazioni permanenti del micidiale Panarotta.

Egli coi parenti baroni Raimondo Buffa e Carlo, appassionati cacciatori, potè seguire l’andamento dei lavori servendosi di operai di sua fiducia. Ad ogni operaio, adibito ai lavori di fortificazione e che fosse di sicura fede, era stato dato l’incarico di riferire ogni settimana od ogni quindici giorni, su quello che aveva fatto o che aveva udito o che aveva visto. Si potè così seguire l’andamento dei lavori controllando le notizie ricevute, anche perché gli informatori non sapevano l’un l’altro dell’incarico che erano chiamati a compiere. Il campo era vasto perché in tutto il Trentino si lavorava; era quindi necessario sfruttate tutte le amicizie, relazioni, parentele, per stabilire una fitta rete di informatori, che riferissero notizie anche extra-zona. Queste, portate a Roma e coordinate dall’ufficio informazioni, potevano riuscire utili. Il barone Raimondo Buffa iniziò al nostro servizio anche suo fratello Giuseppe, il quale faceva parte di un covo d’irredentisti mobilitati, che si riunivano a Trento in una villa dell’ingegnere Baisi, dove ognuno riferiva quanto sapeva od era riuscito a sapere. Così dall’ingegnere Baisi, ufficiale richiamato e designato al comando di un’autocolonna trasporto militari, potemmo avere notizie preziose sull’armamento e munizionamento di diverse località importanti, sull’esodo improvviso di quasi tutti i pezzi per colmare i vuoti sul fronte galliziano e sul numero dei riflettori installati nelle opere di Lavarone.

Era un servizio che appassionava e chi era preso nell’ingranaggio difficilmente poteva uscirne. Con grande simpatia ricordo gli incontri procuratimi dal D’Anna col farmacista Ugo Rella di Strigno, che aveva contatti continui cogli ufficiali austriaci che frequentavano il retrobottega della sua farmacia dove parlavano liberamente. Così pure l’incontro con l’ottimo avvocato Miori di Levico, che con pazienza seppe riunire esatte notizie e schizzi topografici sulla prima e seconda linea difensiva, che allacciate ai posti di Folgaria e Lavarone, scendevano in Valsugana per raggiungere poi la dorsale delle Alpi di Fiemme. Ricordo Ezio Garbari di Pergine, giovinetto ardimentoso, percorrere l’altipiano di Lavarone, sfruttare abilmente tutti i suoi parenti, osservare attentamente le costruzioni di nuove strade, prendere nota delle dislocazioni di truppe, seguire le manovre, scrutare tutto ciò che poteva interessare la causa comune e correre poi a Lastebasse, dove avvenivano i nostri incontri, per riferirmi quanto aveva raccolto. Nel 1914 guidò i giovani che intendevano disertare, facendo loro passare il confine, sovente in circostanze rischiose, ma sempre con esito felice. Scoperto dalla gendarmeria, riuscì a sua volta a fuggire miracolosamente, raggiungere Milano dove si arruolò negli alpini combattendo da valoroso e raggiungendo il grado di capitano. Oggi è a Pergine col petto fregiato della medaglia dei valorosi.

Né posso tacere il nome dello sfortunato, ma non meno patriota Ottone Tomassini, al quale si devono preziosi schizzi panoramici del forte di Roncegno e notizie su fortilizi, strade, magazzini. Scoperto, fu condannato ad un anno ed un mese di carcere duro. Nel 1906 ebbi la fortuna di conoscere, per mezzo di un comune amico, Cesare Battisti. Dopo qualche preliminare abboccamento ci capimmo intimamente ed ebbi il suo valido incondizionato appoggio. A lui ricorsi nei momenti e nei casi più difficili e mai mi mancò il suo aiuto ed il suo consiglio. A lui debbo il suggerimento che misi sempre in pratica, di presentarmi ogni volta alla polizia, quando sotto mentite spoglie oltrepassavo il confine, di non parlare mai di politica, di non oziare mai, di sfuggire di giorno tutte le persone amiche ed avere con esse convegni segreti solo di notte ed in località sempre diverse. Egli mi designò quelle alle quali potevo affidarmi con assoluta sicurezza e che per la loro serietà non mi avrebbero mai compromesso.

Le vaste conoscenze che aveva in tutti i campi lo mettevano in grado di sapere molto e di pretendere molto, quindi nulla mi taceva di quanto sapeva e mai inutilmente richiesi il suo aiuto. Ricordo che una volta fui incaricato telegraficamente di conoscere i nomi di componenti una commissione di generali austriaci che partita da Vienna doveva recarsi nella zona di fortificazioni degli altipiani di Lavarone e Folgaria. Mi si chiedeva ancora di raccogliere notizie su quelle ricognizioni. Dato il tempo ristrettissimo ricorsi a lui. Non so quali mezzi avesse adottato, ma certo seppi molto di quanto mi era stato richiesto e mi fece avere anche una carta topografica, importantissima, fatta trafugare da un autista militare.

6. - Promosso capitano nel 1908 fui destinato a Schio e la zona della Valsugana a me tanto cara passò in buone mani, in quelle cioè del tenente Rossi, di cui ho già illustrato le benemerenze. Il territorio importantissimo della compagnia di Schio era una zona quasi vergine per quanto rifletteva informazioni d’oltre confine. Nel 1909 si inaugurò una corsa giornaliera lungo la strada Schio-Piano delle Fugazze-Vallarsa-Rovereto, linea turistica, appoggiata da tutti i patrioti trentini che in essa vedevano lo scambio giornaliero del saluto italico. Membro attivissimo del comitato direttivo della linea automobilistica era l’industriale Francesco Costa già a me noto per un processo subito per l’accoglienza fatta, con amici, a suon di randelli ad una comitiva di pangermanisti, che avevano avuto la peregrina idea di tedeschizzare il trentino, istituendo all’uopo qualche scuola. La conoscenza col Costa fu subito fatta, c’intendemmo pienamente ed incominciammo un lavoro attivo e proficuo.

Il Costa, persona scaltra ed intraprendente, era della scuola del Battisti, di affrontare cioè il nemico direttamente, saggiarlo e possibilmente accaparrarselo per costituirsi un alibi in caso di disgrazia. Seguendo questo principio, dovendo egli illustrare, con fotografie panoramiche, un fascicoletto di pubblicità della linea automobilistica Schio-Rovereto e quindi ritrarre buona parte della Vallarsa, dove erano in progetto opere militari, si rivolse direttamente al capitano Zablondil, capo del Kundschaft- Stelle (posto di informazioni e controspionaggio) e lo pregò, per sua tranquillità, di accompagnarlo nella Vallarsa e verificare così il suo operato ed eventualmente dargli consigli onde evitare qualsiasi noia da parte dell’autorità militare. L’atto rispettoso fu molto apprezzato, le fotografie furono eseguite ed il Costa non venne disturbato nelle altre sue peregrinazioni nel Trentino, riuscendo così a stabilire una fitta rete di informazioni che regolarmente mi venivano trasmesse o portate a Schio.

Così dal dott. Olimpio Scaglia ebbi preziose informazioni sulle manovre di Storo, dove per la prima volta furono eseguiti tiri con un nuovo proiettile d’artiglieria e durante le quali dovevasi constatare la resistenza delle cupole del forte di M. Por alla presenza dell’arciduca ereditario Francesco Ferdinando. Nel 1914 il Costa fu richiamato alle armi e credei di aver perduto il mio braccio destro. Per fortuna venne in mio aiuto il capitano Zablondil, che lo prese per suo autista. Di meglio non si poteva sperare perché ebbe così agio di percorrere quasi giornalmente le zone dove si studiavano gli apprestamenti militari e specialmente quelli sul Pasubio, Col Santo, Pozzacchio, Coni Zugna, Zugna Torta, ecc. In tal modo io riuscivo a sapere con sicurezza assoluta quanto in quelle località si praticava.

In quel tempo mi occorreva conoscere le disposizioni riservatissime date ai comuni per concorrere alle varie operazioni di mobilitazione. L’impresa non era facile perché si doveva ottenere la complicità dell’autorità comunale, sottoposta alla vigilanza quasi giornaliera della gendarmeria, o farla cadere in qualche tranello. Il Costa, come sempre, non rifiutò ditentare l’impresa e con l’appoggio del comune amico Arturo Menegatti, farmacista di Calliano, il cui nome tornerà in seguito in queste note, riuscì con uno stratagemma ingegnoso a far aprire la cassaforte al sindaco ed a trafugare il documento. Questo venne copiato nella notte dalla consorte del Menegatti, per modo che il mattino successivo eseguendo una manovra inversa si potè rimetterlo a posto. Il Costa nella stessa giornata, nascondendo il documento in un copertone della sua automobile, raggiunge il Piano delle Fugazze dove, avvertito telefonicamente, mi recai a riceverlo.

Un brutto giorno però questo prezioso collaboratore, nonostante la protezione del capitano Zablondil, che mai sospettò di lui, fu destinato in Gallizia. Deciso a non recarvisi, chiese un permesso per andare ad Avio a riscuotere un credito e potè così passare il nostro confine. Ottimi collaboratori furono anche i fratelli Luigi e Valerio Costa. Il primo quale proprietario di mulini aveva il permesso di girare liberamente tutto il basso Trentino e quindi agio di raccogliere utili notizie dai contadini che lavoravano nei forti o nelle trincee. A lui si devono le ottime e dettagliate notizie sul forte di M. Biaena, caposaldo della difesa della Val Lagarina. A sua volta il Valerio non fu meno prezioso con importanti notizie date sul forte di Pozzacchio, sulle opere di isolamento dei forti di Dossaccio e Busi in Travignolo.

7. Giungiamo così al maggio 1915. La guerra era presentita vicinissima, le notizie d’oltre confine difficili ad aversi o poco attendibili. I patrioti erano venuti in Italia, i pochissimi rimasti erano sorvegliatissimi e quasi nell’impossibilità di muoversi, tutti poi risentivano dell’inevitabile nervosismo del momento che stava per diventare tragico, quindi informazioni spesso esagerate, inesatte e contradittorie. Circa il monte Pasubio, che domina la città di Schio, correvano le voci più disparate, io insistevo sul suo completo disarmo, perché frutto di ripetute osservazioni oculari e perché con una ardita squadra di carabinieri più volte mi ero inerpicato per quelle vette, in parte nostre e in parte austriache, e perché infine ero tenuto al corrente settimanalmente da parte del buon dott. Giacomo Martinelli, sanitario della gendarmeria e della finanza. Insistevano invece altri nel dichiararlo munitissimo di difese.

Benché sicuro di quanto il Martinelli mi aveva sempre esattamente riferito, colla mia squadra speciale il 22 maggio 1915 raggiunsi, in circostanze non certo facili, il monte Pasubio, mi spinsi al Coisanto e finalmente potei riferire che la importantissima zona era sempre disarmata e priva di truppe di copertura e che poteva essere occupata di sorpresa quando l’azione fosse stata eseguita il più sollecitamente possibile. L’occupazione infatti avvenne nella notte dal 23 al 24 maggio, guidata dal carabiniere Lero e così Schio fu salva! Il Martinelli però era caduto in sospetto. Per fortuna il 22 maggio potè essere tempestivamente avvertito the si preparava il suo arresto ad opera di guardie di finanza, e quando queste si recarono nella sua abitazione egli gettandosi dal balcone della sua casa, raggiunse con qualche peripezia il Piano delle Pugazze, di dove indisturbato scese a Schio. Torna ora il nome del farmacista Arturo Menegatti, veramente benemerito per la causa nazionale.

A Calliano esisteva un parco automobilistico militare di dove partivano tutti i pezzi ed il materiale bellico destinato alle grandiose opere di fortificazione costruite sugli altipiani di Folgaria e Lavarone. Penetrarvi era impossibile, essendo vietate anche le soste in paese, così pure intrecciare relazioni col personale, quasi tutto czeco e boemo. Il Menegatti si incaricò di venirne a capo. Adagio, adagio seppe guadagnarsi la fiducia del personale ferroviario e per mezzo di un impiegato, che per ragioni del suo ufficio doveva registrare tutto il materiale in arrivo ed in partenza, ebbe dati precisi e sicuri sulle quantità e qualità del materiale bellico, nonché sui calibri dei pezzi. Non contento di ciò il Menegatti toglieva dalla sua farmacia dell’ottimo cognac e dello squisito maraschino, che distribuiva largamente ai soldati boemi inducendoli a confidenze utilissime. Gli avvenimenti politici incalzavano ed anche l’opera preziosa del Menegatti venne a mancare. Benché contasse 48 anni, pure la sua classe stava per essere richiamata. Il 12 aprile 1915 fuggì da Calliano, ma sorpreso dalla gendarmeria austriaca quando stava per varcare il confine fu accompagnato a Casotto per essere tradotto a Trento quale disertore. Approfittando però d’un momento di minor sorveglianza riuscì a darsi alla fuga e questa volta a raggiungere il confine e, passando l’Astico, a guadagnare la sponda italiana.