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  • Anno 2003
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  • Supplemento al N.4
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  • Capitolo 1
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1. Premessa

Lo Stato è il supremo garante delle condizioni di vita dei suoi consociati e pertanto deve assumersi la responsabilità di ricercare, garantire e mantenere le condizioni che assicurino il libero e ordinato svolgersi della vita sociale. La comunità, al suo interno, deve confrontarsi con spinte contrarie alle sue finalità: tra queste, in primo luogo, la violazione delle leggi poste a fondamento della struttura sociale. L’ordinamento giuridico persegue, anche al fine di garantire la sua stessa sopravvivenza, l’obiettivo di prevenire, impedire e reprimere i comportamenti che contrastano con le norme che lo compongono e che per tale motivo vengono qualificati illeciti. In tal senso, lo Stato, nella sua funzione di depositario delle scelte legislative e di attuatore delle stesse a mezzo dei suoi apparati, è il titolare delle scelte di politica criminale, dopo aver individuato i beni giuridici meritevoli di tutela, primo tra tutti quello della libertà del cittadino poiché “dalla bontà delle leggi penali dipende principalmente la libertà del cittadino(1)”.

Pertanto, lo Stato ha la necessità di allestire un apparato difensivo interno, costituito da organismi, disposizioni legislative, modalità attuative, per garantire la sua integrità rispetto alla minaccia di azioni contrarie alle sue finalità ed alla sopravvivenza dell’ordinamento. Nell’esercizio di questa funzione, deve essere riconosciuta allo Stato la potestà di adottare, in determinate situazioni, provvedimenti autoritativi diretti verso gruppi di cittadini, od anche verso il singolo, capaci di limitarne, sia pure temporaneamente, l’esercizio di alcuni diritti, che peraltro non possono essere limitati da nessun’altra manifestazione di volontà esterna. Vi è, accanto, la necessità di fornire risposte tranquillizzanti ai consociati, che nei comportamenti antisociali intravedono la lesione o la messa in pericolo di un sistema di valori di riferimento, cui essi affidano il sereno svolgersi della vita quotidiana.

L’insicurezza, prima di essere un fatto, è una sensazione; chi detiene responsabilità politiche ed istituzionali deve comprendere quali siano le ragioni che sono all’origine del senso di insicurezza, considerando comunque che esso fa leva su due elementi: la sensazione dell’impunità del criminale e la frequente disattenzione verso la vittima. Nel campo penale questo scopo è affidato principalmente alle pene detentive (ergastolo reclusione ed arresto)e pecuniarie (multa e ammenda), le quali costituiscono, in via principale, una punizione a fronte della commissione di un illecito (funzione retributiva)e mirano, in fase di esecuzione, alla rieducazione del reo (funzione correttiva). La pena svolge, altresì, in tale contesto, una funzione di deterrenza, quale elemento di intimidazione che esorta a non commettere reati (funzione preventiva). In definitiva, deve riconoscersi che “…lo Stato, attuando la giustizia penale, provvede alla necessità della difesa sociale, e poiché l’umana società (nazione) può essere minacciata e danneggiata dall’esterno o dall’interno, lo Stato ha due funzioni supreme di difesa sociale, che sono: la difesa militare contro le aggressioni esterne e la giustizia penale contro le aggressioni interne quando sono già avvenute, la polizia di sicurezza prima che avvengano(2)”.

Approfondimenti

(1) - MONTESQUIEU, Lo spirito delle leggi, Libro XII, Rizzoli, Milano, 1989, pag. 341.
(2) - FERRI, Principi di diritto criminale, Torino, 1928, pag.110.