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I delitti seriali. Le valutazioni psicopatologiche.

Marco Cannavicci


1. Entrare nel lato oscuro della mente umana

Ogni volta che nella nostra vita ci occupiamo di un evento in grado di procurarci delle forti sensazioni, delle emozioni coinvolgenti, questo evento continua poi a vivere nella nostra mente, nella nostra memoria, nella nostra affettività. Entra permanentemente a far parte del bagaglio delle nostre esperienze e dei nostri vissuti affettivi. Quando l’evento di cui ci occupiamo riguarda gli atti di violenza, gli atti di brutalità commessi da un uomo su un altro uomo, oppure riguarda le sofferenze, il sangue, il dolore, tutto quello che di emotivo è in grado di scatenare continua poi a vivere dentro di noi. Se occuparci della violenza fa parte del nostro lavoro quotidiano ecco che alla fine la nostra personalità ne viene pervasa, logorata, condizionata, stravolta. Dopo un po’ di tempo non siamo più quelli di prima.

Il lavoro delle investigazioni nei delitti commessi dagli assassini seriali espone l’investigatore al contatto quotidiano con le aberrazioni della mente e del comportamento umano. È difficile rimanerne distaccati, indifferenti, neutrali: qualcosa nella mente dell’investigatore cambia, si modifica, peggiora. Per sua naturale difesa psicologica, la mente colpita dalle immagini della violenza diventa insensibile, cinica, fredda, indifferente. In queste condizioni è molto difficile continuare a guardare alla vita con serenità, con equilibrio, con gioia. È difficile tornare a casa, la sera, dopo una giornata di forti emozioni, sedersi a tavola con i propri cari e continuare a vivere come se nulla fosse successo.

“Se guardi nell’abisso, l’abisso guarderà in te, …”(Nietzsche). Quando meno ce lo aspettiamo lo spettro della violenza torna a farci visita, di notte, in auto, con il viso dei nostri figli o del coniuge, quando siamo stanchi, soli e sfiduciati. Ed il flashback di quelle immagini brutali ci colpisce ancora e ancora una volta ci scuote, ci ricorda che la vita è dolore, è sofferenza, è violenza. In qualche modo il crimine entra a far parte della nostra vita e la rende dolorosa, difficile, insomma troppo diversa dal normale vivere quotidiano. Ogni investigatore deve essere preparato a questo confronto, a questo sacrificio, a questa convivenza. Altrimenti è bene non entrare nella parte oscura del comportamento umano.


2. Il movente psicopatologico

I delitti commessi mettendo in atto una notevole quota di violenza possono essere interpretati secondo diverse chiavi di lettura. La chiave più frequente, ed anche la più facile, è quella del delitto per interesse, in cui agli investigatori il movente appare subito chiaro ed orienta le indagini in modo determinante. La chiave di lettura più difficile invece è quella psicopatologica: il delitto violento viene commesso per soddisfare un piacere psicologico o per alleviare una angoscia, per placare una tensione emotiva o una forte emozione divenuta insostenibile.
Per capire questo movente è necessario capire lo stato emotivo ed affettivo che lo ha prodotto. È molto difficile poterlo e saperlo fare, la difficoltà risiede nel fatto che il movente psicopatologico è tutto nella mente dell’autore, nelle sue fantasie, nei suoi bisogni perversi. Per capire un movente psicopatologico dobbiamo capire la mente che lo ha prodotto. Dobbiamo quindi entrare nella sua mente ed iniziare a ragionare con i suoi schemi mentali.

La mente umana si studia e si comprende solo utilizzando come strumento la propria mente e questo rende il compito estremamente difficile e delicato: solo un esperto della mente può capire i meccanismi della mente altrui. E se nella mente i meccanismi conducono ad atti criminali, ecco che l’esperto deve essere ancora più esperto: deve essere un investigatore in grado di capire i meccanismi perversi della mente del criminale.
Un esperto così non si trova facilmente, non basta essere psicologici o psichiatri per potersi definire esperti di psicopatologia criminale. Un esperto di questo tipo deve essere costruito nel tempo e, soprattutto, sul campo pratico delle investigazioni reali, mettendo quotidianamente insieme, nella propria esperienza investigativa, i pezzi ed i tasselli di più conoscenze diverse.
Deve sapere di psicologia, di psichiatria, di diritto, di sociologia, di tecniche investigative e deve saper collaborare con tutte le persone che sono coinvolte nell’indagine di un delitto.
Torniamo al movente psicopatologico. Il movente è uno dei punti più spinosi dell’analisi investigativa criminale ed anche uno dei più critici. Se non si chiarisce il perché sia stato commesso un particolare delitto, è difficile arrivare ad una conclusione significativa sulla tipologia comportamentale e sulla personalità dell’autore del reato.

Se, una volta esaminate le risultanze dell’analisi della scena del crimine, non è possibile risalire ad un movente “logico”, razionale o materiale, allora è il momento di iniziare a mettere in conto un movente di tipo psicopatologico, irrazionale, emotivo, che spesso, ma non sempre, affonda le radici in un disturbo psichiatrico.
Tutti i delitti hanno un movente, tutti i delitti assumono un senso in base ad una certa logica, sia pure una logica interiore, esclusiva e peculiare della mente dell’autore, senza alcun punto di contatto con una logica “oggettiva”.

Studiando la mente dell’autore di un omicidio, alla ricerca del suo movente psicopatologico, molto spesso ci si imbatte in individui dalla personalità paranoidea, delirante, ma ancora capace di ragionamenti lucidi al punto da comprendere che il proprio atto è contro la legge, di scegliere di commetterlo ugualmente perché ritenuto “giusto” e di prendere tutte le precauzioni per non essere scoperto e individuato. Se per compiere i suoi delitti l’assassino seriale deve spostarsi probabilmente è in grado di guidare ed ha la patente, ha un lavoro ed uno stile di vita apparentemente normale e che lo mette quotidianamente a contatto con alcune persone. Persone che non sanno e non sospetterebbero mai di avere a che fare con un assassino, al massimo lo possono giudicare un tipo un po’ “strano”, un tipo chiuso e niente di più. I criminali di cui ci occupiamo in questo studio, gli autori di crimini seriali, non uccidono per uno scopo materiale, come farebbe un rapinatore a caccia di soldi o di preziosi. Gli assassini seriali uccidono, stuprano, torturano le loro vittime semplicemente perché ne ricavano un grande piacere. Piacere che, una volta provato, vogliono ripetere e ripetere ancora.

Il gesto di compiere atti crudeli li appaga e li gratifica emotivamente, ed offre loro quella piacevole sensazione di dominio e di controllo che manca del tutto nella loro vita quotidiana. Gli autori seriali traggono talmente tanto piacere nel compiere questi atti crudeli che continuano a riviverli nelle loro fantasie fino al momento in cui desiderano imperiosamente di ripeterli ed hanno un compulsivo bisogno, come un tossicodipendente, di rinnovare “la dose” del piacere. L’analisi e lo studio dell’autore di un delitto, con movente psicopatologico, prende avvio dalla ricostruzione e dalla valutazione dei suoi atti sulla scena del crimine. Ricostruire il suo comportamento aiuta a comprendere da quali fantasie e da quali bisogni il suo atto criminale è stato ispirato. Sulla scena del crimine abbiamo il cadavere, le ferite che sono state prodotte sul suo corpo, il numero di queste, la posizione sul corpo, il tempo con cui sono state prodotte. Dallo studio del cadavere si può capire che il killer seriale vuole un contatto fisico, molto ravvicinato, con la vittima e con il suo sangue. Per questo motivo difficilmente usa una pistola, molto spesso usa il suo coltello oppure direttamente le sue mani.

Lo studio investigativo prende l’avvio dall’analisi della vittima e da come su di lei ha usato il coltello e oppure da come ha usato le mani per controllare la vittima e manipolarne il cadavere poi.
Davanti ad una serie di delitti commessi ad una certa distanza l’uno dall’altro, è importante concentrarsi, quando è possibile, sul primo delitto. Il primo delitto della serie attribuita alla stessa mano è, dal punto di vista investigativo, il più importante. Rappresenta una svolta nel suo curriculum di violenza e di solito è accompagnato da una fortissima tensione emotiva al punto che tutto avviene in luoghi per l’assassino molto ben conosciuti, luoghi ove si sa muovere facilmente anche in preda a fortissima agitazione emotiva.
Negli omicidi plurimi le statistiche e gli studi americani forniscono altre informazioni: ci dicono che l’assassino appartiene alla stessa razza della vittima e che un assassino comincia sempre da ciò che gli dà più sollievo e piacere. Di solito i criminali violenti cominciano mettendo in atto le proprie fantasie omicide nei luoghi che conoscono meglio, perché lì si sentono più al sicuro e possono muoversi a proprio agio. Ecco perché il riconoscere il primo reato della serie è così importante. Il passaggio dalla fantasia al comportamento reale rappresenta un importante salto di qualità che provoca nell’autore un notevole tasso di stress emotivo. Se non accade improvvisamente o fortuitamente nel corso di altri reati, deve essere premeditato e nel disegno criminale il luogo scelto è sempre un luogo familiare dove sia facile muoversi, agire e fuggire.
In conclusione possiamo affermare che, sulla base delle motivazioni psicopatologiche, gli autori di crimini seriali possono essere suddivisi in:
- autori psicotici: si tratta di soggetti affetti da schizofrenia, oppure da psicosi paranoica delirante, i quali uccidono perché guidati nel loro comportamento da allucinazioni uditive (le voci imperative che obbligano ad uccidere e bere il sangue) a cui aderiscono acriticamente con un pensiero delirante sia di tipo mistico che di grandezza;
- autori psicopatici: soggetti affetti da disturbi della personalità di vario tipo, i quali uccidono per soddisfare il gusto di uccidere, per l’emozione ed il piacere che provoca sapendo di compiere un atto criminale, per il senso di onnipotenza che deriva dal poter disporre della vita di un’altra persona; in questa categoria troviamo ad esempio i lust murderer (assassini per libidine), per i quali l’omicidio riveste il ruolo dell’unica gratificazione sessuale in grado di provocare l’orgasmo; vi troviamo inoltre i killer per motivazioni morali (i cosiddetti assassini “missionari”) che uccidono prostitute, omosessuali, barboni e drogati per ripulire la società dalla “feccia” che la sporca.


3. Il modus operandi e la firma

Il modus operandi è definibile come il comportamento funzionale alla effettuazione del delitto. In pratica è ciò che il criminale mette in atto nell’esecuzione del crimine.
Il modus operandi ha le caratteristiche della dinamicità e della flessibilità in quanto può evolversi nel tempo essendo determinato anche dal feedback di apprendimento che il criminale vive durante le esperienze effettuate di delitto in delitto. Nell’evolversi degli omicidi seriali l’assassino può cambiare certi suoi comportamenti a seconda delle circostanze o delle esperienze del passato. Le esperienze insegnano all’autore del delitto, ad esempio, che una parrucca è un travestimento migliore di un passamontagna oppure che un martello è un’arma non meno efficiente di un coltello o di una pistola, ma è molto più facile giustificarne il trasporto.
Il modus operandi può mutare, evolversi, adattarsi per ragioni, oggettive o presunte, di opportunità. Indicatori significativi del modus operandi sono l’efferatezza, la crudeltà e la preferenza per le armi bianche (il coltello).

Tuttavia nel corso di una dinamica delittuosa possono evidenziarsi anche comportamenti non funzionali al conseguimento di quello che sembra essere lo scopo ultimo del delitto. Rilevare la presenza di comportamenti apparentemente gratuiti e non funzionali è estremamente importante per capire meglio la personalità dell’autore. Il complesso di questi comportamenti gratuiti, ma che rispondono ai suoi bisogni psicologici, è definito dagli investigatori “firma”. Da sempre gli investigatori attribuiscono grande importanza al modus operandi, cioè alle modalità usate per compiere il delitto che possono andare dal ricorso, ad esempio, al coltello o alla pistola, oppure il metodo per sequestrare una vittima.
Theodore (Ted) Bundy è stato uno dei più noti assassini della storia americana. Sequestrò, uccise e stuprò decine di giovani donne in molti stati degli USA. Usava uno stratagemma per avvicinare le vittime: si presentava con un braccio ingessato e legato al collo in modo da apparire ostacolato nei movimenti. Chiedeva alla vittima prescelta di aiutarlo a spostare qualche oggetto pesante e quando la vittima abbassava la guardia, lui l’aggrediva. Il romanziere Thomas Harris attribuì questo particolare modus operandi al personaggio di Buffalo Bill nel suo romanzo “Il silenzio degli innocenti”.

È importante evidenziare che mentre il ricorso al trucco del braccio ingessato allo scopo di sequestrare la vittima è un modus operandi, non lo è la modalità di uccidere e di manipolare il cadavere. Per queste modalità si usa il termine di “firma” in quanto, come la firma, è un tratto personale, specifico e soggettivo, dell’individuo. Mentre il modus operandi indica ciò che l’autore di un reato mette in atto per compierlo, la “firma” indica il motivo per cui lo fa: l’azione che lo soddisfa emotivamente. Talvolta il confine fra il modus operandi e la firma è sottile e dipende dalla ragione per cui il delitto è stato commesso. Infine è necessario sottolineare che mentre la “firma” è statica, sempre costante, il modus operandi è dinamico, cioè si sviluppa a mano a mano che il reo procede nel suo cammino criminale ed apprende dall’esperienza. Se escogitasse un sistema migliore per controllare la sua vittima o per liberarsi del cadavere, lo adotterebbe. Non cambia invece la ragione emotiva che lo induce a compiere il delitto. Naturalmente nei reati comuni, come la rapina in banca, il modus operandi è l’unico elemento che conta. Il motivo è rappresentato, ovviamente, dai soldi. Ma nei delitti seriali a sfondo sessuale, l’analisi della “firma” può essere un punto di cruciale importanza, soprattutto per collegare una sequenza di omicidi.

La firma è rappresentata, come abbiamo detto, dai comportamenti gratuiti, non funzionali al delitto, messi in atto solo per raggiungere un “appagamento psicologico”. Mentre il modus operandi evolve di delitto in delitto, la “firma” rimane costante in ogni delitto e non varia negli anni.
La “firma” costituisce il principale elemento che può aiutare a collegare omicidi diversi attribuendoli alla stessa mano. Possiamo aggiungere che gli atti che rappresentano la “firma” del criminale possono essere sia consapevoli che inconsapevoli. Gli atti consapevoli hanno una finalità gratificatoria della scena rituale e riproduce la fantasia dominante dell’autore. Gli atti inconsapevoli dipendono da automatismi dovuti semplicemente alle abitudini del criminale.
Nella “firma” può ad esempio rientrare l’overkilling (eccesso di omicidio), cioè il bisogno di trarre piacere dal supplizio della carne, nel dare completo sfogo alle pulsioni di morte.

È importante poter individuare la motivazione ed i bisogni di un assassino perché questa conoscenza è estremamente utile per poter gettare le fondamenta di un profilo psicologico dell’autore degli omicidi.
Nel considerare gli aspetti motivazionali di un delitto i comportamenti dell’autore vengono suddivisi a seconda delle loro caratteristiche in “strumentali” (o funzionali) ed “espressivi” (o non funzionali). La motivazione “strumentale” si riferisce a situazioni nelle quali certi comportamenti facilitano la commissione del delitto, mentre la motivazione “espressiva” fa riferimento a comportamenti che non sono necessari, strumentali, alla commissione del crimine.
Questi ultimi comportamenti possono essere l’espressione di una grave psicopatologia o la manifestazione di una fantasia ossessiva. Nel caso di una riscontrata gratuità della manipolazione post-mortem della vittima (legatura, morsi, rapporti carnali, …), con la motivazione “espressiva”, il caso si presta particolarmente bene alla definizione del profilo dell’autore. Tuttavia non sempre il grado di motivazione, sia strumentale sia espressiva, è chiaro: un certo comportamento può essere dovuto a motivi talmente diversi.

LE MANIPOLAZIONI POST-MORTEM
NECROFILIAÈ un contatto sessuale con un cadavere; i soggetti autori di tali atti possono soffrire di varie forme di psicopatologia ed essere considerati sia degli autori organizzati che disorganizzati; in genere l’organizzato inserisce il proprio pene nel corpo della vittima, mentre il disorganizzato inserisce corpi estranei.
VAMPIRISMOÈ l’ingestione del sangue della vittima; l’autore di solito soffre di una grave psicopatologia di tipo psicotico, come la schizofrenia; nella loro storia sono riportati episodi di autoferite prodotte sul proprio corpo per bere il proprio sangue oppure l’uccisione di piccoli animali per raccogliere il sangue da bere.
SMEMBRAMENTOGeneralmente non discende da una psicopatologia, bensì dal bisogno pratico di come disfarsi del cadavere o renderne difficile l’identificazione (motivazione strumentale); tuttavia un assassino psicotico (disorganizzato) potrebbe agire sul cadavere con tale frenesia da smembrarlo ed in ogni caso si osserva mutilazione dei seni, del pube, oppure segni di cannibalismo.
CANNIBALISMOÈ l’ingestione della carne umana (detta anche antropofagia o necrofagia); generalmente è associato a psicopatologie di tipo psicotico, come la schizofrenia.

Possono andare dalle allucinazioni che accompagnano delle gravi psicopatologie di tipo psicotico, fino ad atti lucidi e razionali. Inoltre motivazioni strumentali ed espressive possono riscontrarsi nel medesimo autore: un noto serial killer americano smembrava i cadaveri delle vittime per liberarsene con maggior facilità (strumentale), ma al tempo stesso praticava atti cannibalici (espressiva).


4. I meccanismi mentali

Tutti gli esseri umani rispondono, nel loro funzionamento mentale, ad uno schema elementare di base: stimolo-elaborazione-risposta. Per stimolo intendiamo l’insieme delle percezioni che dall’esterno e dall’interno giungono al cervello; per elaborazione intendiamo l’attività mentale che viene effettuata sugli stimoli; per risposta intendiamo il comportamento attivo o passivo che viene scelto e messo in atto dal cervello.
Stimoli molto potenti sono rappresentati dalla percezione del piacere, della minaccia, del dolore, della soddisfazione, della sofferenza, della gioia, insomma degli stati emotivi particolarmente intensi che obbligano il cervello a tenerne conto, a rifletterci sopra e a dare una risposta. L’elaborazione del cervello viene effettuata tenendo conto delle due finalità biologiche di base, fondamentali, per ogni essere vivente: il mantenimento in vita e la continuità della specie.
La risposta può spaziare dalla scelta dell’avvicinamento, dell’attacco e della conquista verso ciò che stimola piacere fino alla scelta della fuga da ciò che stimola minaccia e sofferenza (la cosiddetta risposta “flight or fight”).
Le finalità biologiche di base, mantenimento in vita e continuità della specie, vengono ad essere assicurate in modo tanto più efficace quanto più ricco e vario è il bagaglio neurologico di base: più neuroni permettono più connessioni neurologiche e questo permette lo sviluppo di maggiori opzioni comportamentali fra cui scegliere, con il pensiero, la riflessione e l’intelligenza, le condotte più efficaci per ottenere le finalità desiderate. Se la risposta comportamentale è efficace il cervello libera un neuromodulatore, l’endorfina, che può provocare un forte piacere. Il piacere provato è alla base dell’apprendimento positivo, del rinforzo, della ripetizione di quel comportamento. Se la risposta comportamentale è inefficace il cervello libera altri neurotrasmettitori, come il cortisolo e l’adrenalina, che possono provocare la sensazione di sofferenza, dolore, stress. Queste sensazioni determinano un apprendimento negativo di quel comportamento e quindi della estinzione, della perdita di quella modalità di risposta. Provare piacere (endorfine) o sofferenza (cortisolo) è il modo con cui il cervello ci obbliga a riprodurre un comportamento oppure ad evitarlo.

Nel nostro cervello tali modalità sono stabilite da un tipo particolare di connessione fra le parti che in qualche modo vengono a suddividere il cervello in un insieme di tre cervelli:
- un cervello “rettile”, rappresentato dal tronco encefalico e dal bulbo, è deputato alle funzioni neurovegetative corporee (bere, mangiare, respirare, la sessualità, la traspirazione, la circolazione sanguigna, …);
- un cervello “affettivo”, rappresentato dal lobo limbico e dai nuclei della base, è deputato al ricordo, al piacere, alla sofferenza, all’emotività;
- un cervello “razionale”, rappresentato dalla corteccia cerebrale, è deputato alle funzioni razionali tipiche della logica e dell’intelligenza.

Tutti gli stimoli esterni giungono al cervello “affettivo”, il talamo ed il lobo limbico, dove vengono interpretati emotivamente secondo le dimensioni piacere/sofferenza, gioia/dolore, amore/odio, ed in base a tale interpretazione vengono impartiti ordini alle altre parti del cervello.
Al cervello “rettile” per modificare lo stato neurovegetativo del corpo e al cervello “razionale” per pensare e mettere a punto una strategia di lotta o di fuga, di avvicinamento o di allontanamento dallo stimolo, di seduzione o di aggressività. In questo modo la risposta comportamentale è dettata dallo stato emotivo ed accompagnata da una adeguata emotività e permessa secondo le regole logiche e sociali che la corteccia cerebrale deve elaborare. Di norma è il cervello “affettivo” che determina le risposte comportamentali, il cervello “rettile” che le rinforza e le colora con stati corporei (neurovegetativi) adeguati con la promessa del piacevole bagno endorfinico. È il cervello “razionale” che poi le mitiga e le controlla secondo i parametri del comportamento sociale con la minaccia ansiosa della punizione e della sofferenza.

Il cervello “affettivo” funziona secondo i bisogni, personali e sociali, della persona ed è di norma un funzionamento egoista, egocentrico, lussurioso, vendicativo, aggressivo, possessivo, mentre il cervello “razionale” funziona tenendo conto degli obblighi sociali ed interpersonali (le regole educative) e deve continuamente mettere a punto difese verso tutti i pericolosi egoismi del cervello “affettivo”. Dalla mediazione del cervello “razionale” si ha quali comportamenti mettere in atto, quali reprimere, quali vivere in modo clandestino, quali vivere solo con la propria fantasia e quali devono essere controllati dallo sviluppo di sintomi psichiatrici (fobie, ossessioni, compulsioni, ansia).

Schematizzando possiamo dire che:
- il cervello “affettivo” funziona secondo i bisogni personali, provoca emozioni che spaziano dal piacere alla paura ed è in grado di sviluppare qualsiasi tipo di fantasia per soddisfare quei bisogni;
- il cervello “rettile” funziona dando forza ai bisogni e alle fantasie attraverso una potente attivazione somatica neurovegetativa che è in grado di sviluppare marcati stati di eccitazione;
- il cervello “razionale” funziona elaborando il modo con cui mettere in atto le fantasie elaborate ed amplificate dall’eccitazione somatica, modo elaborato secondo nessi logici che stabiliscono, in ultima analisi, la decisione sul come agire.


5. Il piacere e la sofferenza

È interessante notare che sia nel piacere, sia nella sofferenza e sia nella paura avviene la stessa stimolazione ed eccitazione neurovegetativa: la palpitazione del cuore (cuore impazzito), la fame d’aria (nodo alla gola), i muscoli contratti (tremore), i visceri contratti (buco allo stomaco), la sudorazione (tutto bagnato), la vasocostrizione (pallido, sbiancato), l’ipertensione (sbandamenti). Questa eccitazione neurovegetativa, se è provocata da uno stimolo di piacere, determina un comportamento di avvicinamento, di attacco, di lotta e di conquista. L’emozione positiva genera sempre il bisogno di un’azione motoria e comportamentale. Se lo stimolo è positivo, in ogni caso avviene una risposta motoria, un’azione che permette all’organismo di ritrovare un suo equilibrio neurovegetativo bruciando tutta l’eccitazione provocata.

Se invece l’eccitazione è provocata da uno stimolo negativo, di paura, di minaccia che modifica lo stato neurovegetativo dell’organismo, ma non viene bruciato dall’azione e dal comportamento e che viene vissuto con l’inibizione e l’attesa ecco che questa inibizione viene ad essere spiegata con l’affermazione “sto male”, perché l’eccitazione neurovegetativa è interpretata come sintomo di malattia. Il dirsi “sto male” permette alla persona di continuare a non agire, non affrontare, non rispondere, avendo una buona scusa per sottrarsi alla situazione minacciosa e spiacevole. Quindi gli stimoli che giungono al cervello provocano fantasie di piacere o di paura alle quali si collega uno stato di eccitazione che spinge al comportamento, all’azione, alla risposta rispetto alla iniziale fantasia.

Se la risposta è positiva il piacere viene realizzato e questo determina il rinforzo e la ripetizione di quel comportamento rispetto alla ripetizione degli stessi stimoli. Se la risposta è negativa o il cervello “razionale” inibisce la risposta perché non consentita dalle regole sociali ed interpersonali (ansia) ecco che quegli stimoli provocano uno stato di malessere (sto male) e quindi per evitare gli stimoli è necessario sviluppare difese fobiche, ossessive, compulsive, oppure delle formazioni reattive. Al termine della sequenza “stimoli-fantasie-eccitazione-modi di agire” è possibile intuire che l’azione non potrà mai essere così come la fantasia suggerisce perché le fantasie di piacere e di paura non sono compatibili con il comportamento sociale ed interpersonale: è necessario mediare, modificare, effettuare dei compromessi, limitare, censurare.

È per questo motivo che esistono le difese psicologiche che il cervello “razionale” continuamente mette in atto. Se le difese sono efficaci si ha la situazione di normalità psicologica e la persona continua a vivere al riparo dalle tempeste emotive che si producono al suo interno. Se le difese sono inefficaci si ha la produzione di sintomi psicopatologici che sono compresi nella personalità nevrotica con uno spettro di sintomi che può spaziare dalla fobia, alla ossessione, alla compulsione, alla somatizzazione neurovegetativa, all’ipocondria. Se le difese sono immature si ha la produzione di condotte antisociali che sono comprese nella personalità ribelle ad ogni forma di regola o di disciplina. Se le difese sono assenti si ha la produzione di comportamenti psicotici in cui non esiste la realtà esterna, ma solo quella interna, allucinatoria e delirante, in cui le fantasie “affettive” vengono messe in atto integralmente, così come vengono prodotte, senza alcuna mediazione, alcun compromesso ed alcuna censura “razionale”.


6. Il comportamento è il “sintomo” della personalità

Torniamo ora ad occuparci degli assassini seriali. Secondo il noto psicologo Karl Jasper “il comportamento della persona è il sintomo della sua personalità” e quindi, per comprendere la personalità dell’autore dei crimini seriali, è necessario partire dallo studio del suo sintomo comportamentale più importante: il comportamento sulla scena del delitto.
Il comportamento sulla scena del delitto nasce dalle fantasie che precedentemente si sono prodotte nella mente dell’assassino, secondo i suoi bisogni psicologici, e a cui collega stati affettivi di piacere che lo spingono all’azione attraverso una tensione psicologica sempre crescente. Quando la tensione psicologica sale a livelli molto elevati l’autore cerca la condizione ambientale e situazionale più adatta per mettere in atto la sua fantasia. La tensione psicologica crescente, normalmente, è repressa e mascherata dai meccanismi di difesa psicologici, ma sotto la spinta di stimoli emotivi esterni, per il realizzarsi di circostanze occasionali non premeditate, oppure spinta ed alimentata da stimoli interni in occasione di circostanze volute, cercate, premeditate, rappresenta una potente spinta all’azione aggressiva, violenta, criminale.

I tratti psicologici più arcaici, antisociali, aggressivi e violenti, normalmente repressi, e presenti in tutte le persone (per l’interazione del cervello impulsivo del rettile con la parte “affettiva ed emotiva” del cervello), superano le dighe dell’educazione e della moralità debordando in comportamenti che producono violenza, aggressività, sadismo.
Al di fuori delle circostanze collegate con il delitto il comportamento e lo stato psicologico della persona è “normale”, in quanto i meccanismi di difesa e di controllo del cervello “razionale”, presenti sulla corteccia cerebrale, sono attivi e funzionanti. Questi meccanismi inibitori rendono gli autori di crimini seriali, nel periodo tra un crimine e l’altro, dei soggetti miti, introversi, con scarsa competitività sociale, semplici, controllati. Tuttavia i vincoli biologici interiori,
nell’interazione tra gli impulsi e la carica emotiva che li alimenta, provocano una vita interiore fatta di forti fantasie e di forti emozioni. Soggetti miti ed introversi dunque, ma dalle fortissime emozioni interiori. Altri autori e studiosi della psicologia comportamentale, e lo stesso luogo comune sociale, vogliono che il comportamento sia lo specchio della personalità.

Di una particolare personalità di riferimento che tuttavia non può essere in alcun modo generalizzata: lo studio del comportamento umano non è una scienza esatta. È una scienza empirica, che basa le sue conoscenze sulle esperienze e sulle osservazioni dirette delle manifestazioni psicologiche. Attraverso le nuove conoscenze si aggiornano continuamente teorie e metodiche di studio. Non è dunque una scienza esatta, è solo potenzialmente prevedibile. Perché è importante capire il motivo che spinge un assassino ad agire in un certo modo? Perché è importante poter prevedere il suo comportamento pur ignorando la sua identità? Un autore di crimini seriali non è in grado di fermarsi da solo, smette di uccidere solo se viene catturato o se viene ucciso. Per catturarlo è essenziale prevedere il suo comportamento futuro, le mosse che metterà in atto, oppure provocando il suo comportamento attraverso degli stimoli ad hoc che possono essere mandati anche attraverso studiati articoli dei giornali (che l’assassino legge con scrupolo ed assiduità). La psicologia comportamentale è una scienza empirica, abbiamo detto, e per sapere quello che succede nella mente di un assassino, così come quello che accade nella mente di uno stupratore, di un piromane, di un attentatore abbiamo una sola via possibile: solo interrogando i veri esperti di questo crimine, cioè gli stessi criminali.

I colloqui effettuati in carcere con questi assassini hanno permesso di comprendere che sono spinti da una vasta gamma di motivazioni e presentano una gamma altrettanto vasta di comportamenti. Eppure esistono fra loro anche molti denominatori comuni. Vengono per lo più da famiglie divise o lacerate da conflitti personali. Spesso hanno subìto violenza sia fisica sia sessuale e psicologica. Negli autori seriali molto precocemente si delinea la triade potenzialmente omicida, nota a tutti gli studiosi dei serial killer, che è rappresentata da: enuresi notturna, atti di piromania, gesti di crudeltà verso gli animali.
Questa triade comportamentale sintomatologica sarà studiata più approfonditamente nei paragrafi successivi. Di norma il primo grave reato viene commesso quando il soggetto è fra i 20 ed i 25 anni, tuttavia non è il primo reato che compie. Ha un basso livello di autostima per quello che ha subìto nella realtà e che ha cercato di compensare con rivalse nella sua fantasia, inoltre incolpa gli altri di quello che è, evidenziando la frattura relazionale fra sé e gli altri. Anche se non è mai stato catturato, ha già violato la legge numerose volte. Forse ha al suo attivo furti, rapine, violenze e stupri. In ogni caso è sempre stato un ribelle, più o meno manifestatamente, di fronte ad ogni forma di autorità. Si sente una vittima e crede di essere stato manipolato e maltrattato dagli altri, a partire dai suoi genitori. Nel momento del delitto, in quella particolare ed unica circostanza, pervaso dalle sue fantasie, quell’individuo di norma inadeguato ed incapace, riesce ad imporsi, a manipolare e dominare un altro essere umano. Può finalmente decidere il destino della sua vittima, può imporle qualsiasi cosa. Sta in lui, soltanto in lui, stabilire se ucciderla e come ucciderla. Oppure lasciarla in vita. È lui e solo lui che, finalmente, comanda.


7. Chi sono gli assassini?

Gli assassini seriali a sfondo sessuale di norma sono uomini. Per spiegare il perché di questa particolarità sono state messe a punto due teorie: una biologica ed una psicologica. La teoria biologica afferma che l’uomo ha alti livelli di testosterone e per questo tende ad essere aggressivo. La donna, avendo scarsi o assenti livelli di testosterone, non è biologicamente spinta a reagire alle frustrazioni mettendo in atto violenza ed aggressività. La teoria psicologica afferma che gli uomini con un passato di violenze e maltrattamenti spesso diventano ostili ed aggressivi nei confronti degli altri, mentre le donne che hanno avuto esperienze analoghe tendono a portare dentro di sé la collera e l’ostilità giungendo alla fine a punire se stesse invece del prossimo. Per esprimere l’ira un uomo può uccidere, stuprare, torturare, mentre è più probabile che la donna incanali la sua ira verso scelte che danneggiano soprattutto se stessa, come la droga, l’alcolismo, la prostituzione, i tentativi di suicidio.

Allo stato attuale non si hanno notizie di donne che abbiano sfogato la loro collera e le loro frustrazioni con un omicidio a sfondo sessuale. L’unico luogo in cui a volte si vedono donne coinvolte in omicidi multipli è l’ospedale o l’ospizio. La donna tende ad usare qualcosa di diverso dal coltello o la pistola, come ad esempio il veleno o un farmaco. Questi omicidi spesso rientrano nella categoria dell’omicidio pietoso, messo in atto per alleviare della terribili sofferenze. L’omicida seriale non appartiene alle classi socio-economiche più basse, non è emarginato né disadattato. Generalmente si diventa criminali con lo scopo di arricchirsi, mentre il serial killer se uccide non lo fa per rapinare la sua vittima, lo fa semplicemente per provare piacere o soddisfare un suo bisogno psicologico. L’omicida seriale appartiene alla classe sociale normale e rispettabile. La sua particolarità sono i suoi conflitti affettivi familiari. Generalmente ha un buon lavoro, ha una casa, una famiglia, vive nel benessere esterno, tuttavia soffre con grossi problemi interiori. Sono individui apparentemente normali, ma con gravi problemi sessuali nel rapporto con l’altro sesso e con gravi difficoltà nel raggiungere l’orgasmo in modo naturale. Se questi sono gli assassini, chi sono le loro vittime? Generalmente le vittime sono donne (in prevalenza prostitute), seguono gli omosessuali, gli adolescenti ed i bambini e le persone anziane. Le prostitute risultano essere la categoria più a rischio.

Rappresentano infatti una facile preda, di solito sono indifese e abbordabili dall’assassino senza difficoltà. La debolezza e la sottomissione della vittima rappresentano per l’assassino la compensazione dei suoi bisogni ed eccitano la componente sadica della sua personalità. Appagano il suo desiderio di dominio su di un’altra persona, fino a spersonalizzarla completamente.
Gli assassini seriali sono particolarmente diffusi in alcuni paesi, come gli Stati Uniti, l’Inghilterra, la Germania, la Russia, ma anche la Francia, l’Olanda e la Norvegia. Nelle statistiche prevalgono i paesi occidentali a cultura anglosassone e questo potrebbe essere spiegato con un tipo particolare di educazione alla sessualità e di considerazione dei bisogni affettivi dell’infanzia, propri di questi popoli, che è in grado di produrre, in alcune situazioni estreme, degli assassini e degli stupratori.

Anche in Italia la casistica degli assassini seriali privilegia stili educativi simili a quelli anglosassoni presenti nel nord Italia. Altre considerazioni che possiamo riportare riguardano la storia dei serial killer. La diffusione del fenomeno serial killer non è un fenomeno dei nostri tempi, gli assassini seriali sono sempre esistiti ed hanno, fin dalla antichità, dato origine alla feconda mitologia sui lupi mannari e sui vampiri. Alcuni esempi storici: nel 1573 a Dole, in Francia, un certo Gilles Garnier ha ucciso e mangiato numerosi bambini giustificando questi suoi atti con una precisa indicazione ricevuta dal diavolo, accusandosi di essere un uomo-lupo. Sempre in Francia il marchese di Pois, Gilles de Laval, è passato alla storia come “barbablù” per aver ucciso, mangiato e bevuto il sangue di oltre cento bambini. È stato giustiziato nel 1440.


8. Perché si diventa serial killer?

Rispetto agli studi finora effettuati sul fenomeno del serial killer, una risposta conclusiva ancora non c’è.
Sulla base delle osservazioni dedotte dalle varie biografie dei serial killer studiate è possibile affermare che di norma, dietro un serial killer, c’è una storia personale improntata alla disarmonia sociale, affettiva e relazionale che conduce precocemente ad un senso di solitudine ed isolamento.
Rottura precoce dell’equilibrio tra la persona ed il suo ambiente affettivo familiare in grado di generare un conflitto interiore che con la crescita degenera in condotte aggressive, antisociali e violente. Alcuni autori di studi sul fenomeno dei killers seriali, come ad esempio i Glueck, a questo proposito hanno elaborato delle specifiche teorie psicologiche, come la teoria detta “teoria non direzionale”.

Secondo questa teoria dietro un serial killer c’è una forma educativa che predispone allo scatenamento di un comportamento deviante nei figli che la subiscono.
La non direzionalità educativa è rappresentata dalla incapacità pedagogica corretta della famiglia. Incapacità pedagogica dovuta ad un genitore che non riesce ad assumere un ruolo di riferimento e di guida in cui un ragazzo possa identificarsi.
Torna quindi a prendere valore l’ipotesi che predisponente alla violenza c’è uno stile educativo freddo, rigido, oppressivo, tipico della cultura anglosassone. I bambini vittime di questi stili educativi sono costretti a maturare delle fantasie perverse perché sono trascurati, maltrattati e violentati in quelli che sono i loro bisogni fondamentali. I bambini psicologicamente più deboli, non in grado di elaborare un adeguato sistema di difesa verso il mondo esterno o gli adulti che li angosciano, sono costretti a rifugiarsi nelle fantasie e vivere non delle situazioni reali bensì delle situazioni immaginarie in cui sono alimentate vendette e compensazioni.

Le frustrazioni, lo stress cronico, l’incapacità di affrontare i conflitti quotidiani alla fine conducono all’isolamento della persona rispetto alla società. L’esilio dal mondo avviene perché questo viene percepito in blocco come una entità ostile. Si matura una estraneità a tutti i valori sociali ed in modo particolare alle convinzioni morali ed etiche in grado di bloccare ed inibire i comportamenti antisociali.
Con l’inadeguatezza dei tabù antisociali non sono più contenute sotto controllo della persona le pulsioni violente che liberamente sono orientate alla caccia e alla ricerca di vittime che interpretino e soddisfino il loro bisogno di rivalsa.

Il futuro serial killer vive la propria adolescenza in una condizione affettiva fatta di isolamento graduale e progressivo. Alcuni, per l’insopportabile situazione di inadeguatezza, si suicideranno da adolescenti, schiacciati dal senso di inferiorità vissuto. Gli altri sono tranquilli, gentili, riservati, cioè con un forte autocontrollo e spesso incapaci di aggredire la vita, di realizzarsi. La vita sessuale normale risulta inadeguata e viene dirottata su forme intermedie, come le svariate forme delle parafilie, e vissuta in solitudine, clandestinamente. Come abbiamo detto in precedenza, alcuni serial killer sviluppano, durante l’infanzia, una triade comportamentale che è composta dall’enuresi notturna, dalla piromania e dalla crudeltà verso gli animali.
David Berkowitz appiccò oltre 1.400 incendi, Jeffrey Dahmer mutilava animali morti che raccoglieva nei boschi vicino casa, Andrei Chikatilo soffriva di enuresi notturna cronica, Ed Kemper uccideva i gatti del vicinato con azioni che poi ha ripetuto sulle vittime dei suoi omicidi. Sugli animali vengono provate, sperimentate e attuate le fantasie sadiche che poi in seguito saranno inflitte agli esseri umani.

La comparsa della triade piromania, enuresi notturna e crudeltà verso gli animali è il segno di un precoce disturbo emotivo ed affettivo nel bambino. Disturbo conseguente ad una alterata atmosfera familiare che vive rispetto ai genitori, così come espresso dalla teoria psicologica non direzionale. L’enuresi notturna, di origine psicologica, implica di solito la presenza di turbe emotive, oltre che di uno scarso controllo degli impulsi. La condotta improntata alla tortura e all’uccisione degli animali dimostra, già in età infantile, la presenza di un livello marcato di sadismo e crudeltà.

La piromania, in un bambino, è di solito una manifestazione sintomatica di una eccessiva stimolazione della sessualità e dell’aggressività. Il fuoco esprime l’eccitazione e l’iperattività del bambino che non è in grado di contenere la sua rabbia profonda.
Attualmente negli Stati Uniti la presenza di questi comportamenti nei bambini è sorvegliata attentamente e coloro che ne sono affetti sono indirizzati verso programmi riabilitativi e terapeutici obbligatori, supervisionati dai giudici dei minori.


9. Il ruolo della fantasia

Molla di ogni comportamento umano sono quindi le fantasie che si producono nella mente dietro gli stimoli più vari (di oggetti, di animali, di persone, di situazioni) in grado si sollecitare i bisogni fisiologici personali e quelli sociali.
Da ogni tipo di bisogno può originare qualsiasi tipo di fantasia che è possibile legare ad una situazione piacevole che, tramite l’eccitazione neurovegetativa, spinge per essere messa in atto. Se i bisogni in qualche modo vengono soddisfatti la persona ed il suo comportamento possono essere inquadrati in una condizione di normalità.

I problemi iniziano a presentarsi quando i bisogni non possono essere soddisfatti per particolari inibizioni educative della persona o non vengono soddisfatti dalle figure di riferimento genitoriali durante la crescita. Si crea in questo modo una condizione particolare che alcuni autori hanno descritto come “pedagogia nera”: i bisogni non soddisfatti della pubertà e dell’adolescenza possono sviluppare frustrazioni ed aggressività verso gli stimoli che provocano desiderio ed una marcata incapacità di accettarsi che conduce all’incapacità di amare un’altra persona.
Ciò che rende una persona un onesto cittadino, oppure un paziente nevrotico sempre bisognoso di psicofarmaci per continuare a vivere, oppure un sanguinario assassino continuamente bisognoso di aggredire, seviziare ed uccidere è il modo in cui viene ad essere educata, formata, strutturata la sua mente durante gli anni dello sviluppo e dell’adolescenza. Sarà la sua mente lo strumento che gli permetterà una vita felice, oppure la continua ricerca di anestetici della sua ansia, oppure l’arma che ucciderà, se vizierà e avrà bisogno di infliggere enormi sofferenze.

Una pedagogia nera è in grado di provocare nella persona una situazione di disarmonia sociale e relazionale, con un senso di solitudine e di isolamento. I bambini maturano fantasie perverse perché trascurati, maltrattati, violentati. Sono bambini deboli, non in grado di elaborare un adeguato sistema di difesa verso il mondo esterno o gli adulti che li angosciavano. Questa modalità comportamentale non si interrompe spontaneamente, per cui è stato osservato che un autore di crimini seriali non interrompe autonomamente il suo comportamento delittuoso.
Un autore di crimini seriali smette di uccidere solo se viene catturato oppure viene ucciso. Dietro un autore di crimini seriali c’è un inadeguato o traumatico rapporto con la famiglia. Secondo valutazioni effettuate dall’FBI il 40% degli autori viene da un orfanotrofio o da un carcere psichiatrico, per il 47% la figura genitoriale dominante è la madre (descritta come una madre invadente, ossessiva, possessiva oppure cinica, fredda e distante). L’autore di crimini seriali si sdoppia in una vita pubblica convenzionale ed in una vita segreta perversa e ricchissima di fantasie sadiche. Con il passare del tempo è la vita segreta a prevalere, con fortissime fantasie di rivalsa.


10. La vittima e il carnefice

Ogni carnefice è stato a sua volta “vittima”. Vittima di un sistema educativo oppressivo (la pedagogia nera), fatta di sistemi correttivi familiari improntati a maltrattamenti, botte, isolamento. Questo può avvenire in ogni ceto sociale. Un sistema educativo punitivo ed incoerente crea un bambino remissivo, che non sa distinguere da che parte sta il male e alla fine si identifica con l’aggressore. I meccanismi di difesa psicologici interessati da questa dinamica sono rappresentati dalla rimozione e dalla proiezione. La rimozione è una difesa dall’angoscia, per cui si isola, si indurisce e rifiuta i sentimenti. La proiezione è una difesa per cui si addossa ad altri la colpa delle proprie angosce. Sulla spinta di questi due meccanismi di difesa psicologici l’autore agisce attaccando, violentando, punendo.
Ad ogni crisi d’angoscia, ad ogni frustrazione, anche piccola, scatta di nuovo il meccanismo. Questo permette di mantenere il ruolo di bravi ragazzi, bravi mariti, brave persone. Come ad esempio Peter Kurten oppure John Wayne Gacy. Sessualmente preferiscono il sesso solitario che si esprime in varie forme di parafilia.


11. Fantasie, ritualità, serialità

Il comportamento del “lust murderer” è premeditato in fantasie ossessive che rappresentano la via di fuga da un mondo fatto di odio e di rifiuto. Attraverso la fantasia il lust murderer tenta di costruirsi attorno un muro che lo protegga dal commettere l’atto fatale mentre, nel contempo, gratifica le compulsive istanze psichiche sviluppando ed avvalendosi della fantasia. Le fantasie sessuali sono una costante che sembra aver sempre preceduto il brutale acting-out del lust murderer.

Le fantasie assumono tutte le possibili forme del grottesco e del crudele. Il perverso può far ricorso alla pornografia, alla letteratura “hard”, perversa e crudele, su cui egli alimenta ed intreccia le proprie fantasie fino al momento in cui perde ogni contatto con la realtà solo per ritrovarsi forzatamente obbligato a trasformare tali fantasie in realtà. Come se trascinasse oggetti “umani” nel suo mondo immaginario. Le fantasie nascono dagli abusi subìti. Uniscono sesso e violenza, producono fantasmi su ciò che vorrebbero fare (sesso-violenza). I delitti sono la materializzazione dei fantasmi. Fra i bisogni psicologici del criminale c’è la ripetizione di un atto o il rivivere una scena per ottenere un forte appagamento psicologico. È molto importante poter valutare il comportamento ritualistico dell’autore del crimine sulla scena del delitto, come ad esempio la sistemazione di alcuni oggetti in un particolare modo sia accanto alla vittima che su di essa.

Il comportamento ritualistico discende comunque dalla irrazionalità del pensiero dell’autore, tuttavia possedendo una propria logica tenderà ad essere ripetuto. La valutazione delle ritualità, quando emergono, contribuiscono nella previsione del comportamento futuro. I suoi bisogni vengono ripetuti, prolungati, attesi. Sono la sua “firma”. Le frustrazioni conducono compulsivamente a condotte violente ed aggressive. Nel corso di questi atti l’autore prova piacere da un certo svolgimento degli atti comportamentali e questo lo condurrà alla ripetizione delle stesse modalità: la ritualità. L’autore scopre anche che il suo bisogno di vendetta rimane comunque inappagato, non è abbastanza. Dovrà ripeterlo ancora per cercare una piena soddisfazione e questo lo condurrà, di atto in atto, alla serialità.


12. Il legame sesso-violenza

Henry James ha scritto: “Se tutte le cose fredde fossero bagnate e tutte le cose bagnate fredde, se tutte le cose dure, e solo queste, fossero pungenti, potremmo forse distinguere tra freddo e bagnato e tra durezza e acutezza? …Immagina per via di una menomazione, per crudeltà o per qualche altra disgrazia, di non aver mai conosciuto contatto umano se non duro e violento, come ti sentiresti?” È importante il modo in cui si associano nella nostra memoria sensazioni diverse tra loro, perché un apprendimento di questo tipo conduce al fatto che la presenza di una sensazione ne richiama automaticamente tutte le altre sensazioni associate. Alla parola madre la maggioranza degli individui associa sensazioni sia buone sia meno buone, forse anche cattive. Alcune persone, vittime di sistemi educativi punitivi, associano solo sensazioni cattive. Solo sensazioni di umiliazione e dolore.

Chi vive questa realtà psichica che risale all’infanzia può reagire pensando che l’unica condizione per sopravvivere al dolore è stabilirne lui le condizioni. È questo il suo potere. Il potere del carnefice rispetto alla sua vittima. Si uniscono desiderio, odio e delitto in un’unica condizione mentale. Il collegamento fra il sesso, il piacere, la violenza e la morte è stato effettuato per la prima volta nel 1906, quando con Krafft-Ebing si cominciò a parlare di omicidio per libidine per sottolinearne la natura sessuale. Questo tipo di omicidio veniva considerato come effetto di una estrema “iperestesia sessuale” ed inserito nelle diagnosi del sadismo sessuale. Successivamente anche gli autori tedeschi si occuparono dell’omicidio sessuale. Fra questi ci fu Berg che denominò “lustmord” l’omicidio attuato allo scopo di soddisfare un impulso sessuale di natura sadica. Anche gli autori anglosassoni hanno coniat o il termine analogo di “lust murder” per descrivere gli omicidi sadici con torture, mutilazioni e lesioni agli organi sessuali. Il lust murderer è caratterizzato dall’incredibile ferocia con cui si accanisce sulle vittime ancora vive, trovando soddisfazione nel sentirle gridare, urlare, soffrire.

L’eccitazione sessuale, per cui si rapisce, si tortura, si mutila e si mangia la vittima, viene raggiunta solo se la vittima urla dal dolore. Di qui la necessità di tenerla in vita il più a lungo possibile. Ciò che accomuna la vittime è la loro vulnerabilità, la loro incapacità a difendersi. Molti serial killer sono affetti da parafilie (come il sadismo, la pedofilia, la necrofilia, il feticismo), tuttavia le parafilie non giustificano l’omicidio in quanto la grande maggioranza dei parafiliaci soddisfa i propri bisogni senza uccidere. Il feticismo non comporta atti di violenza, il pedofilo ha bisogno di un bambino vivo, il sadico gode nell’infliggere dolore, ma se la vittima muore il godimento finisce. Il serial killer di tipo “lust murderer” incamera parzialmente questi aspetti delle parafilie, tuttavia l’aspetto dominante del suo piacere è rappresentato dall’uccidere: uccide con le proprie mani o con armi bianche perché ama il contatto con il sangue, con il dolore, con la sofferenza e con la morte.


13. Organizzati e disorganizzati

Per capire la personalità dell’autore dei crimini seriali è necessario quindi studiare il comportamento dell’autore sulla scena del crimine, utilizzando il modello deduttivo. Si precisa che si intende per scena del crimine l’insieme dei luoghi in cui si è consumato il delitto e la vittima stessa.
Il motivo per cui si comporta in una determinata maniera risiede, come abbiamo visto, nelle sue fantasie, a cui è possibile risalire attraverso la ricostruzione e lo studio del suo comportamento fisico, verbale e sessuale messo in atto sulla vittima e sulla scena del crimine. Spesso è osservabile uno schema comportamentale studiato, logico, finalizzato e coerente. Questo è indice di uno stato mentale lucido, razionale, riflessivo ed il suo autore è definibile “organizzato”.
Altre volte lo schema comportamentale messo in atto sulla scena del crimine è irrazionale, non finalizzato, incoerente. Questo è indicativo di un autore confuso, in preda a stimoli emotivi incoerenti, non premeditato ed inconsapevole del valore antisociale dell’atto che sta commettendo. In questo caso l’autore è definito “disorganizzato”. Fra un autore organizzato ed uno disorganizzato non esiste una differenziazione netta in quanto sono visibili molte situazioni intermedie ed uno stesso autore, inizialmente organizzato, può perdere nel tempo questa sua organizzazione fino a manifestare comportamenti confusi, tipici dei disorganizzati. Elasticità e flessibilità. I crimini disorganizzati sono molto facilmente risolvibili perché l’autore lascia molte tracce sulla scena del delitto e quindi è possibile risalire rapidamente a lui.

I tratti della personalità che sono alla base dei comportamenti criminali sono pressochè simili in quasi tutti gli autori, indipendentemente dal tipo di maschera personologica normalmente indossata nella vita di tutti i giorni. Molto simili sulla scena del delitto, molto diversi tuttavia nella loro vita quotidiana. Meccanismi mentali di base simili, difese psicologiche e sociali diverse. Si è soliti distinguere anche gli omicidi per libidine, i “lust murderers”, in organizzati e disorganizzati. Gli “organizzati” sono solitamente dotati di una intelligenza superiore alla media, appartengono ad una classe sociale della media borghesia, hanno un buon impiego, sono competenti sessualmente, figli di genitori con occupazioni lavorative stabili, vivono con un partner o hanno una famiglia propria, hanno la macchina, cambiano lavoro spesso, non amano la società in cui vivono ma non se ne isolano manifestatamente, sono soliti fantasticare, soprattutto prima di aver commesso il primo omicidio. Quando uccidono lo fanno con premeditazione, sono meticolosi, non conoscono la vittima ma la individuano seguendo il proprio gusto estetico. Sottomettono la vittima, usano legarla, cancellano le tracce, nascondono il cadavere o lo trasportano in posti diversi dalla scena del crimine, portano con sé l’arma del delitto.

Completamente diversi gli omicidi “disorganizzati”: posseggono un grado di intelligenza solitamente inferiore alla media, appartengono ad una bassa classe sociale e vivono in una famiglia non ricca, anche se non necessariamente povera. Sono quasi sempre disoccupati o impiegati in lavori precari, figli di genitori anch’essi senza lavoro stabile, hanno subìto una rigida disciplina nell’età della fanciullezza, non fanno necessariamente uso di sostanze alcoliche o stupefacenti, vivono da soli o con i genitori in una località molto spesso prossima al luogo dove avviene il primo omicidio.

Gli omicidi disorganizzati soffrono gravi problemi di natura sessuale, sono ansiosi, rifiutano manifestatamente la società, quando commettono un omicidio lo fanno repentinamente, senza nessuna premeditazione, in certi casi possono conoscere la vittima. La scena del crimine in questo caso, mostra segni di grande violenza e disordine, la vittima viene uccisa immediatamente per non avere alcuna necessità di difendersi e le violenze fisiche sul cadavere quali lo squartamento, il depezzamento o l’eviscerazione vengono perpetuate per depersonalizzare la vittima, renderla irriconoscibile, disumanizzarla, soprattutto nel caso in cui questa fosse conosciuta dall’assalitore.
Anche sotto l’aspetto della violenza sessuale, il disorganizzato si accanisce in modo frenetico sugli organi genitali del cadavere raggiungendo, non necessariamente, il soddisfacimento sessuale con rapporti post-mortem e quindi necrofili.
L’omicida organizzato, anche nell’assalto sessuale e nella violenza di tutti gli atti successivi, segue un piano preordinato che prevede il raggiungimento della gratificazione sessuale prima di uccidere la propria vittima e per questo può infierire e torturare cercando di uccidere molto lentamente.


14. Il modello deduttivo

Il modello deduttivo si basa sul paradigma investigativo

COSA + PERCHÈ = CHI

vale a dire che l’analisi del cosa (il modus operandi) mette in grado di dedurre, in maniera primaria, l’analisi del perché (la “firma”) e da queste deduzioni possiamo ulteriormente dedurre, in maniera secondaria, il chi (il profilo psicologico dell’autore).

MODELLO DEDUTTIVO
COSA +PERCHE' =CHI
Modus Operandi"Firma"
(bisogni psicologici)
Deduzioni primarie
Profilo autore

Deduzioni secondarie
Aggressore
modo di contatto
modo di attacco
precauzione adottate
modo verbale
Movente
piacere
vendetta
rabbia
interesse personale
età
scolarità
socialità
precedenti penali
status economico
Vittima
connotati
indumenti
bisogno di colpire:
donna
prostituta
bambino
omosessuale
età
storia personale
storia psichiatrica
azioni sulla vittima
costrizioni
violenze sessuali
ricerca di:
sadismo
piacere
vendetta
consenso
età
intelligenza
storia psichiatrica
psicopatie in atto
localizzazione lesioniricerca di:
morte
sofferenza
piacere
storia psichiatrica
psicopatie in atto
storia personale
mezzi lesivipremeditato
occasionale
sicurezza
insicurezza
età
storia personale
status fisico
precedenti giudiziari
causa di morte
lesioni
mutilazioni
bisogno di:
uccidere
infliggere sofferenza
umiliare
soddisfare un desiderio
storia psichiatrica
storia personale
psicopatia in atto


15. Perché non si diventa serial killer?

La natura umana che viene espressa dalla parte più profonda del nostro cervello è simile sia nell’onesto cittadino sia nell’autore di crimini seriali. L’onesto cittadino ha delle difese che il serial killer non ha e che impediscono alla maggior parte delle persone di commettere i crimini violenti. Queste difese psicologiche impediscono ai nostri impulsi emotivi e sessuali di farci diventare un serial killer. Quali sono questi meccanismi psicologici difensivi che fanno di noi delle persone psicologicamente sane ed equilibrate? La persona psicologicamente sana si piace e si accetta. Non dipende eccessivamente dall’approvazione degli altri e non viene nemmeno ferita troppo gravemente dalle loro critiche. In lei non c’è senso di grandiosità, né disprezzo di sé. Una persona sana non ha bisogno di sminuire gli altri per mantenere una opinione positiva di sé. Essa riconosce ed accetta i propri difetti e cerca aiuto quando è necessario.

Sia Jeffrey Dahmer sia Ed Kemper avevano ricevuto un trattamento terapeutico da parte di psichiatri, ordinato dal tribunale in seguito a condotte antisociali, ma non ne hanno voluto trarre alcun aiuto. Non desiderano il dominio sugli altri. Invece la maggior parte dei violentatori e tutti i serial killer hanno la brama e la frenesia del potere. Usano le persone per i propri egoistici bisogni. La persona psicologicamente sana sa che non c’è bisogno di essere perfetti per potersi accettare. La persona psicologicamente sana ha interiorizzato figure parentali affettuose e protettive che la appoggiano nei momenti di crisi e forniscono un sostegno interiore di fronte al fallimento. Genitori ostili e violenti conducono alla interiorizzazione del modello di violenza nei propri figli, i quali da vittime saranno a loro volta carnefici. Sono persone in grado di sopportare l’ansia provocata da un conflitto interiore o esterno senza disgregarsi o lanciarsi in azioni impulsive ed aggressive. Durante una crisi i nostri rapporti affettivi familiari interiorizzati ci sostengono.

Le persone che hanno ricevuto l’odio ed il rifiuto da chi doveva prendersi cura di loro trovano che nei momenti di crisi questi rapporti nocivi riaffiorano per lacerare ancora il loro cuore e la loro mente. Si sentono abbandonate oggi come lo erano state ieri. La capacità di rimandare la gratificazione e tollerare la frustrazione è un passo fondamentale dello sviluppo che la persona psicologicamente sana riesce a compiere. La persona psicologicamente sana sa amare, accettare qualcun altro oltre che se stessa. Le persone non sono perfette. Per amare qualcuno dobbiamo accettare noi stessi, con i nostri difetti e le nostre debolezze. Il perfezionismo conduce all’odio dei nostri difetti e di quelli degli altri, fino alla rabbia, alla vendetta e alla persecuzione. Le caratteristiche psicologiche protettive dai comportamenti violenti ed aggressivi possono essere ancora molte e qualsiasi elenco sarebbe comunque incompleto. Tuttavia le possiamo compendiare tutte nella frase di un cappellano della Yale University, William Sloan Coffin: “C’è qualcosa che non va in me, c’è qualcosa che non va in te, ma va bene lo stesso”.


(*) - Capitano Medico presso la Direzione Generale della Sanità Militare del Ministero della difesa.