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Le funzioni essenziali della Nato nella nuova Europa

Maurizio Esposito(*)

1. La Nato ed il nuovo quadro internazionale

Gli L’intensificarsi degli sforzi europei intesi ad elaborare un’identità di sicurezza e di difesa è considerato, anche nell’ambito dell’Alleanza Atlantica, come un elemento di consolidamento della solidarietà tra i Paesi della NATO, perché evidenzia un chiaro intento degli alleati europei ad assumere maggiori responsabilità in materia di sicurezza collettiva.

La sicurezza collettiva, com’è stato ampiamente sottolineato nella Dichiarazione sulla pace e la cooperazione del Vertice Atlantico tenutosi a Roma l’8 novembre 1991, rimane ancora centrale nella continuità del trattato Nord-Atlantico in quanto anello di congiunzione tra una concezione della sicurezza precedente la fine dei blocchi e l’attuale, rivolta al XXI secolo.

In tale contesto, evento di rilevante importanza è certamente quello caratterizzato dall’ampliamento della Nato ad alcuni Paesi europei che a lungo hanno gravitato in un sistema diverso e contrapposto a quello occidentale.
Il vertice degli stati membri dell’Alleanza Atlantica, tenutosi a Madrid l’8 luglio 1997, ha suggellato infatti un avvenimento storico: l’apertura della Nato alla Polonia, all’Ungheria ed alla Repubblica Ceca, concretizzatosi poi formalmente nel 1999. Un simile risultato di così elevato rilievo internazionale, sia sotto il profilo politico che strategico, è stato reso possibile solo dopo lunghi periodi di intense attività diplomatiche, soprattutto tra Stati Uniti e Russia. Quest’ultima, che in un primo momento rivendicava un diritto di veto sulla politica “espansionistica” ad Est dell’Alleanza Atlantica, a seguito dell’incontro di Helsinki del 21 marzo 1997 tra Eltsin e Clinton, accetta di sottoscrivere un “Atto istitutivo sulle relazioni reciproche, la cooperazione e la sicurezza tra la NATO e la federazione Russa” (Vertice NATO-Russia, Parigi 27/5/1997); accetta cioè un ridimensionamento del proprio ruolo.
La lista dei Paesi dell’Europa orientale che hanno esplicitamente avanzato richieste di divenire membri della Nato è comunque cospicua, primi fra tutti la Romania e la Slovenia, i quali, come espressamente enunciato al citato vertice di Madrid, in un prossimo futuro avranno in tal senso una posizione di priorità.

Si è voluto, in sostanza, ancora oggi, graduare una forte espansione ad Est per motivi politici, tecnici ed economici.
I primi sono di certo i più complessi e delicati.
Essi riguardano, innanzitutto, l’esigenza di non “ferire l’orgoglio” della Russia in una fase così delicata di consolidamento interno della propria democrazia.
Persino Mikhail Gorbachev, uno dei padri di questo immenso cambiamento internazionale, sfociato poi nel crollo del sistema planetario sovietico e nell’abbattimento del “muro” di Berlino che per 40 anni era stato il simbolo della divisione dell’Europa, ha sostenuto che un’espansione della Nato ad Est significherebbe “lasciare il predominio alla parte più conservatrice ed aggressiva dell’ideologia occidentale”(1).

Sul piano della politica estera, inoltre, si è voluto altresì evitare tensioni tra la Russia e altri paesi tradizionalmente sospettosi ed ostili nei confronti degli Stati Uniti, quali la Cina, l’Iran, l’Iraq e la Corea del Nord(2).
Non solo, quindi, la Polonia, l’Ungheria e la Repubblica Ceca rappresentano quei Paesi in cui l’evoluzione verso la democrazia ed il mercato dopo la fine del comunismo è stata più incisiva e costante ma, soprattutto, questi paesi avevano già abbondantemente dimostrato quanto agognassero forme più democratiche e liberiste (Ungheria - moti del 4 novembre 1956; Repubblica Ceca - fine della primavera di Praga del 20 - 21 agosto 1968; Polonia - moti di Danzica dell’agosto 1980).

Sotto il profilo tecnico, invece, è sufficiente evidenziare il già consistente sforzo dell’Alleanza Atlantica che dovrà fornire prevalentemente indicazioni sulle strutture militari di tipo moderno e soprattutto compatibili con quelle occidentali.
Quest’ultimo aspetto, pertanto, è strettamente connesso con quello economico. Un ampliamento della Nato significa una crescita della spesa relativa, con conseguenti gravosi oneri di bilancio sugli attuali Stati membri, soprattutto degli Stati Uniti, che nei prossimi anni dovranno prevedibilmente elargire milioni di dollari.
In sostanza, comunque, la Nato non è più uno schieramento militare di difesa contro i nemici della libertà.

I nemici globali non esistono più!
Ciò nondimeno, sussistono incertezze e rischi. Fattori preoccupanti, in tal senso, sono da ricercare nella situazione dei Paesi dell’Europa centrale ed orientale, sottoposti a non facili trasformazioni politiche, sociali, economiche nonché a contrasti etnici, suscettibili di provocare delle crisi che potrebbero compromettere la complessiva stabilità dell’Europa. Inoltre, come nel caso della guerra del Golfo, le minacce possono giungere anche da altre direzioni(3).

Alla luce di tali considerazioni la NATO ha confermato la “indissolubilità della sicurezza europea”.
L’esistenza dell’Alleanza Atlantica è anche fondamentale per risolvere diversi problemi.
Primo, quello di salvaguardare il legame politico e strategico degli Stati Uniti con l’Europa; da questo collegamento continuerà a dipendere non solo la sicurezza europea, ma anche la possibilità di realizzare un equilibrio all’interno dell’Europa fra Stati nucleari e non nucleari, da un lato, e tra la Germania unificata e gli altri Paesi europei, dall’altro.

Secondo, la presenza U.S.A. costituisce il fattore di coesione fra la regione meridionale e quella centrale. Evita cioè una eventuale “deriva” del Sud-Europa, che risulterebbe destabilizzante per l’area del Mediterraneo orientale, con riferimento al contenzioso Greco-Turco, per quella balcanica e per quella Medio-orientale.
Terzo, la garanzia nucleare U.S.A. costituisce l’assicurazione più valida dell’adesione della Germania al Trattato di non proliferazione.

È chiaro, infatti, che un paese come la Germania non può fare a meno di un sistema efficace di sicurezza. Quindi o continuerà a fruire della dissuasione nucleare statunitense o si doterà alla prima crisi di una capacità nucleare propria.
Quarto, l’Alleanza consente di tenere le forze europee necessarie a fronteggiare l’impegno scaturente dall’art. 5 del Trattato a più bassi livelli quantitativi, in considerazione che i rinforzi strategici potranno affluire da oltre atlantico in tempi ragionevoli, inferiori comunque a quelli necessari per conferire piena operatività a forze di mobilitazione europee(4).

In tale contesto, viene riconosciuta agli alleati europei la piena libertà di decidere quali disposizioni siano necessarie per l’espressione di una comune politica estera di sicurezza e di difesa europea (PECSD), quale va emergendo nell’ambito dell’Unione Europea.
In effetti, nel 1992, il Trattato di Maastricht sull’Unione Europea statuì, all’articolo J.4.1., che la politica estera e di sicurezza comune avrebbe compreso tutte le questioni relative alla sicurezza europea, ivi inclusa la definizione, a termine, di una politica di difesa comune.

Il medesimo articolo, al paragrafo 2, dichiarava altresì che “l’Unione chiede all’Unione dell’Europa Occidentale, che fa parte integrante dello sviluppo dell’Unione Europea, di elaborare e di porre in essere le decisioni e le azioni dell’Unione aventi implicazioni nel settore della difesa”.
Resta però imprescindibile che tra Unione Europea e Alleanza Atlantica vengano sviluppati appropriati collegamenti e procedure di consultazione per assicurare che gli alleati, che non partecipano allo sviluppo di un’identità europea di politica estera di sicurezza e di difesa, siano comunque adeguatamente coinvolti in decisioni che possano toccare la loro sicurezza.
Si viene così a configurare una nuova concezione di difesa comune europea, caratterizzata da una cornice costituita non da una bensì da più istituzioni interagenti.

In tale contesto la NATO., la O.S.C.E., l’Unione Europea, l’U.E.O. mettono al fattor comune le loro specifiche capacità, partendo dal presupposto che nessuna di esse è in grado da sola di svolgere al meglio le funzioni per le quali sono vocate.
Si è convinti, nella sostanza, che questa interazione sarà della massima importanza nel prevenire l’instabilità e le divisioni che potrebbero risultare da varie cause, quali le disparità economiche ed il nazionalismo esacerbato(5).

2. Il rinnovamento tattico, difensivo e politico della Nato

Rimane, comunque, quale fattore essenziale dell’Alleanza Atlantica, la sua dimensione militare-difensiva, con forze multinazionali in via di adeguamento ai nuovi compiti imposti dalla mutata situazione generale, e non solo a livello politico. L’indirizzo tattico attuale è caratterizzato da una riduzione delle forze convenzionali, più flessibili e quindi dotate di una maggiore mobilità che permetta loro di reagire ad un’ampia gamma di eventualità, con possibilità di essere accresciute ove necessario.
Anche per quanto riguarda le forze nucleari, l’Alleanza ha avviato un processo di sostanziale riduzione finalizzato ad attribuire ad esse un ruolo esclusivamente politico - strategico, proteso a salvaguardare la pace attraverso la deterrenza. Lo scopo fondamentale delle forze nucleari alleate rimane, cioè, quello di prevenire le guerre ed ogni tipo di coercizione in nome della libertà dei popoli(6).

È possibile quindi racchiudere l’impostazione della politica di sicurezza alleata in tre elementi che si rafforzano vicendevolmente: il dialogo, la cooperazione ed il mantenimento di una capacità di difesa collettiva(7) ai quali oggi, per completezza, va aggiunto il Partenariato.

Alla luce di quanto esposto, richiamando anche taluni concetti espressi precedentemente, si evince che senza la NATO non c’è difesa comune in Europa.
È importante sottolineare, comunque, come in questo particolare momento storico la NATO stia seguendo anche scopi prettamente politici, quindi non solo militari. Ciò si evince, in particolare modo, dal notevole sostegno offerto dai paesi firmatari alle riforme intraprese nell’Europa centrale ed orientale al fine di istituire dei sistemi democratici fondati sullo stato di diritto e sul rispetto dei diritti umani, nonché dagli sforzi mirati a creare delle economie moderne e competitive basate sulle leggi del mercato.

Un contributo particolarmente importante ai temi della difesa e della sicurezza in generale è stato apportato dal G7, nel vertice tenutosi a Londra nel giugno 1991.
In esso i leaders dei sette Paesi che ne fanno parte hanno messo a frutto l’esperienza maturata durante la guerra del Golfo, alla luce soprattutto del rischio creato dalla proliferazione dei missili balistici, dei loro vettori e delle armi di distruzione di massa. La conseguenza che ne è scaturita è stata la necessità di prendere in considerazione delle misure complementari, tra le quali il controllo delle esportazioni relative, con particolare riferimento alle difese antimissile.
Per quanto concerne i missili ed i loro vettori, esso si scontra con il principio riconosciuto e garantito a livello internazionale del diritto naturale all’autodifesa.
È evidente, infatti, che molti Stati dipendono dalle importazioni di armi per garantirsi un ragionevole livello di sicurezza.

Il conflitto del Golfo ha dimostrato, ciò nonostante, come anche la pace e la stabilità possano essere messe a repentaglio qualora non vi fosse un’organizzazione come la NATO, che pone come principio cardine d’intervento l’aggressione di uno dei Paesi firmatari, ma, anche, qualora una certa nazione fosse in grado di acquistare consistenti quantitativi di armi ben al di là delle proprie esigenze di autodifesa.
In tale sede sono stati, pertanto, stabiliti tre principi fondamentali che, se seguiti fedelmente, potranno garantire un elevato indice di prevenzione e di controllo in tale settore.

Essi sono:

  1. il principio della trasparenza, attraverso la creazione di un registro universale dei trasferimenti internazionali di armi sotto gli auspici delle Nazioni Unite.
    Tale registro fungerebbe da indice rilevatore di pericolosità per la comunità internazionale nel caso di un tentativo da parte di uno Stato di ammassare armi convenzionali oltre un livello ragionevole;

  2. il principio della consultazione, volto a stabilire degli accordi tra i maggiori esportatori di armi su un approccio comune circa le direttive inerenti i trasferimenti di armi convenzionali;

  3. il principio dell’azione, stimola tutti i paesi ad intraprendere iniziative per impedire un accumulo sproporzionato di armi(8).

A tal fine, tutti i Paesi dovrebbero astenersi dall’effettuare trasferimenti di armi che possano destabilizzare o esacerbare le tensioni esistenti.
Una particolare auto-limitazione dovrebbe essere applicata nel trasferimento di armi a tecnologia avanzata e nelle vendite a Paesi ed aree fonti di speciali preoccupazioni.

È evidente come in questo settore occupi un ruolo di primaria rilevanza la questione inerente il controllo delle armi chimiche.
Tale problematica, resa ancora più allarmante dalla diffusione dei vettori missilistici, è affrontata dalla collettività della NATO su tre fronti principali.
Il primo è la ricerca di un negoziato che coinvolga tutta la comunità internazionale nel mettere al bando le armi chimiche; questo è ritenuto il mezzo migliore per impedire la diffusione delle stesse.

Il secondo consiste nel rafforzamento dei controlli sulle esportazioni, quale necessaria verifica sul terreno in funzione anti-proliferazione delle stesse.
Il terzo, a differenza dei due precedenti, potremmo definirlo repressivo. Partendo, infatti, dalla considerazione che l’impiego di tali armi è un oltraggio nei confronti dell’umanità, qualora uno Stato utilizzi tali armi, ciascun Paese firmatario esaminerà immediatamente la possibilità di adottare severe misure contro di esso, sia in seno al Consiglio di Sicurezza dell’O.N.U., sia in altri fori.

In tale quadro, ad ogni buon conto, non può essere sottaciuto l’emergere di una nuova strategia difensiva e di prevenzione inerente il progetto americano di difesa anti-missile, che la stampa definisce erroneamente “dello scudo spaziale”.
Quest’ultimo, ampiamente caldeggiato dal Presidente statunitense Bush nel recente vertice NATO riunitosi a Bruxelles il 13 giugno 2001, implicherebbe una rivoluzione strategica. Si potrebbe cioè avviare una politica di maggior vigore per impedire che i “Paesi a rischio” acquisiscano armi nucleari ed altri strumenti di distruzione di massa, alla luce di una accresciuta capacità di risposta identificabile nella possibilità di erigere, all’occorrenza, una vera e propria “muraglia” contro i loro eventuali attacchi.
Si tratterebbe, di certo, di una revisione del sistema di difesa estremamente innovativo che, al momento, è oggetto di dibattito all’interno della NATO ove, come emerso nel sopra citato vertice di Bruxelles, i consensi non sono unanimi.

Un auspicio parrebbe comunque legittimo: che si proceda sempre sulla linea del rispetto degli equilibri internazionali e nel dialogo con la Russia, che ha già manifestato un forte dissenso al progetto dello scudo spaziale minacciando, da parte sua, una ripresa della propria politica di riarmo nucleare.

3. I primi passi della politica europea di sicurezza comune (PESC)

Alla luce di quanto fin qui espresso, scaturisce la constatazione di come le organizzazioni militari, (la NATO nel nostro caso), abbiano ricoperto un ruolo di primo piano nello scenario internazionale.
Quello che potremmo definire un “riscatto europeo”, ha alla base una serie di logiche motivazioni.

La prima motivazione consiste nella constatazione che la crisi del Golfo ha rappresentato per la cooperazione politico-militare europea una prova ardua per i suoi meccanismi e le sue istituzioni.
La seconda, cioè la questione della ex-Jugoslavia, è che questa riguarda fondamentalmente l’Europa ed il suo progetto di Unione Europea.
Perciò sarà importantissimo che l’esperienza cumulata dall’U.E.O. possa essere trasfusa nelle altre istituzioni dell’Unione europea e da queste utilizzate per affrontare in prima linea i problemi e le questioni che potrebbero minare il grande progetto unitario europeo.

Esperienza che ha evidenziato e portato a maturazione elementi di assoluto rilievo anche ai fini delle future riforme:

  • lo stretto coordinamento tra le politiche estere degli Stati membri nella linea tendenziale di una politica estera comune;

  • la coerenza tra il momento della cooperazione politica e quello propriamente comunitario (le sanzioni, decise a livello politico, sono riportate nel quadro comunitario ed ivi formalizzate in atti giuridicamente vincolanti);

  • l’attitudine della “Comunità” ad occuparsi di temi di sicurezza;

  • il profilarsi della nozione di cittadinanza europea (ben esemplificata nella vicenda delle Ambasciate e degli ostaggi(9)).

Tutto ciò ha consentito alla Comunità di reagire alla crisi jugoslava attraverso le seguenti tappe:

  • decidendo in una Riunione Ministeriale straordinaria del C.P.E. (poi divenuto P.E.S.C.) a L’Aja il 5 luglio 1991 la sospensione dell’aiuto finanziario alla Jugoslavia;

  • decretando l’embargo sulla vendita di armi;

  • organizzando il 7 settembre 1991, all’Aja, una conferenza di pace nella quale si affermava la determinazione “a non riconoscere mai mutamenti delle frontiere che non siano frutto di accordi pacifici”;

  • predisponendo continue missioni esplorative ed affidando all’U.E.O., al termine di una riunione dei Ministri degli Esteri della C.E.E. avvenuta all’Aja il 19 settembre 1991, il mandato di studiare forme appropriate per un proprio coinvolgimento nella crisi in questione al fine di rendere più efficace il monitoraggio e contribuire alla sicurezza del personale;

  • partecipando, altresì, in stretto coordinamento e cooperazione con l’Unione dell’Europa Occidentale, alla sorveglianza del rispetto delle Risoluzioni n. 713 e 757 del Consiglio di Sicurezza dell’ONU che prevedevano rispettivamente l’embargo sulla vendita di armi alla Jugoslavia e specifiche sanzioni alla Serbia e Montenegro.
    Tale contesto rappresenta una tappa storica nel processo di consolidamento istituzionale europeo in cui si prende coscienza, pertanto, che una vera identità politica ed economica non può prescindere da una politica estera e di sicurezza comune.

4. L'evoluzione della difesa europea

Il 19 giugno 1992, il Consiglio dei Ministri degli Affari Esteri e della Difesa degli Stati membri dell’U.E.O. adottò una dichiarazione, quella di Petersberg, che è rimasta fondamentale per la definizione delle missioni che unità a comando europeo avrebbero potuto svolgere, indicandole come segue:

  • missioni umanitarie o di evacuazione della popolazione;

  • missioni di mantenimento della pace;

  • missioni di unità combattenti per la gestione delle crisi, comprese le operazioni di ristabilimento della pace.

Tutto questo a livello teorico.
Rimaneva infatti aperta la questione su quali forze militari si potesse concretamente contare.
In tal senso, è opportuno ricordare che nel 1996 a Berlino la NATO lanciava il progetto della identità di sicurezza e di difesa europea (E.S.D.I.: European Security and Defence Identity), finalizzato allo svolgimento delle missioni del tipo contemplato dalla Dichiarazione di Petersberg attraverso forze della NATO che avrebbero potuto essere poste a disposizione degli europei per il tramite della UEO.
Ma è stato solo con il Consiglio di Colonia del 3-4 giugno 1999 che l’Unione Europea faceva proprio l’obiettivo di dotarsi di una capacità militare autonoma e credibile per assolvere le missioni di Petersberg, percependo la necessità di doversi dotare di strumenti idonei per poterne decidere l’impiego quale risposta a crisi internazionali, senza pregiudizio per le azioni della NATO che rimaneva il pilastro della difesa collettiva europea.

Un ulteriore progresso si è registrato nel Consiglio Europeo di Helsinki che ha dato l’avvio istituzionale alla politica europea comune di sicurezza e di difesa. Veniva infatti prevista, nella cornice istituzionale dell’Unione, la creazione di apposite strutture politiche e militari, a carattere permanente, finalizzate ad assicurare la direzione politica e strategica di operazioni guidate dalla Unione Europea, prevedendo nello specifico:

  • un Comitato politico e di sicurezza permanente destinato a trattare tutte le questioni relative alla PESC, compresa la PECSD ed ad assicurare, sotto l’autorità del Consiglio, il controllo politico e la direzione strategica di eventuali operazioni;

  • un Comitato militare quale organo di consulenza del Comitato politico e di sicurezza oltre che organo di direzione militare dello Stato Maggiore;

  • un nucleo del futuro Stato Maggiore dell’Unione, destinato a fornire consulenza e sostegno in campo militare alla PECSD, compresa l’esecuzione delle operazioni di gestione militare delle crisi sotto la guida dell’Unione Europea.

Ma soprattutto, in tale circostanza, veniva fissato l’obiettivo collettivo di capacità cioè l’impegno degli Stati membri di mettere a disposizione, entro il 2003, una forza militare di 50-60 mila uomini impiegabile entro 60 giorni, sostenibile per almeno un anno ed in grado di condurre operazioni militari del tipo di Petersberg.
Riguardo alle forme di consultazione e cooperazione con i paesi non membri dell’Unione Europea, ma membri della NATO, si è stabilito che questi ultimi avrebbero potuto partecipare, ove lo avessero chiesto, ad eventuali operazioni a guida europea qualora l’operazione contemplata avesse richiesto mezzi e capacità della NATO.

La decisione di invitarli a partecipare sarebbe comunque spettata al Consiglio.
In questo clima di particolare rinnovamento non può essere omessa un’ulteriore tappa storica, identificabile in quella segnata dal Consiglio Europeo di Santa Maria di Feira del 19-20 giugno 2000 nella direzione di un “rafforzamento della politica europea comune in materia di sicurezza e di difesa” (PECSD).

In tale sede, soprattutto, si è affrontato il problema relazionale tra l’Unione Europea e l’Alleanza Atlantica, emergendo quale punto centrale la volontà di tutelare l’autonomia decisionale dell’Unione Europea compresa la possibilità per la stessa di operare una scelta politica tra il condurre un’operazione senza ricorrere ai mezzi della NATO e degli Stati Uniti o il condurla, per contro, facendo ricorso a tali mezzi e con il concorso quindi degli Stati Uniti stessi.

Sempre al vertice di Feira, l’Unione Europea ha deciso di dotarsi anche di una forza di polizia, anch’essa operativa entro il 2003, che conterà 5 mila poliziotti dei quali mille impiegabili entro un mese dall’attivazione.
I compiti dell’unità integrata europea di polizia riguarderanno il controllo dell’ordine pubblico, l’antisommossa e la lotta alla criminalità organizzata con il contributo inoltre di consiglieri giuridici e magistrati per rafforzare e, se necessario, riattivare le istituzioni politico-democratiche di quel determinato paese interessato. In quest’ottica, la rapidità di intervento assume un’importanza fondamentale ed è per questo che la gran parte degli agenti di questa unità verrà fornita da forze di polizia inquadrate militarmente, quindi per l’Italia dall’Arma dei Carabinieri, che dispone di strutture logistiche idonee a garantire la massima mobilità e autonomia operativa, i cui reparti già costituiscono l’ossatura della Multinational Specialized Units della NATO schierate in Bosnia e Kosovo.

Da ultima, la Conferenza Intergovernativa di Nizza del dicembre 2000 non ha mancato di segnare importanti progressi in materia di PECSD con riguardo tanto al piano istituzionale che a quello dei mezzi di intervento dell’Unione.
Sul piano istituzionale la Conferenza, nel ribadire infatti gli obiettivi fondamentali di fornire all’Unione Europea i mezzi per dispiegare pienamente il proprio ruolo sulla scena internazionale e sviluppare una autonoma capacità di assumere decisioni e azioni nel campo della sicurezza e della difesa ha, altresì, adottato in via definitiva la decisione di istituire e attivare gli organi politici e militari permanenti già individuati dai Consigli di Colonia, Helsinki e Feira, in modo da poter dichiarare operativa già nel 2001 una struttura di crisis management dell’Unione (sia pure con una forza che raggiungerà la sua massima dimensione solo nel 2003).
Gli organi in questione sono:

  • il Comitato politico e di sicurezza (COPS), già operante in formato interinale, composto da rappresentanti degli Stati membri residenti a Bruxelles e destinato ad assumere la responsabilità del controllo politico e della direzione strategica delle future operazioni militari europee;

  • il Comitato militare, composto dai Capi di Stato Maggiore della difesa o da loro rappresentanti e destinato a svolgere il ruolo del corrispondente comitato della NATO, nonché lo Stato Maggiore, composto da 120 esperti militari.

In tale sede, l’Unione Europea ha altresì predisposto un’articolata proposta per la definizione del raccordo consultivo ed operativo con la NATO in vista di un’intesa tra le due organizzazioni che dovrebbe anzitutto consentire il prestito di risorse NATO per operazioni militari a guida UE.

In questo quadro, Washington vede con soddisfazione una maggiore autonomia militare europea, soprattutto se nell’ambito dell’Alleanza Atlantica, anche per bilanciare i molti ambienti politici americani che si oppongono al costante impegno oltremare dei militari americani.
Ad ogni buon conto, comunque, la riunione di Nizza ha previsto esplicitamente che la costituzione delle capacità militari dell’Unione Europea sarà perseguita in base all’attività di un gruppo di lavoro di esperti NATO che dovrà “vigilare” sulla coerenza tra gli impegni assunti nel quadro dell’Unione Europea e gli obiettivi accettati nel contesto dell’Alleanza Atlantica.

Si può quindi concludere che la PECSD si svilupperà in coerenza e sinergia con la NATO, potendo attingere alla disponibilità di una serie predeterminata di mezzi e capacità di quest’ultima.
Quindi, se lo strumento militare europeo è calibrato per gestire operazioni di pace, si può affermare che l’Alleanza Atlantica mantiene tutte le prerogative per gestire conflitti veri e propri.

In tal senso, appare particolarmente efficace la definizione di Xavier Solana del Corpo di reazione rapida europeo come “separabile ma non separato dalla NATO”, per delineare il rapporto che si è venuto a creare tra l’Alleanza Atlantica e l’Unione Europea.


(*) - Maggiore nei Carabinieri.
(1) - The Economist 1-7 Feb. 1997.
(2) - The Economist 1-7 Feb. 1997.
(3) - Dichiarazione rilasciata dal Consiglio Atlantico, riunito in sessione ministeriale a Copenaghen il 6 e 7 giugno 1991.
(4) - Sicurezza e disarmo: il nuovo contesto strategico europeo di Carlo Jean – Europa del 2000 di Merlini edito da Franco Angeli.
(5) - Dichiarazione di Roma sulla pace e cooperazione del Consiglio Atlantico datata 7 e 8 novembre 1991.
(6) - Dichiarazione di Roma sulla pace e cooperazione del Consiglio Atlantico datata 7 e 8 novembre 1991.
(7) - Comunicato finale del Consiglio Atlantico 6 e 7 giugno 1991.
(8) - Vertice dei G7 di Londra del luglio del 1991 : “Dichiarazione sui nuovi principi concernenti il disarmo e il controllo dei trasferimenti delle armi convenzionali e sulla non proliferazione nucleare, biologica e chimica”.
(9) - Le sanzioni O.N.U. – Le sanzioni C.E.E. di Cosimo Risi.