Menu
Mostra menu

Il sistema internazionale e la definizione del concetto di ordine

Marco De Marchi (*)


1. Introduzione

La storia dell’umanità è stata un ininterrotto susseguirsi di conflitti e di scontri, periodicamente intervallati da fasi di pace e di distensione.

L’alternarsi ciclico fra i momenti di crisi e quelli di ordine trae origine dal complesso delle interazioni esistenti all’interno del sistema internazionale, rapporti che sono determinati dall’esistenza di norme e regole tali da influenzare il comportamento degli Stati e in grado di assicurare il regolare svolgimento della vita di relazione con un minimo d’equilibrio e stabilità.

Nelle fasi di scontro, e nei successivi momenti di conciliazione, normalmente si viene ad innescare un meccanismo di rottura degli equilibri, con la conseguente rideterminazione della gerarchia delle potenze e la ridefinizione di un nuovo assetto di potere.

Lo scontro militare, economico, politico, o semplicemente diplomatico, in ogni caso accelera il riallineamento delle alleanze internazionali, provocando sia mutamenti sistemici sia cambiamenti nelle stesse élites dominanti, impegnate in un “gioco su due livelli decisionali” di politica estera ed interna, comunque, idoneo a modificare la struttura di potere dei vari Stati(1).

Al termine della Guerra dei Trent’anni, dopo le Guerre napoleoniche e le due Guerre mondiali e, sebbene a distanza di un decennio, dopo la caduta del Muro di Berlino, il sistema internazionale si è sempre evoluto, sviluppandosi e trasformandosi con un ordine diverso, in ogni caso precario; l’equilibrio della struttura mondiale nei rapporti fra le parti, infatti, rappresenta una condizione il cui mantenimento serve a garantire la momentanea stabilità del consesso delle nazioni.

La ricerca dell’ordine e della stabilità internazionale rappresenta, pertanto, un’imprescindibile esigenza soprattutto in un periodo, come quello attuale, in cui si assiste al proliferare di crisi locali e regionali.

Tutto il complesso delle operazioni di pacificazione(2) (specie dopo la fine del bipolarismo e la caduta del Muro di Berlino), è andato progressivamente aumentando; tutto l’assetto delle attuali relazioni mondiali sarebbe vano e precario se non fosse incentrato sul presupposto dell’esistenza di un ordine e di un equilibrio internazionale.

Con il presente lavoro, quindi, cercheremo di esaminare, teoricamente, l’evoluzione storica del sistema internazionale e di proporre, alla fine, una definizione di ordine, individuandone le componenti, nella convinzione che una corretta delimitazione del significato sia un primo passo verso un sistema di rapporti fra Stati, basato sulla ricerca del reciproco e migliore interesse e, perciò, della pace.

In prima istanza andremo a vagliare il significato ed il contenuto del termine “sistema internazionale”, analizzandone le componenti e la struttura; di seguito, considerando alcuni fra i momenti più importanti di crisi e di cambiamento nella storia, moderna e contemporanea, proveremo a stabilire un collegamento tra l’evoluzione del sistema ed il relativo concetto di ordine, traendone gli elementi definitori.”


2. Il sistema internazionale

a. Il sistema internazionale ed i suoi attori

Il concetto di sistema internazionale appare frequentemente nella letteratura scientifica delle relazioni mondiali e nella trattazione storica contemporanea.
La spiegazione più esauriente del termine si può ottenere dall’impianto dottrinale proposto della teoria generale dei sistemi che rappresenta un complesso articolato di concetti, elaborato per analizzare l’insieme dei comportamenti e dei processi di diversi attori sociali in relazione ai rispettivi contesti ambientali(3).

Il sistema è un complesso d’entità variamente collegate e tra loro interdipendenti, le cui proprietà possono essere descritte da un certo numero di variabili (grandezze misurabili).

Lo studio sistemico s’incentra sull’analisi delle leggi di comportamento e sui fenomeni d’interazione delle parti, in cui il tutto è articolato, mediante la realizzazione di un modello che schematizzi, entro certi limiti d’approssimazione, le relazioni che intercorrono tra le variabili(4).

Nel mondo della teoria sistemica, quindi, s’individua un qualcosa che è dentro il sistema (in senso proprio) ed un qualcosa che è fuori (ambiente), esterno al campo d’osservazione ma potenzialmente rilebante (5)

A ben vedere, quindi, il concetto di sistema è interpretabile alla maniera di uno strumento teorico, utilizzabile nell’attività di studio dei fenomeni sociali e quindi delle interazioni fra le nazioni.

L’assunto di base dell’indagine sistemica è rappresentato dal fatto che l’insieme interattivo delle politiche estere degli Stati, e dei comportamenti degli altri attori del contesto relazionale, non è riconducibile alla mera somma aritmetica degli atteggiamenti dei singoli paesi, ma rappresenta un “tutto” con proprie caratteristiche distintive (6).

La nascita e l’evoluzione della struttura avviene per il formarsi d’interazioni, pacifiche o meno, fra le componenti; alcuni autori(7), hanno osservato come il sistema sia rappresentato dall’insieme degli attori e delle loro norme di convivenza, definibili attraverso l’analisi dei risultati del conflitto costituente, che ha distinto le parti del sistema stesso e definiti gli obblighi derivanti dall’esito della contesa; in tale maniera, si è ancorata la formazione della struttura internazionale alle dispute fra gli Stati e, quindi, al ciclico ripetersi di conflitti e di pace.

In definitiva, il sistema politico internazionale può considerarsi come un insieme di centri di potere e di élites indipendenti, portatrici d’interessi politici (la classe governante, il governo ed i gruppi di pressioni operanti nei suoi confronti), che interagiscono con una certa frequenza e regolarità.

Il carattere di frequenza e regolarità nell’interazione, risulta fondamentale; senza la presenza dei due elementi non si potrà parlare di sistema, giacché verrebbe a mancare un “tutto”, con le proprie caratteristiche distintive, diverso dalla mera somma aritmetica dei comportamenti dei singoli attori, delle singole interazioni non riferibili al complesso.

In teoria i sistemi possono essere distinti tra loro; tuttavia, nella realtà dei rapporti internazionali, si fa riferimento ad un unico sistema standard, le cui caratteristiche ed il cui funzionamento sono emersi, nelle loro linee essenziali, dal 1648 (dalla Pace di Westfalia), nel momento in cui si è venuta a formare la moderna comunità internazionale basata sul principio, formalmente condiviso da tutti i suoi membri, dell’uguaglianza sovrana fra gli Stati.

Gli attori, componenti e parti della struttura, sono perciò tutti quegli elementi, quelle istituzioni, gruppi di potere, capaci di svolgere un ruolo sulla scena internazionale, interagendo fra loro con frequenza e regolarità.

Il sistema, formato da diverse parti, esiste, in ogni caso, indipendentemente dalla volontà dei suoi membri; lo spazio terrestre, infatti, è occupato da più Stati sovrani che, di conseguenza, danno luogo ad una diversità di rapporti e di interazioni reciproche (8).

Di norma, si suole considerare come attori del complesso relazionale: gli Stati ed i quasi Stati, gli organismi sopranazionali, (i cosiddetti “QUANGO” dall’acronimo inglese Quasi-Autonomous Non- Governmental Organizations ), le forze transnazionali, i popoli ed i movimenti di liberazione(9).

Lo Stato-nazione, formato da un popolo organizzato in modo sovrano su un territorio ben definito(10), rappresenta l’elemento di base; la sua funzione fondamentale è orientata, principalmente, alla difesa dalle minacce esterne ed al mantenimento dell’ordine interno, attraverso un governo che detiene il monopolio della forza ed il cui compito risulta allargato al soddisfacimento dei bisogni primari dei cittadini e dei gruppi sociali che compongono il popolo(11).

Lo Stato moderno, così come inteso in precedenza, trova i suoi punti cardine di evoluzione e di sviluppo in tre momenti storici distinti ed individuabili: il 1648, il 1789 ed il 1989(12).

Il 1648 è l’anno della Pace di Westfalia, in cui fu sancita la nascita ufficiale del modello politico moderno, riconoscendosi, nel consesso delle nazioni, l’idea della sovranità originaria di uno Stato sul proprio territorio. Una volta tracciati i limiti geografici d’estensione del potere sovrano, nel modello di stato “westfaliano”, tutto quello che avveniva all’interno di un paese era un problema che non interessava gli altri.

Il 1789 è l’anno della Rivoluzione francese, data dalla quale si perfezionano le basi del fondamento statale moderno ed in cui si pongono i prodromi dello stato totalitario e totalizzante del XX Secolo.

Lo stato diviene un tutt’uno con la nazione; di conseguenza nasce la politica intesa in senso di nazionalità, sangue e lingua.
Nel 1989 crolla il Muro di Berlino, cessa la contrapposizione fra i blocchi, motivata da visioni ideologiche opposte; inizia l’era della geoeconomia e si avvia la crisi del modello di Stato sin qui determinatosi. Mentre il 1789, infatti, rappresentava il periodo delle rivoluzioni parlamentari, il 1989 ha dato l’avvio ad una rivoluzione al di fuori delle strutture politiche stesse, una rivoluzione che trova nella globalizzazione il suo fattore scatenante(13).

I quasi-stati possono essere considerati i movimenti di liberazione e le regioni; i primi sono gruppi politici, su base territoriale, che traggono origine e ragion d’essere da un ideale nazionale (ancora non resosi concreto ed istituzionalizzato in Stato) e considerano il governo legittimo (intendendo la legittimità giuridica non ideologica e politica) come un potere usurpatore dei diritti “nazionali” e dell’aspirazione all’autodeterminazione.

Le regioni sono aree specifiche all’interno dello stato, che possono essere considerate quasi come entità autonome (se non sostanzialmente indipendenti) per ragioni geografiche, etniche e/o linguistiche.

Regioni, movimenti politici di liberazione ed indipendenza nazionale, tuttavia, pur potendosi richiamare al principio di autodeterminazione dei popoli, abbisognano, per essere considerati organismi sovrani, del formale riconoscimento internazionale che, oltre a derivare da un atto diplomatico, trae origine dal principio d’effettività, dall’attitudine a garantire all’interno dei territori oggetto di contesa l’esercizio di un governo, la capacità di dispiegare un potere concreto, attuale, con un chiaro monopolio esclusivo della forza, fondamentale per l’estensione della sovranità.

Le organizzazioni sovranazionali od internazionali sono associazioni stabilite fra Stati membri (i loro governi), formate da organismi propri ed autonomi, aventi il compito di perseguire il raggiungimento degli obiettivi e degli scopi comuni ai paesi affiliati, attraverso la reciproca collaborazione.

L’azione di tali organizzazioni si estende su un livello territoriale diverso, mondiale o regionale; avremo, pertanto, uno spettro di possibilità d’interazione differenti, secondo le capacità dei singoli organismi di operare sul sistema internazionale.

Per esempio, organizzazioni internazionali quali l’ONU, la Banca Mondiale, il Fondo Monetario Internazionale, hanno assunto una notevole influenza sullo scenario mondiale, con un impatto di considerevole livello politico ed economico.

Il fenomeno della globalizzazione ha determinato il moltiplicarsi degli organismi, politici ed economici, agenti a livello transnazionale; l’insieme dei movimenti non governativi e privati è portatore d’interessi, perseguiti indipendentemente dalle politiche degli Stati ed oltre il loro confine nazionale.

Organizzazioni non governative e, soprattutto, le imprese multinazionali(14), determinano effetti rilevanti sullo svolgimento della vita relazionale fra gli Stati: infatti, sono in grado di orientare o condizionare le scelte politiche dei paesi, per il notevole peso economico della loro presenza o meno in un’area rispetto ad un'altra(15).

La presenza di attori diversi dagli Stati, tuttavia, non è tale da togliere alle nazioni sovrane il ruolo centrale nell’ambito del sistema internazionale: anche se in quest’inizio di millennio paiono giungere segnali contrastanti indicanti un progressivo svuotamento del potere statale a favore di entità sovraordinate il monopolio della forza (interno ed esterno), la capacità di adeguarsi al mutare dei tempi, rendono gli Stati ancora fondamentali nelle relazioni mondiali.


3. La gerarchia di potenza

Gli Stati, come parti del sistema internazionale, pur uguali nello status (conseguentemente alla pace westfaliana), differiscono fra loro nella capacità di incidere sui rapporti di forza, data l’implicita gerarchia di potenza che si viene a creare tra i vari membri. Avremo Stati che sono superpotenze, grandi e medie potenze, potenze regionali e piccole potenze, secondo un continuum che tiene conto di un’ampia sequenza di fattori geopolitici, militari ed economici.

Per superpotenza intendiamo quello Stato che svolge un ruolo mondiale, con una strategia globale, chiara e manifesta nelle sue aspirazioni, con interessi coinvolgenti tutto il globo e capacità d’intervento totali. Attualmente, col crollo dell’Unione Sovietica, l’unica superpotenza rimasta sono gli Stati Uniti, poiché la Russia è stata declassata al ruolo di grande potenza, ancorché con interessi quasi globali, ma capacità ridotte d’intervento.

Le medie potenze sono tutti quei Paesi che esercitano un’influenza mondiale ed hanno interessi limitati, pur avendo ambizioni di caratura totale; le capacità d’intervento ed il peso politico-economico - pur essendo di rilievo - sono parziali, rilevandosi insufficienti per lo svolgimento di una politica di potenza mondiale, potendo intervenire, eventualmente, anche in aree diverse dalla propria, ma sempre con limitazioni e restrizioni. Il classico esempio di tali potenze è dato dalla Francia e dalla Gran Bretagna.

Diversa appare la posizione della Germania: economicamente la Repubblica Federale si trova in una zona di confine fra grande e media potenza; dal punto di vista delle capacità politiche e militari, invece, è ancora confinata ad un ruolo d’importanza regionale, sebbene egemone nella sfera europea.

Le potenze regionali sono, invece, quelle nazioni che esercitano la loro influenza, economica e politica, solamente in una determinata regione, poiché il loro potere è limitato.

L’azione di tali Stati si manifesta in un’area geografica ben precisa, anche se “teoricamente” le possibilità d’intervento potrebbero manifestarsi su uno scacchiere ben più ampio. Esemplificano tale categoria Stati come la Turchia, l’Iran oppure l’Egitto.

Le piccole potenze sono Stati con una modesta influenza sulla scena internazionale, non presentando significative capacità d’intervento. Il loro potere è funzionale. In altre parole, a causa di fattori geografici e della loro posizione politica, rappresentano elementi di cui la superpotenza o le grandi potenze si servono per la proiezione ed influenza, traendo da tale situazione termini di relativa forza.

Nella classificazione sopra proposta, tuttavia, vi sono dei casi limite: oltre a quanto detto per la Repubblica Federale Tedesca, infatti, Stati come la Cina e l’Italia assumono una posizione cosiddetta di border line, di linea di confine.

La Repubblica Popolare Cinese, per popolazione, armamenti e trend di sviluppo a medio termine, rappresenta una grande potenza; ciò nonostante il suo ruolo attuale risulta quello di media potenza con una proiezione egemonica per ora limitata all’Asia del Pacifico e all’Asia meridionale.

Per quanto attiene al nostro Paese il discorso da fare è diverso: siamo una potenza regionale, con un ruolo di media potenza ed interessi quasi globali, in ragione della struttura economica e della presenza di cittadini nostri, o italiani d’origine, in quasi tutto il mondo.rigata.


4. Classificazione e struttura dei sistemi internazionali

La modellistica dei sistemi rappresenta il tentativo di classificare e studiare la struttura e l’evoluzione del complesso assetto internazionale. Dal punto di vista scientifico, la prima classificazione organica e analitica è stata fatta da M.A. Kaplan(16), il quale ha elaborato una serie di modelli, attraverso i quali studiare e riconoscere le evoluzioni della struttura delle relazioni internazionali.

Tramite le sue osservazioni, lo studioso ha costruito sei tipi di modelli di sistemi(17):

  • bilancia di potere (balance of power);

  • bipolare elastico;

  • bipolare rigido;

  • gerarchico;

  • universale;

  • dell’unità del veto.

La classificazione proposta riteniamo sia la più idonea ad evidenziare i vari sistemi succedutisi nel tempo, dimostrandosi adatta ad una loro concreta identificazione pur, ovviamente, con le limitazioni di una classificazione esposta alla luce delle caratteristiche politiche delle potenze del XX secolo.

a. Bilancia di potere

È un sistema composto essenzialmente da stati-nazione, con un gruppo di attori essenziali, il cui numero non deve essere inferiore a cinque, al fine di garantire l’elasticità delle alleanze fra le componenti sistemiche. Vi è, quindi, una potenza principale che rappresenta l’ago della bilancia ed altri componenti essenziali.

Il sistema è tale che le alleanze non sono basate sulla comunanza ideologica, ma sulla ricerca dell’equilibrio complessivo, e mirano ad essere alleanze di breve termine.
I conflitti sono tendenzialmente limitati e, comunque, non tendono all’eliminazione degli attori principali, quanto, piuttosto, a contrastare la formazione di un blocco egemonico e a garantire il mantenimento dell’equilibrio complessivo.

Storicamente, l’assetto politico appena descritto trova la sua più lampante conferma nell’insieme degli Stati europei del XVIII e XIX secolo, rinvenendo i suoi prodromi nella struttura mondiale delineatasi dopo la Pace di Westfalia, sino alla Rivoluzione francese e alle successive Guerre napoleoniche.

b. Bipolare elastico

Gli elementi specifici del bipolarismo detto “elastico”, complesso oramai storico che ha caratterizzato prepotentemente lo scenario delle relazioni internazionali post II Guerra mondiale, sono essenzialmente la presenza di due blocchi contrapposti, controllati rispettivamente da una superpotenza, e di stati-nazione in posizione subalterna, con funzioni di satelliti.

Nel bipolarismo di siffatta maniera vi è la presenza, oltre ai due poli, di organizzazioni sovranazionali e transnazionali (unitamente a Stati che non appartengono ai due sottosistemi - il blocco dei paesi non allineati) partecipanti al complesso di rapporti internazionali ed in grado, comunque, di influenzare le relazioni fra i poli antagonisti.

L’armamento dei contendenti, di tipo termonucleare, impone e crea connessioni dirette fra le percezioni e le reazioni delle componenti sistemiche giacché, in presenza di una qualsiasi variazione del potenziale bellico di una parte, immediatamente si hanno dei riflessi e delle ripercussioni sull’altra e sull’intero complesso (quella che per anni è stata la corsa agli armamenti ).

Il possesso di apparati nucleari, tuttavia, assicura la reciproca deterrenza e quindi le esigenze di stabilità e controllo interno(18). Nessuno dei raggruppamenti può vincere quello che è un gioco a somma zero(19).

Dall’analisi di Kaplan, inoltre, si delineano altri caratteri del bipolarismo poiché gli attori minori, appartenenti ai due sistemi, devono negoziare piuttosto che combattere o, al limite, combattere guerre minori, astenendosi dall’intraprendere conflitti di vasta portata per prepararsi solamente ad eventi bellici, di livello globale, nel caso di crisi e confronto fra le due super potenze, leader del rispettivo schieramento.

Nel caso in disamina, ripeto oramai storico, le alleanze sono a lungo termine, basate su interessi permanenti e ragioni di tipo ideologico, con un reciproco contenimento fra parti contrapposte alla luce delle capacità nucleari di MAD (Mutual assured destruction - distruzione reciproca assicurata).

Il sistema, nella sua realizzazione storica post II Guerra mondiale, aveva alterato la dimensione e la proiezione internazionale dei vari stati appartenenti ai due gruppi politici antitetici(20); le diverse esigenze nazionali erano subordinate e finalizzate al conflitto maggiore in atto, limitandosi le iniziative politiche e gli specifici interessi nazionali alle esigenze complessive.

Dal punto di vista geopolitico il mondo bipolare ha rappresentato un periodo di decadenza; quella che era la concezione classica che traeva le sue mosse da Ratzel ed Haushofer(21), trovava un limite nelle superiori necessità dell’alleato maggiore.

c. Bipolare rigido

Il modello in trattazione presenta molte analogie col precedente; in questo, però, non esistono organizzazioni sopranazionali in grado di influire sui rapporti sistemici ed i due blocchi devono avere una struttura interna gerarchica.

d. Gerarchico

È un sistema organizzato e centralizzato, con un’autorità sovraordinata rispetto ai vari livelli decisionali interagenti, che può derivare dalla trasformazione di un sistema bipolare rigido (ad esempio nel caso di un conflitto risoltosi con la vittoria di uno schieramento sull’altro) oppure dal mutamento avvenuto in seno ad un sistema di tipo universale.

e. Universale

In questo modello vi è un’autorità sovraordinata, con compiti di ordine sistemico (quali il dirimere lo stato di conflitto fra gli attori politici nazionali) ed un certo numero di stati sovrani (con un certo grado d’autonomia politica). Il sistema deriva dalla trasformazione di un sistema bipolare elastico, ove la preponderanza della superpotenza dominante risulta schiacciante rispetto alle potenzialità dei vari stati.

Il modello in questione potrebbe trovare una similitudine nell’attuale situazione mondiale; infatti, più che esser di fronte ad un multipolarismo internazionale, è opinione diffusa che l’attuale epoca sia unipolare (non ancora completamente però!), con un’unica potenza (super) dominante: gli Stati Uniti.

f. Unità del veto

È un sistema di tipo decentralizzato e non organizzato; gli attori sono Stati, alcuni dei quali dotati d’armamento nucleare e capacità limitate al primo colpo.

Nella struttura mancano organizzazioni internazionali aventi finalità politiche, mentre l’ordine sistemico è garantito dal pericolo di rappresaglia e dall’incapacità di “secondo colpo nucleare”.

La prospettiva storica di tale sistema è di una progressiva diffusione dell’armamento nucleare, accompagnata dalla perdita di potere della superpotenza e delle grandi potenze, a scapito di nuovi attori, prima potenze di tipo regionale (aventi politiche aggressive ed analoghe ideologie di sostegno).

Tale eventualità non appare per nulla peregrina: l’evoluzione dello scenario mondiale attuale, sistema quasi unipolare, verso una struttura più anarchica e meno istituzionalizzata, dipenderà molto dalle trasformazioni politiche della superpotenza dominante e delle grandi e medie potenze, dalle loro capacità negoziali e dall’accordo con gli Stati emergenti del Terzo mondo.


5. L'ordine internazionale - esempi storici

La prima forma strutturata di organizzazione dei rapporti internazionali, ancorché intesa come semplice assetto del territorio, si ebbe nell’antichità col fiorire della civiltà di Roma; l’estensione del potere militare e dell’ordinamento giuridico romano, col monopolio dell’utilizzo della forza, rese possibile un sistema di tipo universale, ove vi era un’autorità sovrana e sovraordinata che garantiva l’ordine sistemico (dirimendo i conflitti interni), assicurava lo sviluppo economico e salvaguardava i confini, nonché diverse entità sovrane, regni, stati foederati ed alleati, gravitanti nell’orbita di Roma.

Le legioni, la lingua e l’ordinamento giuridico uniforme, la progressiva assimilazione ed estensione della cittadinanza, determinarono un progressivo svuotamento del sistema universale a favore di un sistema gerarchico, con al centro l’autorità imperiale ed i suoi delegati.

Il passaggio da una forma sistemica all’altra, storicamente, si può far coincidere con la trasformazione della repubblica in principato, in particolare con le modifiche costituzionali introdotte da Augusto e dai suoi successori (23).

L’ordine internazionale dell’epoca consisteva, essenzialmente, in un equilibrio instabile, derivante dalla spinta espansiva territoriale romana (nel tempo, specie dopo Traiano, in progressivo affievolimento) e l’onnipresente pressione sui confini da parte dei popoli barbari germanici e slavi. La preponderanza dell’una o dell’altra determinava l’alternarsi fra momenti di stabilità e periodi di conflitto.

Il progressivo evolversi del sistema da universale a gerarchico, sino a giungere alla caduta della struttura politica romana, determinò, inoltre, la trasformazione delle dottrine militari, con una progressiva evoluzione da una proiezione di potenza sugli Stati federati (con le legioni accentrate nell’area italica), all’intervento diretto sui confini (con le legioni spostate verso il limes per attenuare la pressione barbarica) sino alla difesa territoriale stratificata, con fortificazioni sulle vie imperiali ed unità mobili di copertura, verso la fase finale del tardo impero.

Con la caduta dell’Impero romano, trascorsi i secoli bui dei regni barbarici, l’evoluzione dello scenario politico internazionale mutò verso un sistema di tipo bipolare-gerarchico.

I centri di potere mondiali diventarono due, l’Imperatore ed il Papa, ognuno dei quali esercitava il proprio potere su aspetti diversi della vita della società.

L’elemento gerarchico era insito nel polo imperiale ove, accanto all’autorità dell’imperatore, esistevano diverse forze sott’ordinate, legate da un rapporto fiduciario personale con il potere immediatamente superiore; il sistema feudale realizzava una serie di centri di potere, disposti secondo gerarchia, interagenti fra di loro ma in continua attitudine allo scontro.

Fra i due poteri forti, tuttavia, tendeva ad emergere (sino alla riforma di Lutero ed alla Pace di Westfalia) ed avere, statisticamente, la meglio, il papato.
Nella comunità degli Stati cristiani, la repubblica cristiana, il Papa esercitava una vera e propria funzione direttiva sulle nazioni e sui regnanti; la Chiesa agiva sia all’interno dei regni, dei feudi e delle città libere, sia a livello internazionale.

Accanto alla cura delle anime dei fedeli (e dei sovrani), infatti, la struttura ecclesiastica disponeva di formidabili sanzioni, tra le quali la scomunica e l’interdetto, che efficacemente sostenute da una fede diffusa e radicata, risultavano veri e propri elementi di pressione sull’impero e gli altri regni, principati e repubbliche.
La Riforma e la conseguente divisione della Cristianità e dello spazio politico europeo tra Stati sovrani, unita alla perdita di potere temporale e spirituale della Santa Sede, determinarono la formazione di diversi nuclei d’influenza, realizzando il moderno sistema internazionale(24).

La necessità di un nuovo ordinamento dei rapporti di forza fra gli Stati, unita al fatto che sempre maggiore era la presa di coscienza degli effetti deleteri della guerra, portò a livello teorico ad una rivalutazione dell’idea della forza della ragione (il diritto bellico nasce in tale prospettiva) più che della ragione della forza.
Nella pratica delle relazioni internazionali, tuttavia, il potere, gli interessi dinastici degli Stati e la forza delle armi, rappresentarono ancora il metro su cui fondare l’ordine sistemico.

La necessità di pacifica convivenza fra le nazioni aumentò con la scoperta di nuove terre ed il bisogno di organizzare lo scenario mondiale.
Con la bolla del Papa Alessandro VI, Inter Cetera(25) (1493), ed il trattato di Tordesillas, siglato tra Ferdinando ed Isabella di Castiglia col Re di Portogallo Giovanni II nel 1494(26), furono delimitate le sfere d’influenza spagnole e portoghesi, giungendo ad una prima definizione di un ordinamento mondiale, seppur provvisorio e parziale, in due grandi blocchi d’influenza. Infatti, preso come riferimento il meridiano passante a 100 miglia ad ovest dell’Isola di Capo Verde, tutte le nuove terre scoperte, ubicate ad est di tale linea risultavano nell’area d’influenza portoghese, mentre quelle situate ad ovest di tale tracciato appartenevano alla Spagna.

La spartizione, sebbene teorica (anche se sino alla metà del 1500 effettiva), creava sulla carta una tipica situazione bipolare di spartizione territoriale, rappresentando nelle sue linee principali un tentativo di definire un sistema internazionale diverso; il contesto, tuttavia, non teneva conto della situazione in via di progressiva evoluzione. Altre potenze quali l’Inghilterra, la Francia e, poco dopo, la ribelle Olanda, infatti, erano pronte ad irrompere sulla scena, sconvolgendo la situazione prima delineata.

La corsa all’acquisizione di nuovi territori e colonie rappresentò uno dei fattori di tensione e conflitto fra le potenze europee.
La necessità di controllare l’Europa (guerre continentali degli Asburgo), si saldava alla guerra sui mari per il controllo delle rotte marittime, che portavano dalle Indie orientali ed occidentali, materie prime (spezie, oro, argento e preziosi) sempre più richieste nel Vecchio continente.

L’avvio delle prime dispute commerciali e sulla libertà di navigazione, unitamente al processo d’autonomizzazione degli Stati dalla Chiesa, scardinarono a breve tutto il sistema.
In questa fase iniziale si definisce e si estende il sistema ed il relativo ordine; già, comunque, si possono rilevare tratti della struttura internazionale futura, la ricerca dell’equilibrio sul continente europeo (concetto ancora in elaborazione) e la progressiva uguaglianza di status internazionale fra le nazioni.

La struttura mondiale, seppur in via di formazione, poteva assimilarsi al modello teorico della bilancia dei poteri; realizzava, infatti, un ordine incentrato sulla gerarchia della potenze e sulla ricerca dell’equilibrio(27), sempre instabile ma possibile.

Il sistema era formato in maniera tale che le alleanze non erano basate, solamente, sulla comunanza ideologica, ma vertevano sulla ricerca dell’equilibrio complessivo, con intese fra le parti di breve periodo, finalizzate ad impedire la formazione di un blocco egemone (guerre contro gli Asburgo).

I conflitti, tendenzialmente limitati (le guerre durano nel tempo ma gli episodi bellici avvengono con soluzione di continuità, inframmezzati da trattati, cambi d’alleanze, a rompere il ritmo e la scansione dei combattimenti), non tendevano all’eliminazione degli attori principali.

a. Il Trattato di Westfalia

Il Trattato di Westfalia rappresentò il punto culminante del processo prima delineato; si giunse al progressivo perfezionamento dell’ordine internazionale, precedentemente in fase di formazione.

La Guerra dei Trent’anni determinò la fine dell’unità della cristianità in Europa, sancendo il principio dell’uguaglianza giuridica fra tutti gli Stati.
I trattati, firmati a Westfalia il 24 Ottobre 1648, definirono un nuovo ordine incentrato sull’uguaglianza sovrana, sul principio dell’equivalenza nei rapporti internazionali e sull’indipendenza degli Stati da qualsiasi interferenza nella loro sfera interna.

Il negoziato del 1648 portò in sé due grandi mutamenti; il primo dei quali, identificato nel principio cuius regio eius religio, affermò, specie nei paesi protestanti, il dominio dello Stato in campo religioso, consacrando la fine della supremazia del potere spirituale su quello temporale e, soprattutto, offrendo l’impulso iniziale alla divisione fra Stato e Chiesa.

Il secondo grande cambiamento, invece, individuò nella gestione del trattato sotto forma di negoziato congressuale, con la presenza di tutte le potenze europee, il modello per la creazione dell’equilibrio politico europeo, tale da garantire la stabilità generale, derivante dal contemperamento degli interessi dei singoli Stati.
Dalla Pace di Westfalia, comunque, emerse la necessità di un mutuo controllo fra gli Stati, per assicurare il bilanciamento delle forze in campo, dato che la guerra, pericolo immanente, poteva essere evitata solo mediante un efficace sistema di contrappesi.

L’equilibrio delle potenze sostituiva la consapevolezza dell’appartenenza ad un’unica comunità; l’interesse dello Stato o della dinastia, cui si identificava la nazione, diventava il metro d’ogni iniziativa; la forza continuava ad essere l’elemento regolatore dei rapporti fra gli Stati.

b. La Rivoluzione francese

Se il 1648 aveva significato il culmine di un processo secolare di separazione fra Stato e Chiesa, stabilendo il principio del predominio statale e dell’uguaglianza internazionale, la Rivoluzione francese rappresentava il punto di partenza per il dissolvimento dell’ordine westfaliano, proponendo, infatti, una visione di Stato perfezionata, più totalitaria e totalizzante.

Lo stato francese diveniva il rappresentante della nazione, i cittadini si accomunavano per uguaglianza di diritti e doveri nonché per l’appartenenza alla stessa nazionalità e lingua.

Il modello proposto dalla Francia esaltava lo spirito delle masse nella partecipazione alla vita politica attiva di tutti gli strati sociali.
Lo Stato contemporaneo, la stessa visione della politica, come partecipazione di massa, trae origine dagli avvenimenti del 1789.

I germi della rivoluzione, sparsi per tutta l’Europa, oltre a sovvertire le basi dello Stato dinastico e di polizia, minarono le fondamenta dell’ordine internazionale; l’equilibrio delle potenze era scosso dalla formazione di un esercito nazionale popolare, capace, in virtù dell’anelito rivoluzionario e della spinta ideologica, di sconfiggere le armate mercenarie delle vecchie dinastie regnanti.

Lo Stato francese, sotto Napoleone divenuto impero, espandendosi sconvolse la carta geografica europea; la possibilità dell’unificazione continentale sotto un unico potere sovrano diveniva possibile.

Il sistema internazionale assomigliava sempre più ad una struttura gerarchica, in cui solo la presenza di una potenza dominante era in grado di garantire, per brevi periodi, ordine e stabilità.

Nel complesso dei rapporti fra gli Stati, basato sul predominio militare francese, non vi era comunanza ideologica alcuna; le idee propugnate dall’Impero erano antitetiche a quanto professato dai sovrani sconfitti.

Il disegno napoleonico ad un certo punto fallì; l’emergere delle contraddizioni esistenti fra l’anelito rivoluzionario di rigenerazione nazionale (di molti europei collaboratori dei francesi) e gli evidenti interessi nazionali transalpini, da un lato, attenuarono l’appoggio nei paesi occupati; dall’altro, i fattori geopolitici ed economici, si dimostrarono prevalenti rispetto al genio militare di Napoleone.

La fine dell’Impero, nonostante tutto, lasciò intravedere la crisi sistemica dell’ordine westfaliano, incapace di sostenere le divergenze fra gli interessi dinastici e di affrontare le questioni nazionali di paesi multinazionali, legati solo dall’appartenenza a possedimenti dello stesso Sovrano.

c. Il Congresso di Vienna

La pace scaturita dal Congresso di Vienna sostituì ad un sistema basato sui rapporti di forza una struttura incentrata sulla contrattazione, tesa al raggiungimento dell’interesse generale; l’accordo fra le potenze restauratrici ristabilì ed istituzionalizzò l’ordine internazionale, attraverso il legame ideologico fra i sovrani ed il mantenimento dei domini dinastici nelle monarchie restaurate.

Lo scopo principale dell’assise viennese fu quello di modificare l’ordine europeo, al fine di prevenire il ripetersi di un ulteriore contagio rivoluzionario, giacobino e repubblicano.

La soluzione offerta da Metternich, Tayllerand e dagli altri plenipotenziari era di rimpiazzare il vecchio equilibrio di potere, immutabile e creatore di una sicurezza assoluta (che inutilmente si era cercato di raggiungere nei decenni precedenti) con un ordine stabile basato sul principio della sicurezza relativa.

La restaurazione, pertanto, non proponeva un nuovo sistema di rapporti d’assoluto equilibrio; piuttosto cercava una forma di reciproca sicurezza, assicurata dal principio di legittimità e dalla restaurazione dei troni e delle dinastie, dalla rettifica dei confini, spostati alle posizioni prenapoleoniche.

Il sistema internazionale proposto a Vienna era, dunque, un sistema omogeneo, cioè un sistema in cui tutti gli stati possedevano le stesse concezioni politiche e dove la gerarchia delle potenze si evolveva verso un principio di direttorio, il cosiddetto “concerto europeo”.

Ci troviamo di fronte ad un sistema al limite fra quello dell’equilibrio dei poteri e dell’unità del veto.
L’ordine internazionale, oramai formato, diventò il problema principale nei rapporti internazionali; la difficoltà maggiore sussisteva nel conciliare la legittima e logica ricerca dell’interesse nazionale, con la necessità di stabilire e mantenere la pace fra gli Stati, o meglio, fra le dinastie regnanti, accomunate dallo stesso principio dinastico ed ideologico.

L’ordine strutturale, in un ambiente esterno sempre più competitivo, fu il risultato di lungo respiro del Congresso di Vienna; proprio nel perfezionamento dell’ordine si trovano le ragioni del più lungo periodo di stabilità internazionale, in cui i conflitti sorti non erano tali da porre in discussione l’integrità e l’identità sistemica.

Le capacità di regolazione e dunque, in ultima analisi, d’ordine derivavano dall’intelligente equilibrio creatosi, reso possibile dal comune sentimento legittimistico rispecchiato dalla Santa Alleanza, in cui “la legittimità diventava il cemento dell’ordine internazionale”(28).

d. Il Trattato di Versailles

Le tensioni della fine del XIX Secolo - da alcuni autori ricondotte al passaggio epocale fra la fine dell’800 ed i primi del ’900(29), da altri all’evoluzione delle forme di produzione ed alle spinte espansionistiche insite nello sviluppo capitalistico(30) -, provocarono un forte scossone all’edificio sorto all’indomani del Congresso di Vienna.

Il crollo definitivo dell’ordine mondiale (oramai non più eurocentrico) avvenne con la Prima Guerra mondiale; dal punto di vista delle relazioni internazionali, la Grande Guerra rappresentò la pietra tombale dell’equilibrio delle potenze, sancendo la fine dell’egemonia europea sul mondo, artificialmente protrattasi anche dopo il 1919, col dominio di Francia e Regno Unito sulla costituenda Società delle Nazioni(31).

Gli accordi di pace post conflitto ridisegnarono la cartina d’Europa, spostando confini, popoli e cancellando secolari dinastie.
Le conferenze di pace, ed i relativi congressi, apposero il sigillo definitivo della fine dell’ordine internazionale; in particolare, il Trattato di Versailles e le disposizioni conseguenti alla sua applicazione furono elementi condizionanti tutto il XX Secolo, perché davano inizio ad un periodo d’instabilità, ad una tregua fra le due guerre mondiali, fasi diverse della stessa contesa.

La “pace” imposta col trattato di Versailles aprì lo scenario delle relazioni internazionali a nuovi attori mondiali ed a nuove concezioni.
Gli Stati Uniti, entrati nel conflitto durante il 1917, portarono il loro retaggio ideologico democratico; l’amministrazione americana, disdegnosa delle concezioni classiche d’equilibrio dei poteri, considerava immorale la stessa concezione di realpolitik di cui erano imbevuti gli europei.

Principi come quello della democrazia, della sicurezza collettiva e dell’autodeterminazione, entrarono nel vocabolario politico mondiale e rappresentarono dei concetti rivoluzionari per la vecchia e classica diplomazia europea di potenza.

Il Presidente Wilson, dettando i suoi quattordici punti, fornì le basi teoriche per la futura creazione della Società delle Nazioni, proponendo un ordine mondiale basato più su giudizi morali che sull’equilibrio di potere, dettato dalla geopolitica(32); le sue asserzioni determinarono, altresì, tutta una serie d’attese, inconciliabili con la situazione politica ed economica del Vecchio Continente, tali da aumentare l’equivoco e la confusione di fondo.

Le riparazioni imposte alla Germania furono un autentico controsenso, troppo blande affinché potessero inibire la rinascita della potenza tedesca, troppo dure per non creare il risentimento degli sconfitti, troppo umilianti per consentire una vera conciliazione con la Germania e, in ogni modo, tali da innescare la successiva tragedia del revanscismo nazista.

L’ordine del 1815, sorto dal Congresso di Vienna, aveva cercato la rappacificazione con la Francia, secondo i canoni peculiari della struttura tipica dell’equilibrio dei poteri in cui i conflitti vengono tendenzialmente limitati e non puntano all’eliminazione totale delle controparti.

L’equilibrio di poteri garantito dalla Santa Alleanza era basato su un comune sentire dei governi e delle dinastie dei vari paesi; con il Trattato di Versailles, invece, tutto cambiò.
Mancò un qualsiasi tentativo rivolto a stabilire una legittimità internazionale; non vi era la ricerca d’elementi e di valori comuni tra i vari Stati, idonei a frenare gli asti e gli odi conseguenti alla guerra.

Nel testo dell’accordo di pace, e nelle politiche successive delle potenze vincitrici, era assente qualsiasi forma di compromesso che potesse garantire un minimo di ordine e di equilibrio; il trattato appena stilato era inapplicabile giacché completamente estraneo al sistema vigente in Europa.

Il primo conflitto mondiale, quindi, non fu risolutivo delle tensioni precedenti che l’avevano innescato; in realtà introduceva nella situazione internazionale dell’epoca ulteriori elementi di disaccordo in grado di catalizzare un nuovo scontro, ben più grave.

La pace faticosamente raggiunta era, purtroppo, solo una tregua nella guerra civile europea; serviva solo a ritardare il regolamento politico e geopolitico del Vecchio Continente.

e. Jalta e la guerra fredda

Gli accordi di Jalta e Potsdam, conclusisi durante il Secondo conflitto mondiale, suddivisero l’Europa, stabilendo le aree d’influenza e di competenza delle potenze alleate, coalizzate contro il comune nemico nazista.

A Jalta, sovietici, statunitensi e, sebbene in misura minore, inglesi si accordarono per ridefinire i confini europei, stabilendo quella profonda divisione continentale, detta Cortina di ferro.

La successiva Conferenza di Potsdam definì, invece, l’insieme delle norme e dei principi d’ordine politico ed economico, attraverso i quali doveva essere riorganizzata la Germania nel periodo del dopoguerra.

L’accordo concluso nella cittadina del Brandeburgo, all’epoca, sembrò un successo diplomatico; alla lunga, invece, dimostrò tutti i limiti della negoziazione, giacché i risultati della trattativa furono subito rimessi in discussione, a conflitto terminato.

La questione della pace con la Germania e l’occupazione del suo territorio, infatti, scatenarono un contenzioso, nel cuore dell’Europa, che durò circa 40 anni, tale da evidenziare subito le prime crepe sugli accordi di pace, da poco faticosamente siglati.

La Conferenza di Parigi, con la relativa discussione dei trattati di pace con la Romania, l’Italia, la Bulgaria e la Finlandia, dimostrò poi la profonda spaccatura fra le nazioni europee, con il pedissequo e rigido allineamento dei paesi dell’Est sulle posizioni sovietiche.

L’epoca di pace, che sembrava doversi scorgere nell’immediato dopoguerra, durò pochissimo: le tensioni esistenti fra gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica, anche se sopite durante il conflitto, riemersero quasi subito, dando luogo ad una bipartizione del Mondo in due sfere d’influenza(33), politica, militare e, soprattutto ideologica.

L’alleanza del tempo di guerra era stata un accordo innaturale: da una parte la visione idealistica del mondo, tipica di molti democratici americani, dall’altra l’ideologia ferrea di un uomo privo di scrupoli e votato al potere, Stalin.

In tale situazione, non appena il conflitto ebbe termine e si diede corso alle decisioni concordate a Jalta e Potsdam, l’Europa ed il mondo intero furono spaccati in due. Iniziava la cosiddetta Guerra Fredda.

Con essa, il cui primo episodio ufficiale può essere considerato il discorso sulla “cortina di ferro” pronunciato il 5 marzo del 1946 da Winston Churchill presso l’Università di Fulton, si avvia un processo di crisi caratterizzato da una guerra non combattuta direttamente fra le due potenze.

Dal punto di vista delle relazioni internazionali si elimina l’equilibrio delle potenze e cessa completamente il controllo europeo sul mondo.
Tutta la politica mondiale, dalla fine delle guerra, ruoterà attorno ai due Paesi veri vincitori del conflitto, potenze extraeuropee dalle dimensioni continentali. Il panorama mondiale, pertanto, si modellerà secondo un sistema bipolare elastico, con la presenza in entrambi gli schieramenti, di un paese leader e della sua schiera di satelliti.

Le piccole e medie potenze europee diventeranno Stati a sovranità limitata e i paesi dell’area comunista, a sovranità pressoché figurativa, governati da politici obbedienti e ligi alle direttive di Mosca.

La contrapposizione fra i blocchi si consolidò nei primi anni, per due ordini di motivi: il primo era dato dal possesso degli armamenti nucleari(34), che erano fattore d’impedimento all’avvio di una guerra, per le tremende conseguenze di una tale decisione. In secondo luogo gli Stati Uniti erano ancora fiduciosi della volontà di pace russa ed i sovietici, stremati dalla Grande Guerra patriottica(35), non erano in grado di poter sostenere un conflitto.

La prima svolta alle relazioni coi russi, ed il primo tentativo di forzare l’ordine bipolare, avvenne con l’elaborazione della “Dottrina Truman”, documento attraverso il quale l’America, a distanza di due anni dalla fine della guerra, giungeva a sostenere “i popoli liberi quando resistono a minoranze armate e pressioni esterne che cercano di sottometterli”(36), varando una politica d’assistenza militare alle nazioni europee, con un piano d’assistenza e ricostruzione economica denominato “Piano Marshall”(37), ed adottando, dal punto di vista strategico, la dottrina del containment.

Nell’ambito dei rapporti fra le due superpotenze, la dottrina del containment rappresentò la prima elaborazione teorica, ed anche strategico-militare, successiva alla IIa Guerra mondiale.

Nei suoi termini più ampi il contenimento nasceva dal famoso long telegram del 22 febbraio del 1946, redatto da George Kennan(38), successivamente apparso sul numero di luglio della rivista “Foreign Affairs”, nel quale l’autore, gran conoscitore della realtà sovietica, individuava i punti salienti dei rapporti fra gli USA e gli URSS(39):

  • nell’inevitabile espansione sovietica, che nasceva dall’ossessione russa della sicurezza e dalla logica del potere comunista;

  • nella necessità che la reazione statunitense fosse ferma, non imprudente, giacché il contenimento dell’avanzata sovietica ad ovest, sarebbe servito nell’attesa del crollo del sistema sovietico sotto il peso delle proprie contraddizioni interne.

La dottrina del contenimento, unita al possesso indiscusso della supremazia nucleare, servì agli Stati Uniti per iniziare ad imbastire una serie di alleanze regionali nel mondo, intervenendo ovunque le situazioni del momento indicassero l’utilità.
Il containment, così come delineato da Kennan, tuttavia, venne in parte stravolto dagli avvenimenti successivi.

Venendo a mancare il monopolio atomico, gli statunitensi si sentirono più vulnerabili nei confronti di una potenza che, già in quel momento, aveva la superiorità nell’armamento convenzionale; incominciarono a ragionare alla stregua di una potenza europea “classica” (per il possesso sovietico dell’arma atomica) e quindi, ritornavano a “pensare il mondo” in termini geopolitici di equilibri di potere, concetti prima affatto valutati.

Il tentativo di scardinare il bipolarismo col containment, durò poco; l’amministrazione Eisenhower, conscia dei limiti del sistema, essendo impossibile per gli Usa intervenire ovunque, propose la dottrina militare della massive retaliation (de relato dottrina divenuta ufficialmente della Nato) come la risposta massiccia, tipica delle interazioni sistemiche previste dal modello bipolare; quindi ad ogni offensiva sovietica, condotta anche con armi convenzionali, vi sarebbe stata la risposta nucleare statunitense(40).

Eisenhower bloccò ogni azione od ipotesi d’intervento connessi con il contenimento; l’accettazione dello status quo esistente in Europa era, oramai, un fatto assodato, così come era acclarata la fine di qualsiasi aspirazione a modificare i contenuti di Jalta e Potsdam.

La rivolta ungherese del 1956, infatti, al di là dell’effetto dirompente sui partiti e le organizzazioni comuniste mondiali(41), chiarì al mondo intero i contenuti dello scenario internazionale: ogni super potenza aveva il comando all’interno del proprio schieramento; l’altra, di norma, si doveva astenere dall’intervento (per gli USA prima imposto dal containment ), siccome l’equilibrio imposto dalle armi nucleari, il cosiddetto “equilibrio del terrore”, non consentiva agli alleati minori di turbare la situazione di simmetria, con conflitti locali o tentativi di rivolta.

Durante tutto questo periodo di ordine bipolare, pertanto, il sistema internazionale funzionò in maniera stabile; gli attori presenti, avendo una posizione definita nel complesso sistemico, dovevano operare secondo i vincoli posti dall’alleato maggiore, non potendoli superare. Il sistema presentava, quindi, un carattere di prevedibilità e di autoregolazione automatica (autopoiesi).


6. Il Nuovo Ordine

Gli avvenimenti occorsi tra il 1989 ed il 1991 hanno modificato sensibilmente quello che era lo scenario di riferimento internazionale; in tale situazione, infatti, l’insieme degli interessi nazionali, delle minacce e dei fattori di rischio interagenti sulla sicurezza di uno Stato sono stati trasformati dal passaggio, da una situazione d’interazioni tipiche di un sistema bipolare “elastico”, ad un complesso di rapporti prettamente multipolari.

La scomparsa del Patto di Varsavia e dell’Unione Sovietica, innanzi tutto, ha privato l’Occidente della principale minaccia militare diretta e del principale avversario ideologico(42).

Contemporaneamente, le piccole e medie potenze hanno visto restituita parte della loro sovranità, in precedenza limitata, trovandosi coinvolte nella ristrutturazione geopolitica mondiale e nei relativi problemi di difesa e di sicurezza, sia nell’Europa centrale ed orientale, sia nei Balcani che nel Medio ed Estremo Oriente.

Accanto alla lotta politica incentrata sull’acquisizione e sul controllo territoriale, tipica della geopolitica classica, basata sul dominio territoriale diretto e sui mezzi militari (ci possiamo riferire allo stato di conflitto sino al 1945), è emerso, sempre più, uno stato di conflitto di tipo verticale, in cui gli aspetti geoeconomici sono prevalenti e dove la posta in gioco non è, oramai, incentrata solamente sul territorio ma anche, e principalmente, sul controllo indiretto degli spazi economici(43).

La riconfigurazione della gerarchia di potenza e degli assetti normativi internazionali sugli scambi ed i commerci globali è diventata la nuova area di confronto e scontro, le cui conseguenze, talvolta intuibili, si proporranno più gravemente ed in modo rilevante di un episodio bellico.

Il dissolvimento della gerarchia bipolare ha dato nuova vita a medie potenze e potenze regionali, la Germania, la Turchia, oppure l’outsider, grande potenza regionale, la Repubblica Popolare Cinese, Stati in grado di influenzare la vita delle reciproche aree d’influenza e di proporsi come poli d’aggregazione politica, economica e culturale(44).

La fine del bipolarismo ha determinato, altresì, effetti ancor più rilevanti e di più lungo periodo; la comunità internazionale è stata privata di una delle parti della struttura duale, l’Unione Sovietica, la quale, oltre ad avere un ruolo di potenza, era un fattore di stabilizzazione e di ordine del sistema.

Mancando una delle parti, quindi, sono state indebolite le capacità sistemiche di controllo e di autoregolazione delle conflittualità latenti all’interno, determinandosi, quindi, l’aumento dei conflitti di tipo limitato, a carattere regionale o locale.
I classici fattori d’instabilità e di potenza erano contemperati e bloccati dall’appartenenza ad uno dei complessi politici e militari(45).

Venendo a mancare uno dei due contendenti il sistema, pertanto, ha perso di capacità di autoregolazione; le singole componenti hanno iniziato a ragionare in termini d’interessi nazionali, di geopolitica e di potenza.

Nel passaggio al multipolarismo, al di là delle enumerazioni dei poli di potenza fatta da Kissinger(46) o delle aree di suddivisione e conflitto culturale, etnico e religioso, proposte da Huntington, nella sua teoria circa lo scontro fra civiltà(47), lo scenario materializzatosi appare più complesso, insicuro e, certamente, dinamico del precedente rigido sistema, fatto di reciproche contrapposizioni e staticità(48).

L’instabilità è aumentata, è cresciuto il disordine internazionale e, conseguentemente, sia per i forti dislivelli di reddito fra le diverse aree del pianeta sia per la globalizzazione dell’economia dei flussi di denaro e dell’informazione, si è ampliata la precarietà dei sistemi politici, sociali ed economici.

La sicurezza degli Stati è scossa da diversi ordini di minacce, non più solamente militari ma multidimensionali, con una decisa accentuazione degli aspetti economici e tecnologici rispetto al passato.
Alla geopolitica della guerra fredda basata sulla geostrategia del contenimento e della deterrenza nucleare si sono sostituite la geoeconomia(49), la geofinanza e la geoinformazione(50).

L’ordine mondiale sta diventando sempre più complicato; non risente solo degli aspetti politici e militari, ma anche dei fattori di natura economica, finanziaria, scientifico-tecnologica.
Il territorio perde di valore, cresce l’importanza della ricchezza immateriale; al lebensraum hitleriano fa da contraltare il cyberspazio(51).

La difficoltà a caratterizzare il nuovo ordine internazionale si deve alla sua genesi; il crollo dell’Unione Sovietica non ha trovato il sistema pronto e reattivo.
Il nuovo ordine mondiale, quindi, risulta precario ed alla ricerca di un suo equilibrio; inoltre, la Storia ha sempre mostrato come i periodi di ordine siano nati da soluzioni politico-diplomatiche successive ad un conflitto bellico; il nuovo ordine non nasce da una guerra, deriva da un periodo di pace armata, la guerra fredda, che corrispondeva all’assenza di conflitti globali, periodo di tregua di cui nessuno prevedeva un dissolvimento così veloce.

In un mondo costituito da diverse grandi e medie potenze, nonché da una molteplicità di stati emergenti e potenze regionali, l’ordine risulta, ancor più di prima, più che dalle interazioni sistemiche reciproche, dall’equilibrio degli interessi nazionali caratteristici di un assetto che tende al multipolarismo imperfetto (od unipolarismo statunitense), una via di mezzo fra un sistema universale e dell’unità del veto.

La situazione attuale sembra ricalcare, storicamente, quella dell’Impero romano, il quale irradiava la sua potenza lungo le strade imperiali, così come l’impero americano irradia la sua potenza lungo i circuiti della rete Internet, giacché la lingua inglese-americana, la tecnologia ed il dollaro (la moneta degli scambi) sono un segno tangibile della forza statunitense nel mondo.

In un mondo come quello attuale, quindi, il nuovo ordine risulterà formato dal concreto equilibrio fra gli interessi delle Nazioni, raggiunto attraverso la maggiore cooperazione possibile ed il dialogo, secondo un concetto esteso di sicurezza, riguardante non solo gli aspetti militari ma anche fattori politici, sociali ed economici.
Così come nel passato, l’ordine dovrà esser basato sull’equilibrio dei poteri e, per mantenere la sua stabilità, dovrà essere legittimato da una serie di valori comuni che, in questo momento, riteniamo essere solamente la cooperazione politica ed economica fra gli Stati, più che l’auspicabile democrazia ed i diritti dell’uomo, ancora oggi considerati, al di fuori dell’Occidente, strumenti di penetrazione e colonizzazione, ai danni dei paesi in via di sviluppo.


7. Il concetto di ordine

Per ricercare una definizione di ordine, abbiamo analizzato, in maniera sintetica, quattro periodi importanti della storia: il 1648, col Trattato di Westfalia che mette fine alla Guerra dei Trent’anni; il 1815 con il Congresso di Vienna che riorganizza l’Europa dopo le guerre napoleoniche; il 1919, dopo il Trattato di Versailles che mette fine al primo conflitto mondiale ed il 1944, dopo la Conferenza di Jalta, atto politico finale della IIa Guerra mondiale.

L’analisi ci ha permesso d’evidenziare come il periodo intercorrente tra il Trattato di Versailles e lo scoppio del Secondo conflitto mondiale sia stato l’unico in cui stabilità ed ordine sono risultati del tutto inefficienti, risultando un intervallo tra due guerre conseguenti, combattute a distanza ravvicinata di anni.

Dopo il 1648, infatti, lo scenario internazionale vide il primo scontro fra potenze quasi un secolo dopo, con la guerra di successione austriaca (1740-1748)(52); il Congresso di Vienna, altresì, garantì un periodo di pace altrettanto lungo, inframmezzato dal conflitto franco-prussiano e, prima ancora, dalle microconflittualità fra nazioni che diedero luogo alla Guerra di Crimea ed alle guerre d’indipendenza italiane, eventi che, per la loro circoscritta rilevanza, erano inidonei a scardinare il sistema.

Il Trattato di Jalta consentì, in uno scenario di confronto ideologico, sostenuto da armi nucleari, di limitare la conflittualità a guerre limitate e regionali.

In tutti e tre i cicli storici considerati vi è l’evidente formazione di un equilibrio, ancorché non sempre stabile, fra le nazioni.
Dopo il Trattato di Versailles, invece, il sistema entrò in una fase di progressivo disordine ed instabilità, ben più grave di quanto le crisi precedenti lo scoppio del secondo conflitto mondiale potessero far rilevare.

La gerarchia delle potenze, infatti, non rifletté la reale forza, lo scenario complessivo vide le artificiose posizioni di forza di Inghilterra e Francia; contemporaneamente, la Nazione vera vincitrice, gli Stati Uniti, evidenziava il suo totale disinteresse al mantenimento dell’equilibrio mondiale, rifiutando di assumere il ruolo di cardine della stabilità, con la creazione di alleanze stabilizzatrici.

Ad aggiungere altra instabilità vi era l’esclusione, o l’autoesclusione, di Russia e Germania dal sistema decisionale e delle alleanze, che minò l’ordine generale della struttura, cui venivano a mancare due componenti fondamentali, lasciate alla deriva ed in balia dell’imprevedibilità rivoluzionaria interna.

Gli elementi costitutivi necessari al mantenimento di un minimo d’ordine internazionale erano proprio quei fattori che a Versailles vennero a mancare.
In primo luogo fu insufficiente la stabilità definita dagli accordi di pace, in quanto le decisioni dei trattati non erano per nulla fattibili ed idonee alla solidità delle relazioni politiche; le disposizioni relative all’integrazione ed allo spostamento di popolazioni in nuovi Stati, la modifica artificiosa dei confini nazionali, conseguenti alle disposizioni parigine, infatti, unite al progressivo disinteresse delle grandi potenze tutelari(53), impedivano la reale costruzione di un concreto equilibrio.

Da un lato, gli Stati Uniti e la Gran Bretagna rifiutavano il coinvolgimento in alleanze difensive con la Francia, capaci di tranquillizzare e porre un freno alle paure transalpine ed alle conseguenti imposizioni sui vinti, dall’altro Russia e Germania, potenze fondamentali del sistema europeo, non partecipavano materialmente alla costruzione dell’equilibrio europeo, per emarginazione ideologica ed i problemi connessi alle riparazioni di guerra; le due potenze vennero sempre più sospinte ai margini del sistema, con un’evidente estremizzazione delle loro posizioni, in modo che la necessaria prevedibilità e razionalità delle loro azioni, nonché di quelle francesi ed italiane, vennero a mancare, a causa delle crescenti problematiche politiche interne e della polarizzazione ideologica, proprio nel momento di maggior bisogno di cooperazione.

La legittimità del sistema fu insufficiente; l’assenza di valori condivisi, la convinzione, da parte della maggioranza degli Stati, dell’ingiustizia dei trattati, sbarrarono il passo alla costruzione di un legame, di un cemento fra i vari paesi, in grado di dare effettività alle decisioni internazionali.

Se estendessimo, per un attimo, l’osservazione ad un altro periodo di crisi, quello conseguente agli sviluppi storici derivanti dalla Rivoluzione francese, noteremmo come l’equilibrio delle potenze fu sconvolto dalle vittorie, nate dalla forza di un esercito nazionale di massa, ben organizzato e spinto da un’ideologia nazionale condivisa ed aggregante.

La razionalità e la prevedibilità delle azioni francesi, coerenti col disegno strategico napoleonico, non erano, tuttavia, misurabili col diverso metro di valutazione dei rapporti personali fra sovrani e dinastie.

La stabilità del sistema era scossa dall’apparire di un blocco egemonico, che si basava sul predominio militare; la Francia non aveva alcuna comunione ideologica con le elaborazioni dottrinali, talvolta illuminate, imperniate sul particolarismo dinastico, sulla concezione patrimoniale dello Stato e sulla divisione della società in “stati” diversi, propugnate dai sovrani sconfitti, per questo motivo veniva a mancare una legittimità effettiva all’insieme dei rapporti internazionali, “viziati” all’origine dal moto rivoluzionario.

La stabilità, la prevedibilità e la legittimità rappresentano, pertanto, gli elementi necessari a costituire e mantenere l’ordine internazionale; stabilità che può essere garantita o dall’equilibrio dei poteri fra le Nazioni, o, come visto nel bipolarismo, con l’equilibrio di poteri fra blocchi.

La razionalità si associa alla prevedibilità e permette ad ogni attore internazionale di calcolare gli effetti delle sue azioni e le reazioni degli altri, in connessione con un sistema valoriale comune, idoneo a dare un fondamento morale, posto come base della legittimità internazionale.

Come la legittimità monarchica della Pace di Vienna, consentì l’equilibrio fra le potenze, durato quasi un secolo, la percezione comune del pericolo nucleare, nonché del ruolo politico di tali armi, comunque garantì l’equilibrio della Guerra Fredda.


8. Conclusioni

Per I rapporti internazionali traggono origine dall’esistenza di un sistema le cui componenti, ineluttabilmente, entrano in una serie di correlazioni reciproche, derivanti dai singoli livelli di potere (politico od economico che sia) e dalla conseguente gerarchia valoriale sistemica.

Spinte ulteriori allo svolgimento di relazioni sistemiche, poi, nascono dalla continua ricerca dell’interesse nazionale da parte degli attori, nonché dalle esigenze di stabilità della struttura internazionale.

Il concetto di ordine rimane ancorato agli elementi fondamentali della stabilità, della prevedibilità e razionalità e della legittimità, e rappresenta il limite cui tendono i comportamenti relazionali degli attori del sistema, utili al mantenimento dell’equilibrio e della pace.

L’ordine può essere riassunto dall’insieme di regole, tacite o esplicitate in trattati e convenzioni, che debbono essere necessariamente condivise da tutti e che sono utili al raggiungimento della stabilità e della pace.

Il complesso di tali regole, comunque, al di là dei tentativi per ora ancora vani di creare un ordine diretto secondo i canoni giuridici del diritto internazionale, rimane ancora impostato sui rapporti di forza tra gli attori internazionali (principalmente gli Stati con la loro ricerca della soddisfazione degli interessi nazionali), che sono le parti determinanti l’equilibrio di potenza, vigente in un dato momento storico e politico.

Solo la corretta applicazione di un complesso di valori e di principi comuni ai vari Stati, ed alle forze interagenti sulla scena mondiale, appare idonea a garantire un sereno svolgimento dei rapporti fra le parti sistemiche della struttura internazionale.
La stabilità dell’assetto e, quindi, la ricerca di un equilibrio (per altro sempre precario) fra le potenze mondiali, la legittimità derivante dalla condivisione fra i vari Paesi di una base comune d’idee e sentimenti, la prevedibilità e la razionalità che traggono origine dall’appartenenza alla stessa struttura e dall’adesione a similari sistemi etici e morali, rappresentano i fattori che possono influire positivamente nel campo delle relazioni internazionali.

In tale contesto riaffiora l’esigenza di un maggior dinamismo ed incisività nell’azione delle organizzazioni internazionali; l’importanza dello Stato-nazione non può far sottacere la necessità di una valorizzazione della sfera del “sovranazionale”, ove l’elemento aggregante non è solo la ricerca dell’interesse nazionale, ma la convinzione di un futuro ed un destino comune.

Deve aumentare l’importanza e l’attivismo dell’ONU nella costruzione di uno scenario di sicurezza complessivo, attraverso il fattivo contributo delle organizzazioni regionali e di difesa esistenti, ovvero un complesso d’istituzioni aventi la funzione di costituire il futuro assetto mondiale in un quadro di stabilità e sicurezza.


(*) - Maggiore dei Carabinieri, comandante Reparto Comando - Comando Regione Carabinieri “Trentino-Alto Adige”.
(1) - La diplomazia tende, infatti, a diventare un processo d’interazione strategica in cui gli attori cercano simultaneamente di tener conto e, se possibile, manipolare ed influenzare le reazioni attese dagli altri attori, esterni ed interni. M. Cotta - P. Isernia (a cura), Il Gigante dai piedi di argilla, Bologna, Il Mulino, 1996.
(2) - Le operazioni di peacekeeping sono a loro volta distinte dalle attività di: peacemaking (pacificazione), rivolte alla ricerca di un’intesa tra parti avverse, mediante mezzi pacifici, in ossequio al Cap. VI della Carta delle Nazioni Unite; di peace-enforcing (imposizione della pace), essenzialmente di carattere militare, concernenti situazioni ambientali e politiche di grave conflittualità (condotte sotto la copertura del Cap. VII della citata carta delle N.U.) e da quelle di peace-building (consolidamento della pace) tese alla ricostruzione delle strutture fondamentali della comunità statale e a favorire il ritorno della vita di relazionale tramite il disarmo delle parti, il controllo del rispetto dei diritti civili, l’assistenza sanitaria ed il sostegno alle istituzioni civili. Cfr. sul punto M. De Marchi, Il ruolo delle nuove Forze Armate, in Rassegna dell’Esercito, n.2/2000, p. 23, testo e nota a piè di pagina.
(3) - L.V. Bertalanffy, Teoria generale dei sistemi, Milano, Istituto librario internazionale, 1971.
(4) - Voce Sistema in La nuova enciclopedia del diritto e dell’economia, Milano, Garzanti, 1987.
(5) - Sul punto vedi V. Cesareo, Sociologia - Teoria e problemi, Milano, ed. Vita e Pensiero, 1993.
(6) - A. Papisca - M. Mascia, Le relazioni internazionali nell’era dell’interdipendenza e dei diritti umani, Padova, Cedam, 1997 p. 148.
(7) - L. Bonanante - C.M. Santoro, Teoria ed analisi nelle relazioni internazionali, Bologna, Il Mulino, 1990.
(8) - D.V. Easton, A System of analysis of Political Life, New York, J. Wiley, 1965, in A. Papisca - M. Mascia, op cit. pp. 159-161.
(9) - A. Papisca, Introduzione alle relazioni internazionali, Torino, Giappichelli Editore, 1973, pp. 154 ss.
(10) - C. Mortati, Le forme di governo, Padova, CEDAM, 1973.
(11) - Che presenta, di norma, elementi culturali comuni, quali la lingua, il senso di nazionalità o l’identificazione storica.
(12) - G. Tremonti, La Guerra “civile”. La competizione al posto della guerra, in Per Asperam ad Veritatem, anno V, n. 14, maggio-agosto 1999, pp. 571-585.
(13) - Ibidem, p.577.
(14) - Per multinazionali intendiamo imprese di rilevanti dimensioni, per capitale, fatturato, numero di dipendenti e tecnologie avanzate impiegate, con centro direzionale fissato nel paese d’origine e produzioni delocalizzate nel resto del pianeta, la cui presenza ramificata consente l’ottimizzazione del ciclo produttivo, lo sfruttamento massimo delle nazioni ospitanti nonché normative fiscali e tributarie favorevoli. Sul punto cfr. A. Grilli, Le principali minacce nel terzo millennio, Comando Generale dell’Arma dei Carabinieri, Roma, 2000, p. 161.
(15) - G. Buccianti, La situazione internazionale agli albori del III millennio, Centro Stampa Università, Siena, 1999.
(16) - Vedasi l’opera principale System and Process in International Politics, New York, Wiley, 1967.
(17) - A. Papisca - M. Mascia, Le relazioni internazionali nell’era dell’interdipendenza e dei diritti umani, Padova, Cedam, 1997 pp. 152 ss.
(18) - G. Buccianti, op. cit. p. 8.
(19) - Per gioco a somma zero, nell’ambito della teoria dei giochi, s’intende una situazione in cui sono presenti due rivali con interessi antitetici e dove l’unica situazione possibile in un conflitto è data dalla vittoria dell’uno, che si traduce nella sconfitta dell’altro e viceversa; il sistema d’interazioni reciproche, pertanto, non offre soluzioni ed articolazioni diverse. Sul punto cfr., V.K.W. Deutsch, Le relazioni internazionali, Bologna, Il Mulino, 1970.
(20) - S. Romano (a cura di), AA.VV. Crisi del bipolarismo: vuoti di potere e possibili conseguenze, CEMISS, 1994, Roma, p. 26.
(21) - Sul punto cfr. Moreau Defarges, Introduzione alla Geopolitica, Il Mulino, Bologna, 1996.
(22) - M. Kaser, Storia del diritto romano, Goliardico - Cisalpino, Milano, 1981.
(23) - E. Luttwak, La grande strategia dell’Impero romano, BUR, Milano, 1995.
(24) - R. Palmer - J. Colton, Storia del mondo moderno, Editori Riuniti, Milano, 1985, Voll. 1-2.
(25) - Grande Dizionario Enciclopedico, Cronologia universale, UTET, Torino, 1995.
(26) - A. Tenenti, L’età moderna, XVI - XVIII secolo, Bologna, Il Mulino, 1997.
(27) - Attraverso l’eliminazione delle posizioni egemoniche della potenza al momento predominante.
(28) - H Kissinger, L’arte della diplomazia, Sperling & Kupfer, Milano, 1996, p. 70.
(29) - Il cambiamento delle politiche interne degli Stati, col passaggio da una gestione èlitaria della politica estera ad un controllo parlamentare più ideologizzato, è riscontrabile nell’evoluzione da forme monarchiche costituzionali o quasi a forme di monarchie parlamentari.
(30) - S. Bartolini, M. Cotta, L. Morlino, A. Panebianco, G. Pasquino, Manuale di scienza della politica, Bologna, Il Mulino, 1986.
(31) - Jean Baptiste Duroselle, Storia diplomatica dal 1919 ai giorni nostri, Milano, Edizioni Led, 1998.
(32) - C. Jean, Geopolitica, Editori Laterza, 1995, Bari.
(33) - S. Romano, Cinquant’anni di storia mondiale, Longanesi, Milano, 1995.
(34) - I primi a dotarsi delle nuove armi atomiche furono gli Stati Uniti ed in seguito l’Unione Sovietica, con lo scoppio dell’atomica avvenuto il 25 settembre del 1949 in Kazakistan.
(35) - Termine con cui in Unione Sovietica, ed attualmente in Russia, si designava il Secondo conflitto mondiale.
(36) - S. Romano, op. cit, p. 30.
(37) - Il piano Marshall, trae il suo nome dal Generale George Marshall, segretario di Stato che, nel giugno del 1944, in un discorso all’università di Harvard, aveva anticipato che gli USA sarebbero intervenuti, ove necessario, per restaurare la salute economica del mondo. Ibidem, pp. 30-31.
(38) - Sul punto H. Kissinger, op. cit., p. 344.
(39) - S. Romano, op. cit. p. 31.
(40) - Jean Baptiste Duroselle, op cit., p. 502.
(41) - M.L. Salvadori, Corso di storia contemporanea. L’età contemporanea, Vol. 3, Loescher, Milano, 1990.
(42) - Jean Baptiste Duroselle, op. cit, p.169.
(43) - P. Savona, op. cit., p. 454.
(44) - Sul punto cfr. S. Romano (a cura di), AA.VV. Crisi del bipolarismo: vuoti di potere e possibili conseguenze, CEMISS, 1994, Roma.
(45) - Ibid., p.26.
(46) - H. Kissinger, op. cit., ove l’autore considera poli fondamentali della politica internazionale: Stati Uniti, Europa, Giappone, Cina, Russia ed India.
(47) - S.P. Huntington, Lo scontro delle civiltà ed il nuovo ordine mondiale, Garzanti, Milano, 1997, enumera fra le civiltà quell’occidentale, latino americana, islamica, africana, sinica, giapponese, indiana, ortodossa e buddista, introducendo il concetto di faglia, in altre parole area di divisione-sovrapposizione fra civiltà diverse.
(48) - M. De Marchi, op. cit, pp. 18-31.
(49) - Sul punto cfr, C. Jean, Geopolitica-geostrategia-geoeconomia, in un mondo post-bipolare, in Per Asperam ad Veritatem, anno I, n. 1, 1995 e S. Labonia, Geoeconomia. Nuova politica economica o semplice protezionismo, CeMIss, Roma, 1998.
(50) - C. Jean, Politica ed informazione, in Rivista Militare, n.1/1997.
(51) - G. Tremonti, op. cit. p.579.
(52) - G.C. Kohn, Dizionario delle Guerre, Armenia Editore, Milano, 1989.
(53) - Kissinger, Henry, op. cit. p. 703.