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Questioni Militari

Magg.CC t.SG Alfonso Manzo

RIVISTA MILITARE

Tenente Generale Ghino Andreani
L’addestramento e la simulazione
N. 1, gennaio-febbraio 2001

L’articolo in esame è dedicato ad una delle sfide più impegnative che attendono l’Esercito Italiano nel nuovo millennio: la simulazione.
Si tratta di un’attività virtuale che riproduce scenari operativi reali e che consente notevoli vantaggi in termini di risparmio di risorse umane e materiali e di riduzione dei rischi di incidenti.
L’avvio del progetto da parte dell’Esercito Italiano prende le mosse da uno studio di fattibilità del 1998 che, nel maggio dell’anno successivo, quantifica in 5-6 anni il termine massimo di realizzazione.
La nuova metodica prevede la costituzione di Centri di addestramento per Posti Comando, destinati ad addestrare staff di Comandi Intermedi, Brigate e Reggimenti, e Centri di addestramento al combattimento, dedicati invece alle attività su campo delle unità operative, a livello di complesso minore rinforzato. Tra i poligoni individuati, quello di Torre Veneri verrà destinato alla formazione del personale, quello di Monteromano alla funzione medio/leggera e quello di Capo Teulada alla funzione pesante. All’interno di questi ultimi due opererà una forza di opposizione stanziale (OPFOR) della consistenza di una compagnia. Nel poligono di Capo Teulada verrà, inoltre, realizzato un complesso infrastrutturale per il combattimento nei centri abitati, per l’addestramento a fuoco con armi portatili e di reparto e con simulatori di duello a raggio laser, gestiti da un centro interfacciato con il sistema di Comando e Controllo (SIACCON) dell’Esercito Italiano.
L’intero sistema, sostenuto logisticamente dal Polo di mantenimento pesante sud di Nola, consentirà di addestrare annualmente, a regime, tutti i P.C. dei COI, delle Brigate e dei Reggimenti ed una Compagnia per ciascun Reggimento d’Arma, la cui capacità operativa sarà validata dal Comandante della Scuola di Guerra.
Il progetto di simulazione, il cui budget iniziale ammonta a 110 miliardi di lire, pone l’Esercito Italiano sullo stesso piano delle Forze Armate terrestri occidentali più avanzate, rendendolo sempre più integrabile nell’ambito delle attività in atto per la creazione di uno strumento militare europeo.

RIVISTA MARITTIMA

Massimo ANNATI
Le armi non letali
Anno CXXXIII, dicembre 2000

Al lettore che, ad un primo approccio, potrebbe ritenere inusuale che il problema delle armi non letali sia trattato dal mensile della Marina, l’Autore elenca almeno tre settori di diretto interesse delle Marine Militari, nei quali l’impiego delle NLW (New-Lethal Weapons) assume una valenza operativa di assoluto rilievo. Il primo riguarda le truppe da sbarco, le forze speciali ed i reparti per la sicurezza delle infrastrutture le cui procedure di impiego sono analoghe a quelle dello strumento terrestre. Un secondo aspetto consiste nell’impiego di armi non letali durante le operazioni di abbordaggio, soprattutto in missioni di peace -keeping e per attività anti-contrabbando o anti-immigrazione. L’ultimo settore di interesse concerne l’utilizzo di tali armi in situazioni di gestione delle crisi nel corso di operazioni aero-navali.
L’interesse del mondo militare per tale tipo di armamento nasce nel 1995, quando della fase preparatoria dell’operazione “United Shield” finalizzata a proteggere il ritiro del contingente ONU dalla Somalia, il comando del Marine Corps utilizzò l’esperienza di alcuni riservisti provenienti dalla polizia di Los Angeles per addestrare il personale alle procedure antisommossa.
In realtà, il sempre più frequente impiego in PKOs ha evidenziato tra le problematiche emergenti quella di dover fronteggiare masse di manifestanti o di discriminare, durante gli scontri, i civili inermi dai combattenti. Da non trascurare, inoltre, gli effetti della comunicazione televisiva sulla percezione che l’opinione pubblica ha di tali delicati risvolti che, come Ë noto, ne condizionano l’atteggiamento ed il consenso, talvolta già di per sé precari, verso l’intera missione, pregiudicandone la prosecuzione.
Le problematiche connesse allo sviluppo ed all’utilizzo delle NLW sono essenzialmente di natura tecnica e giuridica. Sotto il primo aspetto, il presupposto che un’arma non letale debba essere energica al punto tale da conseguire l’effetto desiderato senza produrre danni letali, gravi o comunque irreversibili si scontra con l’enorme variabilità delle condizioni di impiego. Per quanto concerne l’aspetto legale, l’uso di tali armi trova, giustamente, notevoli limitazioni nelle numerose convenzioni internazionali, tra le quali Ë opportuno citare quelle sulle armi chimiche, sulla guerra batteriologica e su talune armi convenzionali (laser).
Al termine della disamina delle più significative armi non letali in servizio o allo studio, l’Autore conclude l’interessante analisi individuando nelle NLW un mezzo “politicamente accettabile” per condurre attacchi preventivi a lungo raggio contro obiettivi di importanza strategica ovvero, in contesti tattici caratterizzati da un basso livello di conflittualità, uno strumento ideale per la condotta delle operazioni di pace.

AFFARI ESTERI

Carlo JEAN
Dayton dopo cinque anni
Anno XXXIII, n. 129, gennaio 2001

Lucida ed impietosa, come sempre, l'analisi che l'Autore effettua, della Bosnia Erzegovina, a distanza di cinque anni dagli Accordi di Dayton.
La situazione attuale vede confini fermi, il ritorno della situazione demografica preconflitto, una politica di adeguamento agli standard occidentali nonché la necessità di cooperazione tra i popoli della regione, pena l'esclusione dal circuito degli aiuti internazionali.
Un primo spunto di riflessione ci viene evidenziato dal Generale Jean attraverso un'interpretazione dell'arrivo al potere in Serbia del moderato nazionalista Kostunica assolutamente fuori dal coro costituiti dalla gran parte degli osservatori ed esperti internazionali. Egli lo individua addirittura come un pericolo - e come dagli torto alla luce delle argute quanto concrete indicazioni che seguiranno - per la credibilità dei Paesi occidentali chiamati, ora, ad affrontare ineludibilmente la situazione balcanica, non più destabilizzata dalla incombente presenza di Milosevic.
Dopo un sintetica visitazione storica del conflitto bosniaco, emerge un secondo aspetto, oggetto di un dibattito estremamente interessante: l'eventuale necessità di rivedere gli Accordi di Dayton. Pur riconoscendone le numerose contraddizioni ed ambiguità, l'Autore tuttavia attribuisce ad essi da una parte, il grande merito di "esistere e di aver consentito la coesione occidentale" e dall'altra l'insormontabile vincolo di non poter essere rimpiazzati, se non rischiando di fare ancora peggio. Avviandosi verso la conclusione, il tema emergente è quello dello "State building".
La stabilità e lo sviluppo della Bosnia non possono essere ancora affidati alle volenterose organizzazioni internazionali, governative e non" le quali assorbono, a tutt'oggi, circa un terzo dei finanziamenti internazionali.
L'auspicio dell'Autore è quello di rendere efficienti le istituzioni statali che favoriscono la nascita di una identità, una nazione ed interessi comuni a tutti i Bosniaci.