Menu
Mostra menu
TERRITORIO
L’ACQUA: NUOVA ARMA DELLE GUERRE IN MEDIO ORIENTE
01/09/2017
di Michela Mercuri

L’oro blu è vita. Quando abbonda è in grado di produrre benessere e plasmare territori e culture. Quando scarseggia crea sottomissione, povertà e morte

FOTO A

Nel 1995 Ismail Serageldin, l’allora Vicepresidente della Banca Mondiale, annunciò una previsione inquietante: «Se le guerre di questo secolo sono state combattute per il petrolio, quelle del secolo prossimo saranno combattute per l’acqua». Sono trascorsi più di 20 anni da allora e, a quanto pare, la profezia si è avverata tanto che anche il Papa, pochi mesi fa, ha amaramente constatato: «Mi domando se in questa terza guerra mondiale a pezzi che stiamo vivendo non stiamo andando verso una gran guerra mondiale per l’acqua». Cosa accade poco lontano dai nostri “rassicuranti confini” ce lo dicono anche i numeri. I ricercatori del Pacific Institute hanno certificato, ad oggi, più di 340 casi di crisi legate alla gestione delle risorse idriche. Si stima che entro il 2025 quasi 2 miliardi di persone si troveranno a vivere in aree caratterizzate da assoluta scarsità idrica.

La domanda di acqua a livello globale è destinata a crescere di oltre il 40 % entro il 2050.  Tra le aree del globo a maggior rischio vi sono l’Africa e l’Asia meridionale, in cui l’aumento della popolazione globale, l’inquinamento industriale e gli effetti del cambiamento climatico rischiano di aggravare in maniera ulteriore la scarsità idrica e le carestie che stanno già mettendo in ginocchio alcune regioni. È però nel Medio Oriente che la penuria di oro blu potrebbe rappresentare il pericolo maggiore. Qui la cronica assenza di acqua si inserisce all’interno di uno dei quadranti più instabili del Pianeta, con il rischio di esacerbare ulteriormente le tensioni preesistenti.

 

FOTO CIL MEDIO ORIENTE.

FIUMI CONTESI TRA VECCHI E NUOVI ATTORI

La storia del Medio Oriente è anche una storia di fiumi contesi: il Giordano, condiviso da Israele, Giordania, Siria, Libano e Cisgiordania; il Nilo sfruttato principalmente dall’Egitto e causa della crisi di Suez e, dunque, della seconda guerra arabo-israeliana del 1956; il Tigri e l’Eufrate, controllati dalla Turchia, visto che il 90% dell’acqua dell’Eufrate e il 50% di quella del Tigri hanno origine in territorio turco, ma da cui dipendono anche Siria e Iraq.

In particolare questi ultimi due corsi d’acqua rappresentano, oggi, una delle questioni di maggiore tensione internazionale, arma e bersaglio della geopolitica turca, ma anche parte di un risiko in cui sono emersi nuovi attori “non statali” come gli jihadisti dello Stato islamico.

Per capire cosa sta accadendo e quali potrebbero essere le conseguenze di questo dramma annunciato, è utile fare un breve passo indietro. La Turchia, sfruttando il ruolo di “rivierasco superiore”, ha storicamente ambito a gestire il controllo di questi bacini, causando non pochi malumori con Siria e Iraq, che hanno risposto brandendo l’arma dei guerriglieri separatisti del Pkk, nemico giurato di Ankara a causa delle mire indipendentiste. Damasco minacciava di fornire sostegno ai gruppi curdi e Ankara intimava di sospendere la concessione delle acque.

Un braccio di ferro che è andato avanti per molti anni, fino a quando i miliziani del califfato hanno occupato parte di questi territori. Lo Stato islamico si è inserito a gamba tesa nelle aree di crisi del Levante, imponendo il pagamento delle tasse per poi utilizzarne i proventi per tenere in piedi l’organizzazione, perpetrare attentati e “comprare” la quiescenza dei locali. L’acqua è così divenuta arma infallibile per gli jihadisti che, per sottomettere gli abitanti dei villaggi occupati e piegare i nemici, hanno più volte minacciato di interrompere le forniture idriche o di far saltare le dighe.

Oltre all’Isis sono, poi, scese in campo anche le formazioni curde (quelle del governo autonomo del Kurdistan iracheno e quelle curdo-siriane) finendo per divenire nuovi e imprescindibili “sfidanti” a discapito di Siria e Iraq, oggi notevolmente indeboliti dai conflitti interni e dalle guerre per procura dei principali attori internazionali.

L’emergere di nuovi giocatori nella partita dell’acqua ha portato a un rimescolamento delle carte: una partita a 5 e non più a 3, come da un secolo a questa parte era giocata, e questo ha determinato un ulteriore caos, rispetto ai già complessi equilibri pregressi.

 

FOTO DIL CASO DELLA DIGA DI MOSUL

Un esempio emblematico di come l’acqua sia oggi l’arma infallibile delle guerre del futuro è quello della diga di Mosul, la più grande dell’Iraq, con un invaso di circa 8 milioni di metri cubi d’acqua e un bacino di utenza di circa 2 milioni di persone. La diga non solo si trova in un’area molto vicina ai territori controllati dallo Stato islamico, ma presenta anche seri problemi di instabilità, legati alla composizione carsica del terreno sottostante. Il rischio è elevatissimo, se il bacino esondasse arriverebbe in poche ore a travolgere anche Baghdad. La manutenzione, per quanto necessaria, è stata parziale a causa dei conflitti che negli ultimi anni hanno dilaniato queste zone, ma, per fortuna, lo scorso anno è stato avviato un piano per rimettere in sesto la struttura che sta letteralmente sprofondando. La ditta italiana Trevi si è aggiudicata l’appalto di 273 milioni di euro. Il governo di Roma ha schierato la task force Praesidium, con il compito di difendere la diga – che si trova a soli 38 chilometri dalla capitale irakena del califfato - dall’offensiva delle bandiere nere. Qui 500 bersaglieri garantiscono la sicurezza dei 2.400 civili, compresi i circa 400 lavoratori che operano per la messa in sicurezza della struttura e vanno a completare le forze italiane in Iraq, composte anche dai carabinieri.

Quello di Mosul è solo un esempio che, però, ci aiuta a comprendere come in Medio Oriente, e in particolare nelle aree controllate dall’Isis, l’acqua, più del petrolio, è la posta in gioco della partita a scacchi degli attori regionali e internazionali invischiati nei vari conflitti. Si innesca, così, una spirale drammatica in cui la mancanza di acqua alimenta le ostilità, che a loro volta accrescono i rischi per la gestione e la manutenzione delle risorse, riducendone la disponibilità. Seppure lo Stato islamico dovesse subire una fase di arretramento, come sembra emergere dai fatti recenti, i problemi per la gestione di questa risorsa non subirebbero mutamenti sostanziali, se non nel numero o nella denominazione degli attori coinvolti. Non serve spendere altre parole per dire che la pace nel Levante, così come in tutte le aree del mondo in cui vi è scarsità di “oro blu”, debba passare anche attraverso accordi politici per la gestione delle acque. D’altra parte la storia ci ha insegnato che l’acqua è vita, ma è anche morte. Può creare potere e sottomissione, benessere e povertà, plasmando territori e culture. Nelson Mandela diceva: «L’accesso all’acqua è un obiettivo comune. L’acqua è democrazia» Eppure i grandi della Terra continuano ad anteporre la realpolitik al buon senso.