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TERRITORIO
IL REGISTRO DEI PAESAGGI RURALI STORICI E DELLE PRATICHE AGRICOLE TRADIZIONALI
31/05/2018
a cura di Luisa Persia


Il Registro, istituito presso il Ministero delle politiche agricole alimentari e forestali, colloca l’Italia all’avanguardia nella difesa e valorizzazione di un patrimonio non solo naturale, ma culturale. I paesaggi e le pratiche colturali sono testimoni dell’evoluzione dell’uomo e del territorio che si sono influenzati a vicenda in modo da creare scenari, sapori e tradizioni unici.

Lo straordinario crocevia di culture rappresentato dal nostro Paese non ha eguali nel mondo e proprio per questo merita una tutela speciale. Da Conegliano a Pantelleria, alcuni approfondimenti per conoscere più da vicino i territori, le pratiche agricole e i prodotti tipici che costellano la nostra penisola. Antiche tradizioni che, grazie all’impegno di alcuni cittadini, sopravvivono e arricchiscono il panorama socioculturale italiano.

Scopri di più:

LE COLLINE DI CONEGLIANO VALDOBBIADENE - PAESAGGIO DEL PROSECCO SUPERIORE

FASCIA PEDEMONTANA OLIVATA ASSISI - SPOLETO

IL PAESAGGIO RURALE STORICO DI LAMOLE - GREVE IN CHIANTI

I PAESAGGI SILVO-PASTORALI DI MOSCHETA

PAESAGGIO AGRARIO DELLA PIANA DEGLI OLIVETI MONUMENTALI DI PUGLIA

PAESAGGIO DELLA PIETRA A SECCO DELL'ISOLA DI PANTELLERIA

PIANTATA VENETA

COLLINE VITATE DEL SOAVE

TRANSUMANZA

IL PAESAGGIO POLICOLTURALE DI TREQUANDA

OLIVETI TERRAZZATI DI VALLECORSA

PARCO REGIONALE STORICO AGRICOLO DELL'OLIVO DI VENAFRO

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#LE COLLINE DI CONEGLIANO VALDOBBIADENE - PAESAGGIO DEL PROSECCO SUPERIORELE COLLINE DI CONEGLIANO VALDOBBIADENE - PAESAGGIO DEL PROSECCO SUPERIORE

 

FOTO A
Le colline di Conegliano Valdobbiadene, Paesaggio del Prosecco Superiore, al limite settentrionale della provincia di Treviso e a ridosso delle Prealpi, costituiscono un paesaggio colturale viticolo straordinario. L’intero ambito agricolo è stato modellato su di un substrato naturale caratterizzato da un sistema geomorfologico a cordoni collinari (hogback), unico per la particolarità delle sue forme e che risulta raro a livello mondiale. Il millenario rapporto delle attività antropiche con questo substrato, ha dato vita ad un insieme di forme colturali uniche nel loro genere, come dimostrano le intense e variegate trame dei vigneti dei suoi versanti.



 

FOTO B

L’intensa attività umana che caratterizza questi luoghi ha saputo sfruttare e modificare negli anni a suo favore i particolari rilievi collinari attraversati da una fitta rete idrografica ed adattarli ai fini della viticoltura. Nonostante il rischio costante di dissesto idrogeologico, l’oculata scelta delle aree maggiormente adatte alla coltivazione e la cura costante del rapporto tra vigneti, insediamenti e porzioni boscate ha creato un paesaggio unico nel suo genere per le sue specifiche caratteristiche, che ancor oggi riesce a mantenere intatti gli importanti equilibri dell’ecosistema.

 

FOTO C

I numerosi piccoli borghi che costellano il territorio collinare si presentano ben conservati e con caratteristiche di architettura rurale ben riconoscibili e documentate, in particolare dai materiali di costruzione tradizionali e dal tipo di manufatti tipici dalla civiltà contadina. Ci troviamo in un contesto di grande valore ambientale per la presenza di molte Zone a Protezione Speciale e Siti della Rete Natura 2000. I reperti archeologici di tutta la zona testimoniano di una presenza dell'uomo antichissima, che ha avuto sicuramente un impulso nell'epoca della dominazione romana. Questo è un territorio da sempre "terra di confine", punto di
passaggio e snodo dei commerci.

 

FOTO D

Dopo la caduta dell’Impero romano anche la coltura della vite attraversò una fase critica che trovò rilancio e riqualificazione soprattutto grazie al monachesimo benedettino. L’opera attuata nel territorio, non solo nella provincia di Treviso, ma in molte altre zone d’Italia, da parte di questa importante realtà religiosa fu fondamentale nell’iniziare e insegnare a lavorare in modo razionale e produttivo i campi che per diversi secoli erano stati abbandonati. Nella foto l’abbazia cistercense di Follina in provincia di Treviso.

FOTO E

I vigneti rappresentano, sotto il profilo percettivo, un elemento paesistico determinante. Il Disciplinare di produzione della denominazione di origine controllata e garantita (DOCG) dei vini “Conegliano – Valdobbiadene Prosecco” regolamenta la produzione dell’omonimo vino, definendo le caratteristiche produttive obbligatorie per l’effettiva inclusione del prodotto vinicolo nella denominazione di origine, la delimitazione dell’areale di produzione, le caratteristiche delle uve di origine, le norme per la viticoltura e per la vinificazione, nonché le caratteristiche al consumo, le modalità di etichettatura e di confezionamento.






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#FASCIA PEDEMONTANA OLIVATA ASSISI - SPOLETOFASCIA PEDEMONTANA OLIVATA ASSISI - SPOLETO

 

FOTO A - di Giampaolo Filippucci e Tiziana Ravagli
Nel territorio umbro l’olivo occupa la zona fitoclimatica del Lauretum che si estende dalla pianura alluvionale sino a circa 550-600 metri di altitudine, dove, sui terreni migliori, ha sostituito i boschi di leccio, pianta tipica della macchia mediterranea che ritroviamo spesso insieme al pino d’Aleppo e al cipresso comune. La sostituzione della copertura boschiva con gli oliveti terrazzati è opera storica dell’uomo, che per favorire e mantenere l’insediamento dell’olivo in un ambiente fisico difficile e al limite termico per la vita stessa della specie, si è fatto artefice di una delle opere di sistemazione idraulico-agraria più difficili, fatta di terrazzamenti e lunette con muretti di pietra a secco e ciglioni inerbiti. Tale immane lavoro è proseguito per secoli e oggi è ancora possibile ammirarlo soprattutto in alcunezone della fascia olivata che va da Assisi a Spoleto. 

Nella foto Strada dei Condotti (acquedotto medievale di Trevi), tratto del Sentiero degli Ulivi.

 

 

FOTO B-ULIVO MILLENARIO DI SANT'EMILIANO

In un antico codice del nono secolo, che narra il martirio di Sant’Emiliano primo vescovodi Trevi, si legge che "lo legarono a una giovane pianta d’olivo" dove fu decapitato. Correva l’anno 303 o 304 d.C.. L’olivo in questione, da tempo immemorabile, è identificato dalla popolazione locale con una pianta monumentale che si può ammirare in località Corciano. 

Si tratta di un albero maestoso con una circonferenza del tronco alla base di 9 metri, un’altezza di 5 metri ed una circonferenza della chioma di oltre 8 metri. Il tronco non è più intero, ma profondamente fessurato e diviso come succede agli olivi molto vecchi a causa del processo di torsione che subiscono nel tempo.

 

FOTO CIl Decreto del Ministero per le politiche agricole, alimentari e forestali 6 agosto 1988 ha approvato il disciplinare di produzione dell’olio extravergine di oliva “Umbria”, a cui, in ambito UE, è stata rilasciata la Denominazione di Origine Protetta (DOP) con Reg. 2325/97. Scopo della DOP è dare garanzie al consumatore, consentire un maggior profitto per l’agricoltore, promuovere e certificare la qualità dell’olio attraverso la stretta osservanza del disciplinare di produzione, organizzare la filiera di commercializzazione. La DOP Umbria è stata suddivisa in cinque sottozone poiché nei comprensori insistono varietà diverse e climi leggermente differenti. Il risultato è che organoletticamente le note aromatiche sono espressione di profumi e sapori che caratterizzano le varietà. La DOP Umbria, menzione geografica Colli Assisi Spoleto ricade nei comuni di: Nocera Umbra, Gubbio, Scheggia e Pascelupo, Costacciaro, Sigillo, Fossato di Vico, Gualdo Tadino, Valfabbrica, Assisi, Spello, Valtopina, Foligno, Trevi, Sellano, Campello sul Clitunno, Spoleto (la parte ad est della SS n. 3 Flaminia), Scheggino, S. Anatolia di Narco, Vallo di Nera, Cerreto di Spoleto, Preci, Norcia, Cascia, Poggiodomo, Monteleone di Spoleto, Montefranco, Arrone, Polino, Ferentillo, Terni e Stroncone.

 
FOTO D - TEMPIO DI MINERVA AD ASSISI


Nella foto il tempio di Minerva ad Assisi 

– La dea insegnò la tecnica della spremitura, con cui ottenere un prodigioso liquido, denso e profumato. 





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#IL PAESAGGIO RURALE STORICO DI LAMOLE - GREVE IN CHIANTIIL PAESAGGIO RURALE STORICO DI LAMOLE - GREVE IN CHIANTI

 

FOTO A - BORGO DI LAMOLE
Il Paesaggio rurale storico di Lamole si trova nel comune di Greve in Chianti in provincia di Firenze. Si tratta di un’area di 700 ettari con altitudine media di 596 metri s.l.m., alle pendici del Monte San Michele (892 metri s.l.m.) detto “vetta del Chianti”.

L’area, ampiamente utilizzata nel corso dei secoli a scopi agricoli, vedeva già la presenza di importanti insediamenti al tempo degli Etruschi. La sua storia è strettamente legata alle caratteristiche geomorfologiche. Fin dal periodo romano l’area era stata individuata come zona particolarmente adatta all’agricoltura, per l’esposizione e le caratteristiche del terreno. Le pendenze elevate, almeno dal periodo medievale, hanno favorito in molte parti del territorio la realizzazione di terrazzamenti, costituiti da muri a secco che consentono di sostenere porzioni di terreno che vengono così rese pianeggianti, con la possibilità di essere sfruttare per le coltivazioni.

 

 

FOTO B

Questo tipo di sistemazione, impiegatoin gran parte del territorio italiano, è diventatouna delle componenti maggiormente rappresentative del paesaggio di Lamole e i metodi di costruzione sono divenuti, nel corso del tempo, parte del patrimonio culturale locale. Grazie ad essa, infatti, non solo si consente la messa in piano del terreno, ma si crea un particolare microclima, favorendo di gran lunga la coltivazione con una produzione di elevata qualità. Le tipologie di colture sono sempre state molto varie, dando origine ad un’area particolare dal punto di vista del mosaico paesistico. Fino a tempi recenti infatti erano piuttosto rare le monocolture, mentre frequentissima era la cosiddetta coltura promiscua dove si vedevano, per esempio, sul medesimo terreno vite e olivo o seminativi e olivi.

 

FOTO C
Grazie alla presa di coscienza degli imprenditori agricoli del luogo che hanno invertito la tendenza, largamente diffusa nel Chianti negli ultimi decenni, di distruggere i terrazzamenti optando per la coltivazione a “rittochino”, cioè lungo le linee di massima pendenza, sviluppando un modello di agricoltura di tipo industriale, Lamole può essere considerato un punto di riferimento in molte parti della Toscana, che ha portato al ripristino e alla manutenzione dei sistemi terrazzati, specialmente nella zona di produzione del Chianti. In questa zona sono inoltre concentrate le attività di quattro dipartimenti dell’Università di Firenze e di alcune istituzioni internazionali, che stanno studiando il ruolo delle pratiche agricole tradizionali per la riduzione del rischio idrogeologico, per la qualità della produzione e per la mitigazione e l’adattamento al cambiamento climatico.

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#I PAESAGGI SILVO-PASTORALI DI MOSCHETAI PAESAGGI SILVO-PASTORALI DI MOSCHETA

 

FOTO A
L’area ricade interamente nel comune di Firenzuola in provincia di Firenze. Si tratta di una zona a proprietà prevalentemente pubblica, sotto la gestione dell’Unione Montana dei Comuni del Mugello e in piccola parte privata. La quota media dell’area è di 680 metri s.l.m. Il clima è di tipo mediterraneo-submontano senza aridità estiva, l’inquadramento fitoclimatico è nelle sottozone calda e fredda del Castanetum, la vegetazione rientra nell’orizzonte alto-collinare dei boschi mesoigrofili di cerro, ostria, castagno e misti di varia composizione, ai limiti dell’orizzonte inferiore delle faggete. Dal punto di vista estetico-paesistico l’area si presenta molto interessante. Il crinale individuato del Monte Acuto, Monte Fellone, Monte Pratone, ed i rilievi che da quest’ultimo degradano verso Osteto e poi Moscheta definisce il bacino del Fosso di Moscheta, individuando dal punto divista orografico l’area centrale del paesaggio, cioè una valle con andamento nord-ovest/sud est. Questa ha nel Molino di Moscheta il punto inferiore a quota 550 metri s.l.m. e nella casa della Serra, sulla sella posta fra Monte Acuto e Monte Fellone a quota 908 metri s.l.m., lo sbocco sul versante del torrente Rovigo. Tutte le zone di crinale
 presentano aspetti panoramici di grande interesse. 

 

 

FOTO B

Moscheta è un esempio significativo del ruolo storico dei monasteri nella gestione del territorio appenninico già a partire dall’anno Mille: l’area infatti si sviluppa intorno all’omonima abbazia. La sua boscosità è testimoniata dalla toponomastica; il nome Moscheta trae origine da Mons Ischetus: “Ischeto dice l’Alberti nel suo Vocabolario è il luogo dove sono frequenti gli ischi come suol dirsi querceto... l’ischio o l’eschio o la quercus peduncolata dei naturalisti, è la farnia... La pianta dell’ischio che i monaci portarono nella loro insegna ci rende certa questa origine” (Casini S., 1895). Posta sopra l’ingresso della Badia nel 1391 dai monaci, l’insegna reca San Pietro, l’ischio e lo spinoso rampante in campo bianco: San Pietro perché patrono del monastero, l’ischio per ricordare l’origine del nome di Moscheta e lo spinoso a simbolo della solitudine e del silenzio che circondava la loro badia. Questa insegna ancora oggi si trova sul frontale esterno dell’antiporto del monastero.

 

FOTO C
L’abbazia fu fondata intorno al 1037 da san Giovanni Gualberto, padre dell’ordine vallombrosano, “il quale abitò in più tempi in questo ritiro, che fabbricò per la seconda volta, dopo essere stato il primo rovinato dalla piena del torrente Veccione che gli scorre dappresso” (Repetti, 1895). Si narra che, incoraggiato da un vecchio monaco della Badia Fiorentina, il Santo si recò in Appennino alla ricerca di un luogo adatto per edificarvi un monastero. Venuto a conoscenza di queste ricerche il Conte Anselmo di Pietramala, della potente consorteria degli Ubaldini, volle donargli una sua proprietà che aveva a Moscheta con un miglio di selve intorno per costruirvi, come dice la narrazione agiografica, una badia a sue spese (Casini S., 1894). 

San Giovanni Gualberto ebbe modo di fondare le due badie di Moscheta e di Razzuolo, la prima nel 1034 e la seconda l’anno successivo, anche se affidò a Rodolfo Galigai il compito di costruire il complesso abbaziale. Esse furono le prime, dopo quella di Vallombrosa, e si vennero a trovare nel bel mezzo di una terra fittamente popolata da castelli e da villaggi.

 

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Il Marrone del Mugello ha ottenuto dalla Comunità Europea il prestigioso riconoscimento IGP (Indicazione Geografica Protetta). I comuni interessati dall'IGP sono: Borgo San Lorenzo, Dicomano, Firenzuola, Londa, Marradi, Palazzuolo Sul Senio, Rufina, San Godenzo, Scarperia e Vicchio. Quindi il territorio del Marrone del Mugello IGP è suddiviso tra due Comunità Montane: quella del Mugello e quella della Montagna Fiorentina.


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#PAESAGGIO AGRARIO DELLA PIANA DEGLI OLIVETI MONUMENTALI DI PUGLIAPAESAGGIO AGRARIO DELLA PIANA DEGLI OLIVETI MONUMENTALI DI PUGLIA

 

FOTO A
La Piana degli Oliveti monumentali di Puglia, da Monopoli a Carovigno, rappresenta un unicum storico-geografico ancora integro che riassume la storia agraria del paesaggio mediterraneo. Una storia legata alla produzione, trasformazione e commercializzazione dell’olio di oliva, fin dall’età messapica. Un documento culturale visibile che racconta e descrive l’evoluzione di un agrosistema ambientale.

 

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L’interesse alimentare dell’olivo in Puglia, secondo la documentazione archeobotanica, parte dalla prima età del Ferro, dove inizia ad essere impiegato l’olivo e usato il suo frutto. In epoca greco-romana, insieme ai piccoli pomi, menzionati da Catone (mele, pere, fichi, mele cotogne, melograni), l’olivo e la vite fanno parte integrante del paesaggio agrario magno-greco.

 

FOTO C - SCAVI EGNAZIA -TERME DEL FORO
Il porto della città di Egnazia, in territorio di Fasano, città ancora visibile nei suoi resti archeologi, era uno dei nodi principali di commercio dell’Adriatico. La coltivazione dell’olivo e della vite ebbe impulso in Puglia dai soldati romani, che si erano stanziati con le loro famiglie negli appezzamenti loro assegnati aggiungendosi ai coltivatori locali. L’epoca romana ha goduto di uno dei momenti favorevoli del clima temperato con picchi di caldo tra il 200 a.C. e il 300 d.C.. Dal III al V secolo d.C. non solo la temperatura fu mediamente più alta, ma il livello delle precipitazioni diminuì nettamente. Così in Puglia, con il suo clima temperato, aumentarono le piantate di olivi che invasero i luoghi a morfologia piatta vicino le zone costiere, nelle vicinanze delle città portuali e lungo le principali vie di transito. Le piantate di olivi si propagarono lungo la via Traiana (109 d.C.), tracciato ancora con evidenze visibili nell’abitato di Monopoli e nell’area (archeologica) di Egnazia.

 

 

FOTO D - MASSERIA TORRE COCCARO - FASANO

Nel paesaggio della Piana degli Oliveti Monumentalisono presenti 217 antiche masserie con diverse tipologie: torre-masseria, masseria con torre, masseria fortificata senza torre, masseria-castello, masseria senza fortificazioni, molte di esse hanno una chiesetta interna, a testimonianza che la masseria era abitata per tutto l’anno, e non solo dai massari. Le chiese interne sono dei veri e antichi gioielli, con decorazioni, affreschi, dipinti e reliquie antichissime. Una costante di quasi tutte le masserie della Piana è la presenza di un frantoio-trappeto di tipo ipogèo, completamente scavato nella roccia.

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#PAESAGGIO DELLA PIETRA A SECCO DELLPAESAGGIO DELLA PIETRA A SECCO DELL'ISOLA DI PANTELLERIA

 

FOTO A - Arco-Elefante-Pantelleria
L’isola di Pantelleria, situata  a 110 km a sud ovest della Sicilia e 70 a est -nord est della Tunisia, è estesa più di 80 k (quattro volte circa l'isola di Lampedusa). È costituita principalmente da rocce vulcaniche eruttate all’incirca 320.000 anni fa. L'ultima eruzione è avvenuta nel 1891 nella parte sommersa. Sono tuttora presenti molti fenomeni di vulcanesimo secondario, prevalentemente acque calde e soffioni di vapore. Raggiunge un'altitudine di 836 metri sul livello del mare con la Montagna Grande. Il porto dell'isola permette il collegamento regolare con Trapani e Mazara del Vallo e l’aeroporto è servito da voli di linea. Il Parco nazionale “Isola di Pantelleria” è stato istituito con Decreto del Presidente della Repubblica il 28 luglio 2016.

 

 

FOTO B

La temperatura media annua è di 18,1 °C conminime in gennaio di 11,7 °C e massime in agosto di 25,6 °C, mentre il valore delle precipitazioni medie annue si attesta su 408,9 millimetri. 

La prima esperienza di modifica dei suoli a uso agrario viene datata al secondo millennio a.C. ad opera dell’esigua popolazione stanziale presente allora sull’isola e constava nel taglio e incendio controllato della vegetazione naturale, nello spietramento e nella costruzione di terrazze [Brignone, 2013], operazioni che si replicheranno nei secoli, con tecniche via via più evolute eppur sostanzialmente simili, sino a oggi.

Solo dopo un consistente lavoro di spietramento, di costruzione di terrazzi e di sistemazione del sedimento disponibile poteva avviarsi il sistema di produzione agricola indispensabile per garantire la continuità di vita di una comunità consistente come quella che si può ipotizzare nel villaggio di Mursia. Il controllo del territorio e lo sfruttamento delle risorse ambientali doveva estendersi anche al pascolo nelle depressioni morfologiche dove si concentrava la vegetazione erbacea utile alle greggi, principalmente bovini e capriovini [Cattani, Tusa, 2012].

 

FOTO C - GIARDINO PANTESCOFOTO DFOTO E






Nella foto un giardino pantesco, costruzione tipica dell'isola di Pantelleria, edificata per proteggere le piante dai forti venti che spirano sull'isola in ogni stagione. 

Nel paesaggio rurale storico di Pantelleria la pietra lavica raccorda, in un insieme di grande fascino paesaggistico, l’architettura, le sistemazioni agrarie e la terra in una omogenea trama materica e cromatica. La pietra costruisce il paesaggio per accumulazione, mantenendo la sua forma originale, così come viene ricavata dissodando i terreni: cumuli di pietra, muri, volumi, vengono innalzati e resi stabili esclusivamente grazie all’attrito tra le facce lapidee e ad una tecnica costruttiva a secco tradizionale e ancestrale. Per accumulazione e aggregazione della pietra nascono gli elementi più rappresentativi del paesaggio rurale pantesco: il muro, i terrazzamenti, il giardino e il dammuso.

 

FOTO F
Per quanto riguarda la produzione viti-vinicola a Pantelleria le quattro denominazioni comprendono Moscato, Passito e Pantelleria, declinate nelle varie tipologie. Dal 2007 al 2013 la produzione complessiva è oscillata tra un minimo di 8.129 ettolitri (2010) a un massimo di 10.874 (2008).  Sul totale delle superficie a vite (1.014,17 ettari), apprezzabile risulta l’incidenza di quella investita in vitigni per la produzione di vini Doc e/o Docg, che è pari al 62,4% contro l’11,2% registrato nel totale Sicilia.

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#LA PIANTATA VENETALA PIANTATA VENETA

 

FOTO A
La piantata veneta è un’antica sistemazione dello spazio agrario, coltura promiscua dove si trovano tre coltivazioni: una arbustiva (la vite), una arborea (il tutore vivo della vite, ovvero alberi da pastura, da frutto o da legna) e quella erbacea (cereali, ortaggi, o prato stabile).

Più correttamente si dovrebbe parlare anche di una sistemazione idraulico-agraria in quanto spesso, se non sempre, la piantata è accompagnata da opere idrauliche e interpoderali di sistemazione del terreno naturale, deputate allo smaltimento delle acque in eccesso e alla mobilità all’interno del podere, realizzate in passato con il lavoro manuale di tante generazioni. Quest’antica sistemazione prende il nome di “piantata” proprio dai filari d’alberi a cui vengono maritate le viti, che nel dialetto veneto sono dette piante o piantade.

 

 

FOTO B

 

Il paesaggio della piantata, ampiamente diffuso in Veneto fino agli anni 1960-70 ha visto poi un rapido declino; un paesaggio che oggi si può solo immaginare dagli isolati relitti dispersi nelle campagne della regione, molto spesso in stato di abbandono e solo di rado miracolosamente conservati grazie al lavoro, o forse alla nostalgia, di sparuti agricoltori, spesso anziani ma in alcuni casi anche giovani.




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#COLLINE VITATE DEL SOAVE
COLLINE VITATE DEL SOAVE

 

FOTO A
La zona a Denominazione di Origine controllata e Garantita “Soave Classico DOC” comprende la parte terminale di una delle propaggini collinari della Lessinia, ricompresa tra la val d’Illasi e la Valle dell’Alpone e prende il nome dalla città murata di Soave conosciuta per il suo splendido castello medievale. Il gruppo di modesti rilievi che si aggirano sui 400 metri s.l.m. è stato quasi interamente coltivato a vigneto almeno fin dal XVIII secolo mostrando una straordinaria continuità nella
produzione e nel paesaggio che ne deriva, fino ai giorni nostri.

 

FOTO B

Il vino tipico Soave, impostosi sul mercato nazionale e internazionale fin dalla prima metà del Novecento, ha contribuito a preservare la zona del Classico dall’urbanizzazione, che ha colpito invece pesantemente le vicine zone periurbane di Verona, conservandone i tratti storici.

Soprattutto nel caso di Verona, il comune del Veneto con il maggior numero di abitanti, posta a ridosso delle pendici della Lessinia, il processo di urbanizzazione ha interessato largamente anche le zone collinari alle spalle della città. Le colline di Soave, nonostante la prossimità alla città di Verona, sono state invece risparmiate dal processo di espansione periurbana. Le scelte urbanistiche hanno privilegiato una espansione compatta e contenuta nelle aree pianeggianti, mentre i fronti della collina di Soave hanno conservato intatta la loro destinazione agricola, grazie al valore del vigneto e soprattutto al vincolo paesaggistico apposto nel 1974 a tutta l’area.

 

FOTO C - credito consorzio-del-soave
Il territorio di Soave riveste un ruolo pionieristico: proprio qui avvenne, nel 1921, la prima perimetrazione di un “vino tipico” in Italia e il suo riconoscimento per legge nel 1931. Il riconoscimento condizionò tutte le trasformazioni successive, bloccando sul nascere l’espansione edilizia e fissando nelle norme del disciplinare di produzione le azioni ripetute dell’uomo e di conseguenza le forme del paesaggio. Le colline del Soave sono l’area a vigneto specializzato più grande e più antica del Veneto, assestatasi nelle sue proporzioni attuali già nella prima metà del Novecento.

Il vigneto del Soave conserva oggi moltissimi caratteri tradizionali: la pergola, i sostegni lignei, le sistemazioni a ciglioni e i muri a secco che sostengono i terrazzamenti e delimitano le strade campestri, l’ampia presenza degli alberi, anche da frutto, intervallati ai vigneti, tutti caratteri che affondano le loro radici nel passato e distinguono nettamente questo paesaggio rispetto al vigneto specializzato industriale contemporaneo.

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#LA TRANSUMANZALA TRANSUMANZA

 

FOTO A
La pratica della transumanza dai tempi più remoti caratterizza l’Europa e in particolare il bacino del Mediterraneo (Portogallo, Spagna, Francia, Austria, Romania, Grecia e Italia). In Italia, le grandi vie verdi chiamate tratturi attraversano Abruzzo, Molise, Campania, Puglia e Basilicata. Consentivano di condurre le greggi e le mandrie dai pascoli montani dell’Appennino alle pianure pugliesi del Tavoliere. Larghi 111,60 metri, sono di proprietà del Demanio e i principali sono: Tratturo Magno L’Aquila-Foggia (244 Km), Tratturo Celano-Foggia (207 Km), Tratturo Castel di Sangro-Lucera (127 Km), Tratturo Pescasseroli-Candela (211 Km). Una fitta rete di tratturelli e bracci si innesta sulla via principale.

 

 

FOTO B

In autunno, prima del grande freddo, gli animali dai pascoli della Montagnola Molisana (1.300-1.400 metri s.l.m.) sono spostati ai pascoli del Gargano nel comune di San Marco in Lamis (FG) a 150-400 metri s.l.m.), dove possono beneficiare di un clima mite durante tutto l’inverno. In primavera, con l’avvicinarsi della calura estiva, sono riportati sui pascoli d’altura.  Questa particolare pratica nasce a Frosolone (IS), paese dell’Alto Molise simbolo della Transumanza. Nei secoli questa pratica agropastorale è stata una delle attività prevalenti, tante famiglie e possidenti in autunno riunivano i loro capi in mandrie o greggi più grandi e andavano a svernare in Puglia. Si tratta della Transumanza di tipo orizzontale, detta anche mediterranea, che consiste nel trasferimento degli animali da un’area geografica ad un’altra (tra due o più regioni), che si differenzia da quella di tipo verticale o alpina, dove il trasferimento avviene in un areale più ristretto (dalla valle alla montagna). Il viaggio inizia con l’ultima luna piena di maggio, periodo in cui gli animali cominciano ad essere insofferenti al caldo e desiderano spostarsi. 

 

FOTO C
Questa pratica è sopravvissuta fino agli anni ’60, quando, in seguito al forte spopolamento del Paese e all’inserimento di nuove razze non adatte a questo tipo di allevamento, ha visto un drastico arresto. Essa è giunta fino ai giorni nostri grazie all’impegno di coloro che continuano a praticare l’allevamento estensivo, che permette agli animali di vivere liberi tutto l’anno e di produrre formaggi e carne di qualità eccellente. Caratteristica delle aziende è proprio quella di non avere stalle e di condurre un allevamento esclusivamente allo stato brado e di lavorare il latte sul posto. Con la transumanza, nel rispetto della tradizione, ogni anno centinaia di animali vengono trasferiti lungo i tratturi, per una distanza di 180 km circa. Un mese prima di partire si procede alla messa in sicurezza sanitaria della mandria e alla richiesta delle autorizzazioni per percorrere ed attraversare strade e ferrovie, laddove il tracciato del tratturo è interrotto.

 

 

FOTO D

La lunga fila è guidata dai mandriani postiin testa e in coda, per raggruppare i capi più lenti, e ai lati, per contenerli. Si preferisce camminare durante le ore più fresche della giornata, partendo all’alba (4,30 – 5,00), sostando nelle ore più calde e ripartendo nel pomeriggio (16,00) fino a tarda sera. Ciascuna giornata prevede sei o sette ore di cammino ininterrotto, in media da 25 a 60 chilometri al giorno, secondo il tipo di animali, per 4 e 5 giorni. Le razze protagoniste della transumanza sono i cani pastore abruzzesi, mastino abruzzese, la capra garganica, la capra Valfortorina e grigia del Molise, la pecora Pagliarola, la pecora Sopravvissana, la gentile di Puglia, le vacche Podolica (di origine balcanica), bruna alpina e marchigiana.

 

FOTO E
Caciocavallo, scamorza, manteca e mozzarella sono di eccellente qualità, in quanto gli animali vivono liberi, in una condizione di benessere assoluto. L’alimentazione naturale conferisce al latte e alla carne proprietà organolettiche di eccellenza. La richiesta di prodotti supera le quantità garantite dalla produzione, che, per preservare degli standard qualitativi alti, mantiene il suo carattere artigianale e predilige un mercato di nicchia, in tutta Italia e anche all’estero soprattutto negli Stati Uniti.





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#IL PAESAGGIO POLICOLTURALE DI TREQUANDAIL PAESAGGIO POLICOLTURALE DI TREQUANDA

 

FOTO A
L’area del sito olivicolo di Trequanda, in provincia di Siena, presenta ancora oggi molti degli elementi storicamente significativi del paesaggio rurale a olivo. Il piccolo borgo medievale sorge inalterato su un colle da cui sgorga il fiume Asso, completamente circondato da boschi a dominanza di querce, da vigne, seminativi nudi o arborati, e oliveti. Questi ultimi sono caratterizzati dalla presenza di individui monumentali e sono spesso contraddistinti, nei terreni a maggior pendenza, dalla presenza di terrazzamenti con muri a secco, realizzati con pietra locale. Su ogni terrazza sono disposte una o due file di olivi e non vi è normalmente la possibilità di accedervi con mezzi meccanici. Più della metà della superficie olivata presente nell’area è a sesto irregolare con alcuni rinfoltimenti per sostituire le piante morte a seguito delle gelate del 1985 e del 1986. Seppure di limitata superficie, il mantenimento di oliveti a sesto sparso è altamente significativo in termini di persistenza storica, dato che gran parte dell’olivicoltura attuale risente di processi di intensivizzazione.

 

L’olio ha da sempre fatto parte FOTO Bintegrante della cultura delle terre di Siena ed in particolare di Trequanda e zone limitrofe, dalla cura quotidiana del lavoro a quella del cibo, della medicina e della dieta. Grazie al clima ventilato e piuttosto freddo, il territorio produce da sempre un olio extravergine di oliva di altissima qualità, spremuto da frutti non trattati, naturalmente biologici senza alcun condizionamento chimico. La tradizionale dedizione degli olivicoltori locali, il particolare attaccamento all’ulivo ed al suo prezioso prodotto, hanno elevato nel tempo la qualità dell’olio di questa zona. Oggi gli oli toscani in Italia non prevalgono per la quantità, rappresentando solo il 4% della produzione nazionale, ma per l’assoluta qualità, contribuendo decisamente all’immagine dell’olio italiano nel mondo. Circa il 50% degli oli D.O.P. (Denominazione di Origine Protetta) e I.G.P. (Indicazione Geografica Protetta) introdotti da un regolamento Comunitario del 1992 (che riguarda la protezione delle denominazioni d’origine e delle indicazioni geografiche dei prodotti agricoli-alimentari), risultano toscani.

 

FOTO C
La classificazione Dop riconosciuta in Europa è garanzia assoluta e totale; certifica e garantisce la zona di produzione e si riferisce agli ulivi e alle olive che devono essere coltivati nelle zone delimitate dalla denominazione Terre di Siena. La Dop è l’unica classificazione che garantisce in modo certo e inequivocabile l’origine delle olive e il rispetto del disciplinare di produzione. Il marchio Terre di Siena garantisce che le olive siano prodotte unicamente nella zona delimitata dal disciplinare; che siano raccolte direttamente dalla pianta, portate al frantoio al massimo entro tre giorni dalla raccolta e molite entro 24 ore, affinché le caratteristiche originarie e i valori nutrizionali presenti nel frutto rimangano inalterati; che l’olio sia ottenuto esclusivamente con processi meccanici di estrazione e, infine, che ogni partita d’olio sia sottoposta alle procedure di controllo che interessano tutte le fasi di produzione, dalla coltivazione degli ulivi fino al confezionamento dell’olio. 




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#OLIVETI TERRAZZATI DI VALLECORSA
OLIVETI TERRAZZATI DI VALLECORSA

 

FOTO A - VALLECORSA E I MONTI AUSONI
Il comune di Vallecorsa si trova in provincia di Frosinone, a ridosso del confine con quella di Latina. Caratterizzato da una morfologia prevalentemente montano-collinare, il paesaggio degli oliveti terrazzati di Vallecorsa si sviluppa dalla quota inferiore di 160 metri s.l.m., coincidente con il compluvio del torrente “Il Fossato”, sino alla sommità di “Cima del Nibbio” a quota 1.054,5 metri s.l.m..

 

I terrazzamenti, insieme ad una reteFOTO B - UN ESEMPIO DI ACQUIDOCCIO diffusa di acquidocci (sentieri d’acqua), costituiscono lo scheletro del paesaggio rurale tradizionale di Vallecorsa. Nonostante la prepotente presenza della pietra, l’intero paesaggio, e nello specifico le aree terrazzate, prendono forma in funzione dell’acqua, che regola la vita di tutta la valle. In un contesto climatico che presenta piogge dagli andamenti alterni, con scrosci improvvisi e stagioni aride,  e in un sistema morfologicamente ardito caratterizzato da pendenze spietate come quello iscritto nel Registro, in assenza dei terrazzamenti il suolo fertile diminuirebbe rapidamente e la vegetazione sarebbe ridotta a macchie residuali nella parte più profonda dell’alveo dove l’originaria ricchezza di biodiversità lascerebbe il posto alla monocoltura di quelle specie più pervicaci nelle situazioni di degrado.

 

FOTO C

Le funzioni dei terrazzamenti sono principalmente due e sono legate alle stagioni: regimentano le acque in eccesso rispetto alla capacità di ritenuta del terreno, durante l’inverno, mentre durante l’estate captano la condensa notturna, mettendo a sistema un costante e prezioso approvvigionamento idrico.

 

 

FOTO D - LE MACERE A SECCO

 
L’argine, ovvero la componente verticale del terrazzamento, è costituita sempre da un muro di contenimento in pietra a secco, ovvero la macèra. Lo spessore dei muri è diverso a seconda delle condizioni topografiche e del ruolo del muro. Esso può variare dai 50 cm fino ai 2 metri, nel caso la macèra sia utilizzata anche come passaggio tra le particelle coltivate. La lenza, ovvero la profondità del terrazzamento, varia in dimensione al variare dell’inclinazione del versante. Nei rilievi eseguiti si è riscontrata una larghezza variabile tra i 1,5 metri e un massimo di 10 metri. Nella maggior parte dei casi essa misura 2-3 metri e ospita una sola fila di ulivi, posti sulla linea mediana o talvolta sul lato verso monte. La lenza presenta quasi sempre una leggera inclinazione verso monte.




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#PARCO REGIONALE STORICO AGRICOLO DELLPARCO REGIONALE STORICO AGRICOLO DELL'OLIVO DI VENAFRO

 

FOTO A
La coltivazione dell’olivo a Venafro, in provincia di Isernia, è documentata fin dal II secolo a.C. (Morra 2000, Alterio 2011), ma l’importanza attuale dell’olivicoltura locale non è da ricercarsi solo nella lontana origine, ma anche nel patrimonio genetico che è stato conservato nei secoli.

Il paesaggio di Venafro è unico anche per la presenza di un gran numero di olivi monumentali. Il censimento effettuato dal Parco Regionale dell’Olivo di Venafro, ne ha individuati 166.

 

La particolare morfologia del territorioFOTO B venafrano mostra un’ampia pianura destinata ai seminativi e alle serre, e una fascia pedemontana dedicata all’olivicoltura. La maggior parte della coltura si basa su una cultivar unica, autoctona di Venafro, detta Aurina. Si tratta di una varietà, identificabile con l’antica Licinia dei Romani, caratterizzata da un frutto sferoidale nero corvino e dalla produzione di un olio di colore giallo aureo. Oltre alla cultivar Aurina, sono presenti altre varietà antiche tra cui la Pallante, l’Olivastro dritto, l’Olivastro d’Aprile, la Rotondella e la Rossuola.

L’olio prodotto nell’aera è riconosciuto dalla DOP Molise: nel disciplinare di produzione, oltre alla cultivar Leccino, per la provincia di Isernia è riportata l’Aurina, da utilizzare per almeno l’80%, congiuntamente o disgiuntamente, mentre per il restante 20% possono essere utilizzate altre varietà autoctone.

 

FOTO C
Sebbene la fragilità intrinseca del sistema agricolo locale sia evidente, per il momento l’agricoltura venafrana non è interessata da fenomeni consistenti di abbandono come accade in altre parti della Penisola. Sembra quindi che con una attenta programmazione e con supporti adeguati, il comparto potrebbe aumentare la propria competitività, puntando su prodotti di qualità, sul biologico e sul turismo rurale, con visite e ospitalità presso aziende locali.

 

 

FOTO D

La presenza del Parco Regionale Agricolo Storico dell’Olivo di Venafro è sicuramente l’iniziativa più importante ai fini della tutela del paesaggio, anche perché la zona è stata arricchita con sentieri, aree attrezzate, cartellonistica per migliorare la fruibilità del territorio e raccontare la storia e le caratteristiche del paesaggio. Dopo decenni di abbandono, in buona parte sono state recuperate le antiche mulattiere, che costituivano vie di comunicazione con i paesi vicini attive fino agli anni ‘50 e si è creata una rete di sentieri che legano i resti archeologici con il centro storico di Venafro.