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STORIA E CULTURA
CAVALLI DI FERRO TRA LE CIME
10/08/2020
di Massimo Mennitti

La vecchia ferrovia delle Dolomiti, figlia della guerra, è stata per decenni la carezza dolce del progresso capace di legare luoghi, valli e comunità che sembravano destinati all’isolamento. Oggi lungo il suo tracciato abbandonato un’esile pista ciclabile si snoda nel rigoglio spettacolare della natura che ha riconquistato i suoi spazi

FOTO A


Settembre 1921. Treno da Calalzo in arrivo a Cortina. Dietro al carro merci sono agganciati un vagone bagaglio e tre vetture.

(Foto Zardini, Cortina).




La ferrovia è da sempre uno degli elementi più ricorrenti nell'immaginario collettivo. Paradigma del progresso, della laboriosità dell’uomo e del suo desiderio di andare e conoscere. Grazie alla sua costante presenza, prima nella letteratura e poi nel cinema, è uno di quei pochi mezzi, come l'automobile del resto, di cui anche i giovani hanno la consapevolezza dell'evoluzione. Molti "Post millennials” non hanno mai visto e non immaginano nemmeno l’esistenza di un televisore a tubo catodico o un telefono a disco, mentre per la ferrovia è diverso. Forse anche per merito dell’estetica raffinata ed incisiva di quei vecchi film in bianco e nero in cui la strada ferrata tagliava i grandi territori americani tra lo stupore e lo sbigottimento degli indiani.  Il registro narrativo del cavallo d’acciaio, che con il suo fischio poderoso passa la pianura e si arrampica possente sulla montagna, è figlio di tutti i tempi, simbolo della modernità e della prevalenza dell’uomo sulla natura impervia.

FOTO B



Febbraio 1935 tra Cimabanche e Carboni. Le copiose precipitazioni obbligarono la Società a reclutare improvvisati spalatori per liberare la linea. Nelle tratte incassate, bisognava caricare la neve sui carri merci per scaricarla poi dai ponti vicini.

(Foto Soc. Ferrovia Dolomiti).


BINARI SULLE ROSSE CRODE

Ebbene quell’immagine, un po’ rétro, intrisa di storia e di passione, ma senza cactus, indiani e cow-boy, è la stessa a cui riporta la vecchia ferrovia delle Dolomiti, con i suoi 65 km di binari a scartamento ridotto, immersi in una cornice quasi lunare, dove le crode dolomitiche si stagliano contro un cielo capace di cambiare colore e umore nell'arco di pochi minuti. Quella manciata di chilometri è custode eterna di sogni, speranze e passioni che, dal 1921 fino al 1964, hanno unito soldati, prigionieri, studenti, operai, turisti e perfino il Presidente della Repubblica.

Uomini e donne che hanno condiviso un viaggio, un paesaggio, uno scorcio che facilmente è rimasto impresso nell’anima, come solo le rosse crode dolomitiche sanno fare. La ferrovia per quel fazzoletto di terra ha rappresentato la carezza dolce del progresso capace di arrivare su in alto, fino a quelle montagne e legare luoghi e valli che sembravano destinati all’isolamento.

Una storia affascinante che, come quasi tutte le narrazioni avvincenti, è figlia del dolore e della sofferenza, insomma, figlia della Grande Guerra, quella del '15-'18, che vide gli austriaci ingegnarsi per ottimizzare il trasporto di cibo e munizioni da Dobbiaco a Landro. E gli italiani che cercarono di fare lo stesso nella parte più a sud tra Peaio e Zuel. La disfatta di Caporetto segnò l'interruzione di tutti i lavori. Al termine del conflitto furono ripresi nel 1919 e portarono ad una prima ultimazione nel ‘20, per arrivare poi al primo viaggio del 15 giugno 1921.

Una volta sfiorati dalla carezza dolce di quel progresso, i paesi lambiti dalla ferrovia si impegnarono per dare il proprio contributo all'acquisto di nuovo materiale o nel finanziare lavori di migliorie, creando uno dei migliori esempi di quel senso di comunità che ha segnato l'Italia della ricostruzione dopo la Prima Guerra Mondiale. Durante il secondo conflitto mondiale l'intera ferrovia fu gestita dall'esercito che la utilizzò per il trasporto dei feriti dal fronte alle strutture ospedaliere di Cortina, attraverso l'utilizzo di convogli/ospedale.

FOTO C
IL TRENO DELLE OLIMPIADI

Poi esplose la pace, e quell'area da sempre in bilico trovò anche nella ferrovia il suo elemento di unione tra le valli, fino ad arrivare ai fasti delle Olimpiadi Invernali del 1956, quando quella linea ferroviaria, diventata strumento fondamentale della semplice ed essenziale logistica del territorio, ebbe l'onore di essere utilizzata da atleti olimpici, da tutto il gotha dell'organizzazione e perfino dal Presidente della Repubblica Giovanni Gronchi. Con le sue stazioni: Dobbiaco (SFD), Lago di Dobbiaco, Sorgenti, Landro, CarboninMisurina, Cimabanche, Ospitale, Fiammes, Istituto Codivilla-Chiave, Cortina d'Ampezzo, Hotel Miramonti, Zuel, Acquabona, Dogana, Chiapuzza, S. Vito di Cadore, Hotel Dolomiti, Borca, Vodo, Peaio-Vinigo, Cibiana, Venas, Vallesina, Valle di Cadore, Nebbiù, Tai di Cadore, Pieve-Sottocastello, S. Alipio, Calalzo Paese, Calalzo FS (SFD), era la linfa vitale di quelle comunità in una stagione in cui la mobilità privata non era ancora esplosa. Il tragitto lento e sinuoso tra le valli portava quotidianamente ossigeno vitale agli abitanti del territorio, congiungendo aree linguisticamente e culturalmente divise da sempre. Sembrava destinata a chissà quali fasti, invece, come spesso accade per le cose umane, fu travolta da un inesorabile e repentino declino, fino a quando il progresso dell’automobile e i costi di gestione la fecero ritenere non più conveniente, tanto che nel 1964 venne chiusa per sempre. Quel che rimaneva della ferrovia fu rapidamente depredato ad opera di imprese ed abitanti del luogo, che preferirono un utilizzo personale piuttosto che vedere i resti dei fasti del tempo deteriorarsi tra l'inutilizzo e le intemperie.

Oggi di quella traccia del progresso è rimasta, nei mesi estivi, una pista ciclabile. Il segno di quella straordinaria modernità che univa le comunità è stato inesorabilmente cancellato come un'impronta lasciata sulla battigia, che viene spazzata via dal mare.

Quella strada ferrata è forse, più di tante altre cose, il prodromo di come a volte il progresso non vada considerato con una tensione all’eternità, ma probabilmente dovremmo imparare a viverlo come uno strumento circostanziato nel tempo per ricondurci con maggiore enfasi allo splendore della natura. Così di quel potente cavallo d’acciaio fumante rimane un labile ricordo in un futuro che appartiene come sempre, e per sempre, all’incanto della conca d’Ampezzo ed allo splendore delle sue montagne.

FOTO BOX

IN BICICLETTA

La Ciclabile delle Dolomiti, che va da Calalzo di Cadore a Dobbiaco, rappresenta uno dei percorsi più affascinanti per gli appassionati delle due ruote. Il tracciato si snoda, per gran parte, lungo la vecchia ferrovia utilizzando ponti, terrapieni e gallerie e poi lungo l'antica strada regia nel tratto fra San Vito di Cadore e Cortina d'Ampezzo. Si passa tra boschi e paesi bellissimi, attorniati dalle cime e si attraversa il Parco Naturale delle Dolomiti d'Ampezzo. Gran parte del tracciato è protetto e chiuso al traffico motorizzato.

Info: https://www.dolomiti.it/it/itinerari/bici/ciclabile-delle-dolomiti/