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NATURA E BIODIVERSITA'
TRA IL DIRE E IL FARE…
12/10/2020

di Giorgia Romeo [Referente scientifico Centro Studi Federazione Italiana della Caccia]


Alcune riflessioni sui ripopolamenti faunistici


FOTO A - chamois-1352470


Sebbene l’uomo abbia storicamente operato per ripopolare numerose aree con diverse specie, è soprattutto negli ultimi decenni che questa pratica ha assunto un notevole rilievo.


Quando parliamo di animali non facciamo riferimento soltanto ai cosiddetti. Da qui la necessità di approfondire alcuni degli elementi tecnici essenziali per unapets: cani, gatti, pesci, uccelli, conigli, criceti e rettili che vivono nelle case degli italiani e che, secondo il Rapporto Assalco – Zoomark 2017, sono circa 60 milioni. Nel nostro territorio ci sono anche gli animali selvatici, il cui andamento demografico è sotto la lente d’ingrandimento degli studiosi che li osservano sia in relazione al loro habitat, sia rispetto al rapporto con gli esseri umani. Quando il numero di selvatici si riduce, si ricorre al ripopolamento, una pratica faunistica piuttosto diffusa per incrementare i contingenti delle popolazioni selvatiche. Può essere utilizzata sia a fini venatori (per incrementare localmente la dimensione delle popolazioni di specie cacciabili), sia naturalistici (per risollevare le sorti di popolazioni di specie di interesse scientifico a fini di conservazione). Tecnicamente può essere definita come “l’immissione di individui appartenenti ad una specie autoctona, presente nel territorio con livelli di popolazione ridotti”. Sebbene l’uomo abbia storicamente operato per ripopolare numerose aree con molte specie diverse, è soprattutto negli ultimi decenni che questa pratica ha assunto un notevole rilievo (dando luogo, in alcuni casi, ad un importante indotto economico), non sempre condotta con le dovute attenzioni, però. Ciò può portare, nel migliore dei casi, al fallimento delle operazioni nel medio e lungo termine, ma può anche condurre a più seri problemi di tipo genetico e/o sanitario.

FOTO B - lepre italica Foto di Giorgia Romeo


Un esemplare di lepre italica. (Foto G. Romeo)

Da qui la necessità di approfondire alcuni degli elementi tecnici essenziali per una  buona riuscita dei ripopolamenti, che comunque andrebbero limitati ai soli casi in cui risultino necessari, dando preferenza alle buone pratiche di gestione territoriale. Non c’è infatti azione più efficace e sostenibile nel lungo periodo della cura e ripristino degli habitat naturali, attraverso una corretta gestione degli stessi, ricorrendo anche a miglioramenti ambientali.

 

AMBIENTE E VOCAZIONE FAUNISTICA

FOTO C - pernice Foto di Giorgia Romeo.jpgMa cerchiamo di inquadrare bene l’argomento. Affinché un ripopolamento possa avere successo è necessario tenere presenti alcuni criteri fondamentali, quali: l’analisi ambientale, la determinazione della vocazione faunistica dell’area individuata per la specie in esame, la valutazione di consistenza e densità delle popolazioni esistenti, la determinazione del numero di animali necessario per le immissioni e la scelta della fonte degli animali da immettere. Occorre inoltre scegliere in modo oculato e corretto la località e il metodo di immissione, effettuare monitoraggi e programmare azioni di gestione nel tempo delle popolazioni oggetto di reintroduzione. Questa, in sintesi, la summa maxima degli argomenti. Ma cerchiamo di analizzarne uno alla volta.

Una corretta analisi ambientale finalizzata alla determinazione della vocazione faunistica dell’area individuata consentirà di valutare la capacità portante teorica di quegli ambienti, favorendo così anche la corretta individuazione delle località di immissione più idonee. La conduzione di censimenti con metodologie e tempi diversi (preliminarmente e in fase di monitoraggio) permetteranno successivamente di costruire un chiaro quadro faunistico della zona e di acquisire la necessaria conoscenza degli habitat. In base alle esigenze alimentari, fisiologiche e comportamentali delle specie in esame, infatti, potranno essere attribuiti valori di minore o maggiore idoneità territoriale. In linea di massima, laddove sussistano situazioni di elevata diversità ambientale, si avranno condizioni favorevoli alla permanenza e alla riproduzione della fauna selvatica. Per contro, una situazione territoriale sfavorevole potrà essere individuata nei casi in cui prevalgano ambienti a bassa variabilità ed elevata omogeneità, come accade, ad esempio, nelle monocolture. Al fine di determinare il numero di animali necessario per le immissioni, sarà necessario tenere presenti alcuni importanti parametri di riferimento, quali: il livello delle popolazioni preesistenti, la capacità portante dell’ambiente e una stima della mortalità naturale.

 

GLI ANIMALI

FOTO D roe-deer-101469Un ulteriore fattore estremamente importante, che comporta valutazioni di tipo tecnico, economico e di opportunità complessiva, riguarda la scelta della fonte degli animali da immettere. Ogni possibile soluzione presenta delle potenziali controindicazioni. Per le immissioni a fini venatori, nel caso di animali di importazione, ad esempio, non va sottovalutato il rischio di inquinamento genetico delle popolazioni locali e, soprattutto, le problematiche di ordine sanitario connesse con questa pratica. Anche gli animali di allevamento, tuttavia, possiedono aspetti negativi, come la scarsa attitudine alla vita selvatica e la bassa sopravvivenza. L’utilizzo di animali di cattura (sempre preferibile, ove possibile), può presentare altri inconvenienti, come bassi numeri e difficoltà di reperimento dei soggetti. La sopravvivenza degli animali rilasciati può dipendere dalla loro provenienza, dal periodo del rilascio, dal metodo di rilascio (e dell’eventuale ambientamento), oltre che dal metodo di cattura. Per rendere minima la mortalità degli animali da cattura è necessario ridurre lo stress. Ciò può essere realizzato operando con personale esperto, prestando particolare attenzione soprattutto alle manipolazioni effettuate dopo la cattura (cassette adatte, procedure ben sperimentate, luogo tranquillo) e durante il trasporto (ridurre al massimo i tempi di spostamento, utilizzare poche persone), e il rilascio (da effettuare in orari in linea con i ritmi naturali degli animali). Tuttavia, in molti casi, un ripopolamento può fallire. Ciò avviene nel caso di una mancata o erronea individuazione e rimozione dei fattori limitanti e delle cause che hanno portato alla contrazione numerica delle popolazioni locali. Nei ripopolamenti a fini venatori, a questi elementi si possono aggiungere l’inadeguata pianificazione del prelievo venatorio (con l’adozione di piani di assestamento e abbattimento errati) e il fatto che il ripopolamento artificiale sia l’unica forma di gestione faunistico-venatoria del territorio.