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NATURA E BIODIVERSITA'
TESTIMONI DELLA STORIA
12/12/2020
di Stefano Cazora

Erano lì già ai tempi di Celestino V e Federico II. Nella Riserva Naturale Statale di Fara San Martino, nel cuore del Parco Nazionale della Majella, si studiano alcuni pini centenari che sono giunti intatti fino a noi grazie alla posizione fortemente impervia e alla preziosa opera di custodia dei carabinieri forestali.


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Riserva Naturale Statale Fara San Martino-Palombaro. Uno dei pini neri secolari svetta maestoso tra dirupi inaccessibili, quasi a sfidare le leggi della fisica. - Foto: Archivio P.N. Majella/Marco Carafa




Il rumore possente delle pale rompe il silenzio nella gola rocciosa, i pattini dell’elicottero sfiorano la cresta di Cima della Stretta a circa 1.500 metri di quota e velocemente scarica la troupe Rai, i tecnici del Parco Nazionale e una squadra di carabinieri del Reparto Parco. Siamo sul versante orientale della Majella su uno sperone largo poco più di tre metri circondato da dirupi a strapiombo, un balcone naturale di fronte al quale si apre un panorama dai mille colori. In lontananza solo il verso di qualche gracchio alpino. Il bosco nel suo vestito autunnale è un’esplosione di colori che vanno dal verde, al rosso, al croco; nella parte più alta i faggi lasciano spazio ad una rarissima stazione di pino mugo. E sulle vette la neve ha fatto capolino già da qualche giorno. Scopo della complessa missione, che verrà raccontata in un ampio servizio di Francesco Petretti per la regia di Francesca Catarci del programma “Geo”, raccogliere i semi e proseguire i rilievi sui Giganti Verdi della Majella, una piccolissima popolazione relitta di pini neri centenari. Ma raggiungerli non è affatto facile e, oltre all’abilità degli elicotteristi del Nucleo di Roma Urbe al comando del Ten. Col. Andrea Catania, per proseguire serve una preparazione alpinistica. Solo dopo un percorso molto difficile e una discesa con ausilio delle corde si possono raggiungere i vecchi patriarchi.

 

IL PINO DI CELESTINO V

É li da 900 anni, immobile, immerso in un ambiente in continuo cambiamento, svetta tra le rocce a strapiombo in un equilibrio di tremende forze naturali che sfidano le leggi della fisica. Si sapeva della sua esistenza e di quella di alcuni suoi fratelli ma nessuno si era mai avventurato fin lì per documentarne in modo scientifico la presenza.

Sono i Giganti della Majella abbarbicati su pareti a strapiombo nella Riserva Naturale Statale Fara San Martino Palombaro gestita e vigilata dai Carabinieri forestali, custodi discreti di questo meraviglioso segreto. Sono i pini neri che qui chiamano di “Celestino V” perché esistevano già quando Pietro da Morrone, il papa “che fece per viltade il gran rifiuto”, conduceva la sua vita eremitica sui monti della Majella.

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L'Appuntato Scelto Luca Di Masso del Reparto Carabinieri Parco e il Direttore del Parco Luciano Di Martino durante le complesse operazioni di avvicinamento ad uno degli esemplari di pino nero più grandi per effettuare prelievi e misurazioni. - Foto: Archivio P.N. Majella/Marco Carafa





Questa è una montagna sacra, terra aspra ma benedetta. É qui che si rifugiò Maja addolorata per la perdita del figlio Ermes. Legata ai culti prestorici è stata la casa di monaci ed anacoreti che nel Medioevo trovarono la loro dimora ideale alla ricerca del divino. Tra questi anche Dauferio divenuto papa Vittore III e il più noto Pietro da Morrone eletto al soglio pontificio con il nome di Celestino V. Dalla grotta di Monte Palleno, al Morrone fino ai meravigliosi eremi di San Batolomeo in Legio e Santo Spirito a Majella, di Sant’Onofrio al Morrone e di San Giovanni all’Orfento sono diversi i luoghi di spiritualità e di montagna dove la natura ha accompagnato per secoli la preghiera e la meditazione. Loro caratteristica è quella di essere scavati nella roccia, aggrappati, anzi fusi a quella montagna magica.

I NOSTRI RANGER

Sulla tutela e sicurezza dei Parchi nazionali vigila il Raggruppamento Carabinieri Parco, articolato in 20 Reparti territoriali che operano esclusivamente nei territori protetti dei parchi nelle Regioni a statuto ordinario su una superficie totale di ben 13.195 Km2 . Dai Reparti dipendono 148 Stazioni Parco dislocate sul territorio nazionale. Ogni Reparto provvede allo svolgimento dei compiti di sorveglianza e custodia del patrimonio naturale protetto, assicurando il rispetto delle leggi e delle misure di salvaguardia a tutela dell’area protetta. Oltre ai compiti di controllo del territorio, di prevenzione e repressione degli illeciti propri dei reparti della linea forestale dell’Arma, nei Parchi nazionali queste unità assolvono anche a funzioni di tipo tecnico individuate dai Piani Operativi che prevedono, tra l’altro, attività di consulenza per gli Enti Parco, di ricerca, di didattica, di educazione, di monitoraggio ambientale, come pure di conservazione e valorizzazione del patrimonio naturale. Un lavoro complesso che, solo lo scorso anno, ha portato ad effettuare oltre 192.000 controlli, ad accertare 5.129 illeciti amministrativi e denunciare all’Autorità giudiziaria 1.059 persone.

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CONSERVAZIONE E RICERCA

“Questi meravigliosi alberi sono riusciti ad arrivare fino a noi certamente grazie alla loro posizione inaccessibile, ma anche per l’azione di tutela svolta dai Carabinieri forestali” spiega il Col. Livia Mattei, Comandate del Reparto Carabinieri Parco che insieme ai colleghi della Riserva preservano questi giganti verdi. “Veri e propri laboratori e sentinelle della biodiversità” li definisce Luciano Di Martino, Direttore del Parco Nazionale della Majella, che sta continuando a studiare questi alberi antichissimi per conservarne e propagarne la presenza nel Parco attraverso la riproduzione di nuove piantine.

La loro presenza è documentata dai botanici sin dalla metà del 1800. La prima segnalazione dei pini di Fara San Martino risale al 1973 da parte di S. Allavena e A. Angerilli anche se vi erano già osservazioni complete del maresciallo del Corpo forestale dello Stato Orlando Locci che descrive queste conifere di dimensioni considerevoli e dal portamento particolare. Il primo studio scientifico è del 1982. Recentemente l’Ente Parco ha avviato alcune analisi dendrologiche alla base del Colle Falasco dove è stato individuato un esemplare con una circonferenza del tronco di 3,91 metri. Il carotaggio e l’analisi dendrologica eseguiti dai laboratori della Facoltà di Scienze Forestali dell’Università della Tuscia, condotte dai professori Schirone e De Filippo, hanno rilevato un’età massima di 674 anni con midollo non centrato, stimando così un’età di circa 900 anni.

IL CAMMINO DI CELESTINO

Il Cammino di Celestino  è un trekking in sei tappe che permette di conoscere gli eremi più importanti legati alla figura del papa eremita, ma anche altri luoghi di culto rupestri e abbazie che hanno fatto sì che Francesco Petrarca chiamasse la Majella: “Domus Christi”. Un cammino dello spirito, ma non solo, per immergersi completamente nell’incontaminata natura d’Abruzzo  in uno dei suoi Parchi Nazionali più belli.

 

SIMBOLI DELLA TRADIZIONE

Da queste parti il nome dei pini è chiète che ha le sue radici etimologiche nel sostantivo latino taeda che significa pino o torcia fatta di questo legno ricco di resina, sostanza che veniva estratta dai pastori locali. A Fara San Martino questo albero aveva una forte valenza culturale.

Gli anziani ricordano che le torce di pino nero venivano utilizzate nella processione del Venerdì Santo, mentre i giovani fino alla prima metà del secolo scorso, quasi in una gara dal sapore iniziatico, si calavano dalle pareti a strapiombo per recidere gli esemplari più belli.

Cesare De Titta, poeta dialettale in un vernacolo narra la storia di un giovane che per dimostrare il suo amore verso una ragazza tentò l’audace impresa di tagliare uno di questi alberi trovando però la morte sulle orride pareti.

LA CAPITALE DELLA PASTA

Le acque cristalline del Fiume Verde, le cui sorgenti si trovano sul Monte Acquaviva, sono il vero tesoro e il segreto della qualità della pasta di Fara San Martino divenuta famosa in tutto il mondo. Qui si trovano infatti alcuni dei più celebri pastifici italiani. Un’acqua particolare che, secondo la tradizione locale, viene aggiunta fredda alle semole pregiate dando vita all’impasto che, sotto le sapienti mani di esperti artigiani, supportati da una tecnologia avanzatissima, si trasforma nella tanto ricercata pasta. “Nel nostro stabilimento abbiamo deciso però di fare qualcosa in più, di dare un peso maggiore al tempo – spiega Lorenzo Cocco, amministratore dell’omonimo pastificioda noi si fa la pasta come una volta. L’acqua di sorgente che sgorga dalle montagne del Parco Nazionale ha delle caratteristiche particolarmente idonee alla pastificazione e alla sua migliore conservazione. Oltre alla scelta dei migliori grani, dal processo di essiccazione lenta dipende la qualità della pasta, le sue capacità nutritive e la resistenza alla cottura. Dopo la trafilatura che per certi formati avviene con macchine antiche a lenta produzione la pasta viene deposta sui telai di faggio e messa negli essiccatoi statici che oggi riproducono le condizioni ottimali di temperatura e umidità dell’aria naturale”.

FOTO BOX 3 PASTA



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