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NATURA E BIODIVERSITA'
IL FANTASMA DEI BOSCHI
09/02/2021

di Andrea Boscherini


Schivo, elusivo, invisibile ai più, il gatto selvatico è presente in Italia con due sottospecie. Di lui si sa poco ma grazie alle fototrappole è possibile individuarne più facilmente la presenza


FOTO A - Marco ColomboQuando si pensa a mammiferi elusivi e difficili da osservare solitamente viene in mente il lupo, famoso carnivoro tornato numeroso lungo la nostra penisola grazie alla legge per la sua tutela, all’istituzione delle Aree protette e all’abbondanza di prede. In alternativa si potrebbe pensare alla lince, felide distribuito in modo occasionale sulle nostre Alpi o alle due popolazioni di orso presenti nel Nord-est e nel centro Italia. A mio avviso però esiste un animale ancora più schivo che, favorito anche dalla piccola stazza, si muove del tutto inosservato e silenzioso nel sottobosco, pronto a fuggire al minimo disturbo: stiamo parlando del gatto selvatico, un vero e proprio fantasma delle foreste! 

Questo felide solitario è ancora sconosciuto a molti visto che, parlando di gatto selvatico, qualcuno potrebbe confonderlo concettualmente con un gatto randagio; ma mentre quest’ultimo è semplicemente un gatto domestico abbandonato dall’uomo e costretto a vivere fuori dalle mura domestiche, il primo è una vera e propria specie. Pensate che, in base ai dati genetici a nostra disposizione, è emerso che in Italia abbiamo due sottospecie, cioè il gatto selvatico europeo (Felis silvestris silvestris) diffuso dalle Alpi alla Sicilia e il gatto selvatico africano (Felis silvestris lybica), presente esclusivamente in Sardegna. Gli studi, tuttavia, sono in continua evoluzione e non è detto che nei prossimi anni non emergano altri nuovi e interessanti dettagli sulla storia genetica di questi animali. Quel che sappiamo è che tutte le razze attuali di gatto domestico pare si siano originate proprio dal gatto selvatico africano, in particolare da linee fondatrici originarie della famosa “Mezzaluna Fertile” e poi, nel corso dei secoli, diffuse in giro per il mondo dall’uomo. 

FOTO B - P. Rossi - N. ReboraIL RAPPORTO CON L’UOMO

A dispetto di quanto si possa immaginare, si ipotizza che la specie non sia stata addomesticata, ma si sia avvicinata di sua spontanea volontà alle nostre abitazioni circa 10.000 anni fa, durante il Neolitico. In questo periodo i nostri antenati avevano iniziato a praticare l’agricoltura accumulando e ammassando i cereali nelle prime dispense e granai, attirando di conseguenza un gran numero di topi; i gatti selvatici capirono in breve tempo che l’uomo poteva essere una risorsa, visto che ogni giorno potevano cacciare decine di topi riuniti in un unico punto, senza dover spendere tempo ed energie nella ricerca delle prede all’aperto. Fu così che gli individui più confidenti iniziarono, giorno dopo giorno, ad avvicinarsi ai villaggi con sempre maggior frequenza fino a superare la paura dell’uomo e iniziando a vivere, per la prima volta nella loro storia, in piccole colonie feline. Al contrario di questi progenitori domestici, i gatti selvatici presenti in Italia sono animali del tutto schivi e fuggono non appena percepiscono la nostra presenza. Come scritto in precedenza, vedere un gatto selvatico è un evento più unico che raro; questo agile felino è capace di muoversi nel sottobosco senza emettere praticamente alcun suono e la maggior parte delle osservazioni sono fugaci e confuse. Raramente si riescono a cogliere i dettagli del suo bellissimo mantello grigio-ocra, solcato da una linea dorsale nera e da altre striature più corte presenti su nuca e scapole, senza dimenticare ovviamente la sua enorme coda clavata ad anelli. Se non si è esperti, un gatto selvatico potrebbe facilmente essere scambiato per un semplice soriano, ma in realtà non è facile neppure per gli studiosi, basti pensare che solo con la genetica è possibile sciogliere ogni dubbio. Infatti, nonostante l’ibridazione fra i nostri gatti domestici e quelli selvatici in Italia non sia elevata (al contrario di Scozia e Ungheria dove è diventato estremamente difficile rinvenire individui geneticamente puri), vi è comunque una possibilità di incappare in un errore se si fa affidamento esclusivamente sulla vista: un gatto con numerose caratteristiche diagnostiche di selvatico potrebbe essere un ibrido.

FOTO C - P. Rossi -NSCHIVO E SOLITARIO

La possibilità di incontrarlo durante un trekking in montagna è veramente bassa ma questo non toglie il fascino di ipotizzare che, nascosto nel sottobosco, ci stia osservando. Quel che è certo è che si tratta di una specie veramente schiva e solitaria: basti pensare che maschio e femmina si incontrano esclusivamente per la riproduzione e, ad atto compiuto, ognuno riprende la propria strada. La sua elusività è testimoniata anche dalla difficoltà per i ricercatori di verificarne l’areale nel nostro Paese, tanto che molti passi avanti sono stati fatti soltanto negli ultimi decenni con l’avvento e l’utilizzo in larga scala delle fototrappole, strumenti di monitoraggio faunistico capaci di riprendere gli animali nel contesto naturale senza eccessivo disturbo. Mentre prima degli anni Novanta si credeva che il gatto selvatico fosse assente in alcune aree del centro-nord Italia, grazie all’uso di queste particolari macchine fotografiche oggi sappiamo che è largamente distribuito in alcune zone quali il crinale Tosco-Romagnolo. Per passare inosservati  alle loro prede ma anche a potenziali predatori, questi felini prediligono vivere in boschi misti con prevalenza di latifoglie e con un folto sottobosco. Tuttavia, non mancano segnalazioni all’interno di foreste vetuste e povere di arbusti, come la prima Riserva Integrale d’Italia, Sasso Fratino, istituita nel 1959 e dal 2017 eletta dalla Commissione Unesco come Patrimonio Mondiale dell’Umanità. L’assenza di sottobosco può infatti essere tollerata grazie alla presenza di zone rocciose ricche di anfratti dove la specie può nascondersi e allestire le proprie tane. Come per i lupi, gli accoppiamenti avvengono a fine inverno, solitamente a febbraio-marzo; dopo una gestazione di circa due mesi, nascono i cuccioli che verranno svezzati e addestrati dalla madre fino a tarda estate. Una volta divenuti autonomi, i giovani gatti selvatici sono già pronti per affrontare il mondo e iniziare sin da subito la loro vita da animali solitari, cacciando principalmente topi, arvicole e, dove presenti, lagomorfi quali lepre e coniglio selvatico. Possono arrivare a 10 anni di età, persino 20 in cattività.

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