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ECONOMIA
UN’ECONOMIA PIÙ VERDE
11/08/2020
di Pierpaolo Signorelli

La sfida è aperta. Impegno di tutti doverla raccogliere, diversamente le conseguenze ambientali sarebbero disastrose. È nel nostro immediato interesse sanitario ed economico realizzare il cambio di paradigma tecnologico

Foto A - fOTO A. Kumar Singh da PixabayIl ciclone coronavirus è piombato sulle nostre vite in modo silenzioso e deflagrante, costringendo tutti alla quarantena e lasciando dietro di sé una scia impressionante di morti, ricoverati e disoccupati. Perché per quanto si adottino strumenti di iniezione di moneta nel sistema economico, se non sono a fondo perduto oppure frutto di immissioni da nuova stampa-moneta, si dovrà rimborsare il credito ottenuto, ancorché sotto forme agevolate. Condizione che frena la ripresa, anche perché se pur si è tornati ad una certa normalità, la vita non è quella di prima. Pensare di ritornarvi un poco alla volta sembrerebbe rivelarsi riduttivo, poiché una simile pandemia non può connotarsi come semplice frutto del caso, piuttosto come il cortocircuito del nostro sistema economico sull’ambiente e sul tessuto sociale.

Ne abbiamo ragionato col direttore di Greenpeace Italia, Giuseppe Onufrio, per cercare di capire come potrà evolvere l’economia e che impatto potrà avere sull’ambiente dopo il coronavirus.

FOTO B1Che idea complessiva ha maturato sulla pandemia?

L’origine del coronavirus è, con ogni probabilità, animale: da un pipistrello, forse con un altro animale intermedio, prima di arrivare all’uomo. Il salto di specie – spillover – non è un fatto nuovo, è già capitato nella storia dell’uomo, che ha dovuto convivere e co-evolvere con i virus ed altri agenti patogeni. La cosa invece nuova è la frequenza con cui questo fenomeno sta avvenendo: tre salti di specie in circa 20 anni è un indice preoccupante che va messo in relazione con il tasso di distruzione della biodiversità, di invasione di habitat naturali, di commercio e consumo di animali selvatici.

Secondo uno studio della Società Italiana di Medicina Ambientale è stato rintracciato sul particolato atmosferico PM10 la presenza di RNA virale del SARS-CoV2, confermando l’ipotesi che l’inquinamento atmosferico abbia grande rilevanza nell’elevata infettività del virus.

Foto BUn secondo aspetto che lega la pandemia – o meglio il suo impatto sanitario – e l’ambiente è legato all’inquinamento dell’aria. Se è stata avanzata l’ipotesi, da verificare, che le polveri sottili abbiano aiutato il virus a diffondersi ben oltre la distanza di sicurezza, l’aspetto che sembra più rilevante è la constatazione che – in Italia ma non solo – la maggiore severità dell’impatto si sia verificata nelle zone in cui l’esposizione cronica (da decenni) allo smog è più elevata. Siccome l’infezione attacca i polmoni, l’ipotesi avanzata da più parti con prime analisi che questa esposizione cronica abbia agito da co-fattore è del tutto plausibile. Del resto anche in Cina per la Sars si era osservata una maggiore mortalità nelle zone a più elevato inquinamento costante dell’aria, fattore che certo non gioca a favore della salute polmonare e cardiocircolatoria della popolazione.

Speriamo che le successive analisi epidemiologiche tengano in conto anche questo aspetto per poterlo valutare dal punto di vista quantitativo.

Foto CVeniamo all’analisi economica-ambientale relativa alla ripresa delle attività; secondo lei, che impostazione dovrebbe essere impressa?

Occorrono politiche e interventi in diversi settori, dalla mobilità agli impianti di riscaldamento, dagli allevamenti intensivi alla produzione di energia. Ed è importante ricordare che le politiche e misure necessarie a ridurre l’inquinamento che influisce direttamente sulla nostra salute si sovrappongono largamente a quelle necessarie per combattere la crisi climatica e cioè per ridurre le emissioni di gas serra.

Se alcune spinte ad allentare la normativa ambientale sono già emerse – pensiamo ai costruttori di automobili – in sede europea, per fortuna la linea di proseguire in direzione del Green Deal è stata confermata, così come il riferimento alle politiche di sostenibilità fatte in queste settimane di clausura forzata dal Governo. Vedremo se a queste parole condivisibili seguiranno anche fatti concreti.

Se a queste dichiarazioni – ce ne sono anche altre, autorevolissime – aggiungiamo la richiesta della società civile, dalle associazioni ambientaliste ai Fridays for Future, dalle personalità promotrici del Manifesto di Assisi alle categorie industriali che propongono interventi di riqualificazione profonda in edilizia e la ripartenza delle rinnovabili, il quadro delle posizioni è confortante.

Foto DProprio in sede europea il proseguimento verso il raggiungimento del Green Deal (il piano climatico di decarbonizzazione dell’eurozona entro il 2050) è stato confermato, secondo quanto ha dichiarato Thierry Breton, commissario europeo per il Mercato interno e i Servizi. Il timore è che gli Stati nazionali allentino gli impegni climatici a lungo termine per favorire, in modo indistinto, il risollevamento delle proprie economie da subito.

Bisognerà vedere ora se da questo quadro scaturisca una vera ripresa “verde” e se cioè le risorse che verranno liberate per il recupero saranno spese nella nuova direzione o per salvare solo i “soliti noti” dell’economia fossile.

The Economist prevede che, dopo il crollo del prezzo del petrolio (col WTI in territorio negativo per la prima volta nella storia), il barile dovrebbe tornare a costare 20 dollari. E il Premio Nobel Joseph Stiglitz ha ribadito che la crisi c’era da prima per eccesso di produzione. Una spinta seria alla mobilità sostenibile, da una più ampia ciclabilità ai veicoli elettrici, non migliorerà certo le sorti del mercato del petrolio. E d’altro lato, la continua discesa del costo industriale delle rinnovabili è promettente per una conversione elettrica di molti utilizzi a costi ampiamente sostenibili. La sfida per un futuro più verde – unico futuro per un Pianeta vivibile – è aperta, vedremo chi saprà raccoglierla. Come Greenpeace ci batteremo perché si acceleri in questa direzione con una transizione giusta che non faccia pagare a lavoratori e famiglie gli errori di prospettiva del passato e anche del presente.

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