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DIRITTO
LA DIFESA DAI RUMORI MOLESTI
01/05/2018
di Valentina Vattani

In Italia è prevista una tutela in sede penale, amministrativa e civile

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L’esposizione al rumore rappresenta una causa importante di peggioramento della qualità della vita che può provocare malessere, disturbi del sonno, fino a cagionare danni di natura cardiovascolare e psicofisiologica.


In genere l’inquinamento acustico è considerato meno importante di altre problematiche ambientali, come l’inquinamento atmosferico e delle acque o la gestione dei rifiuti. Tuttavia l’esposizione al rumore può rappresentare una causa importante di peggioramento della qualità della vita di una persona, in quanto è ormai scientificamente provato che un’esposizione persistente a livelli di rumorosità ritenuti inaccettabili possa provocare malessere, disturbi del sonno, fino a cagionare danni di natura cardiovascolare e psicofisiologica.
Le sorgenti di inquinamento acustico sono classificate a seconda delle attività che generano rumore: traffico stradale, traffico ferroviario, traffico aereo, attività industriali, ingegneria civile ed edilizia, attività ricreative, strumenti e macchinari per lavori esterni (es. attrezzature da giardinaggio), attività domestiche e vicinato. Il rispetto della propria vita privata e familiare è uno dei diritti protetti dalla Convenzione europea dei diritti umani (art. 8), ed in applicazione di tale principio la Corte di Strasburgo ha più volte riconosciuto alle parti assoggettate ad immissioni rumorose intollerabili un risarcimento del danno morale, pur non sussistendo alcuno stato di malattia. In Italia, per chi si sente danneggiato dalle immissioni rumorose, è prevista una tutela sia in sede penale, sia in sede amministrativa, sia in sede civile.

LA TUTELA PENALE
L’art. 659 del codice penale (Disturbo delle occupazioni o del riposo delle persone) prevede due distinte ipotesi di reato, che si differenziano per la fonte da cui origina il rumore: 
• al primo comma viene sanzionato chiunque, mediante schiamazzi o rumori, ovvero abusando di strumenti sonori o di segnalazioni acustiche ovvero suscitando o non impedendo strepiti di animali, disturba le occupazioni o il riposo delle persone, ovvero gli spettacoli, i ritrovi o i trattenimenti pubblici;
• al secondo comma, invece, è punito chi esercita una professione o un mestiere rumoroso in violazione di leggi o prescrizioni dell’Autorità.
In entrambi i casi, affinché la condotta assuma rilevanza penale, è tuttavia necessario che i rumori arrechino disturbo ad un numero indeterminato di persone, in quanto l’interesse tutelato dal legislatore è la pubblica quiete. Quindi non è sufficiente che il disturbo sia limitato ad una o più persone definite.
Peraltro, la Cassazione Penale ha più volte ribadito che l’attitudine dei rumori a disturbare il riposo o le occupazioni delle persone non debba essere necessariamente accertata mediante perizia o consulenza tecnica, ma il giudice può fondare il suo convincimento su elementi probatori di diversa natura, quali le dichiarazioni di coloro che sono in grado di riferire le caratteristiche e gli effetti dei rumori percepiti, in modo tale che risulti oggettivamente superata la soglia della normale tollerabilità. Questo reato è procedibile d’ufficio.

IL CASO: «risponde del reato di disturbo delle occupazioni e del riposo delle persone il gestore di un pubblico esercizio che non impedisca i continui schiamazzi provocati dagli avventori in sosta davanti al locale anche nelle ore notturne, poiché al gestore è imposto l’obbligo giuridico di controllare, anche con ricorso allo “ius excludendi” o all’autorità, che la frequenza del locale da parte degli utenti non sfoci in condotte contrastanti con le norme poste a tutela dell’ordine e della tranquillità pubblica» (cit. Cassazione Penale - Sez. III - sentenza del 16 giugno 2017 n. 30189).

LA TUTELA AMMINISTRATIVA
Non sempre l’esercizio di un’attività o di un mestiere rumoroso rileva penalmente. Esso,FOTO D infatti, può integrare un illecito amministrativo, sanzionato all’art. 10 della legge n. 447 del 1995, qualora si verifichi esclusivamente il mero superamento dei limiti di emissione del rumore fissati dalle disposizioni normative in materia.
Tra le numerose normative che regolano la materia si segnalano: il D.P.C.M. 1 marzo 1991 (Limiti massimi di esposizione al rumore negli ambienti abitativi e nell’ambiente esterno), la legge 26 ottobre 1995 n. 447 (Legge quadro sull’inquinamento acustico), il D.P.C.M. 14 novembre 1997 (Valori limite delle sorgenti sonore), il D.M. 16 marzo 1998 (Tecniche di rilevamento e di misurazione dell’inquinamento acustico), il D.Lgs. n. 194/2005 (Attuazione della direttiva 2002/49/CE relativa alla determinazione e alla gestione del rumore ambientale).
In questo caso si può inoltrare un esposto al Comune chiedendo l’intervento delle autorità al fine di misurare i rumori ed inibire il protrarsi del disturbo.

IL CASO: è consentito «ai comuni di adottare una più specifica regolamentazione dell’emissione e dell’immissione dei rumori nel loro territorio, la quale, nel rispetto dei vincoli derivanti dalla L. n. 447 del 1995, prenda in considerazione, non già il dato oggettivo del superamento di una certa soglia di rumorosità, … ma i concreti effetti negativi provocati dall’impiego di determinate sorgenti sonore sulle occupazioni o sul riposo delle persone, e quindi sulla tranquillità pubblica o privata» (cit. Cassazione Civile - Sez. I - sentenza del 1 settembre 2006 n. 18953).

LA TUTELA CIVILE
Qualora, invece, la condotta sia riconducibile nell’ambito dei conflitti di vicinato, la tutela contro i rumori che disturbano la quiete domestica si rinviene nell’art. 844 del codice civile, il quale stabilisce che il proprietario di un fondo non può impedire le immissioni di rumori provenienti dal fondo del vicino se non superano la normale tollerabilità; pertanto si devono intendere vietate le immissioni che eccedono la normale tollerabilità. Nel corso del tempo la giurisprudenza si è consolidata nel ritenere che, ai fini della determinazione del limite di tollerabilità delle immissioni sonore, deve applicarsi il criterio comparativo consistente nel confrontare il livello medio dei rumori di fondo in una determinata zona con il rumore rilevato nel luogo che subisce l’immissione sonora, e nel ritenere superato il limite di “normale tollerabilità” per quelle immissioni che abbiano un’intensità superiore di oltre 3 decibel, nelle ore notturne, e di oltre 5 decibel nelle ore diurne, rispetto al livello sonoro di fondo.
Chi subisce l’immissione rumorosa intollerabile può promuovere sia un’azione inibitoria, diretta a far cessare l’attività rumorosa o, comunque, a ridurne la rumorosità attraverso l’imposizione di apposite misure; sia può esercitare un’azione risarcitoria del danno patito sulla base del principio generale contenuto nell’art. 2043 del codice civile, che prevede il diritto al risarcimento nel caso di danno ingiusto derivante da fatto doloso o colposo altrui.

IL CASO: «la valutazione ex art. 844 c.c., diretta a stabilire se i rumori restino compresi o meno nei limiti della norma, deve essere riferita, da un lato, alla sensibilità dell’uomo medio e, dall’altro, alla situazione locale.» (cit. Cassazione Civile - Sez. II - sentenza del 30 agosto 2017 n. 20553; fattispecie relativa alla condanna di un condomino per i rumori prodotti dal funzionamento di una pompa idraulica collocata in un locale condominiale contiguo ad un appartamento).
 
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La Cassazione Penale ha ribadito che l’attitudine dei rumori a disturbare il riposo o le occupazioni delle persone non debba essere necessariamente accertata mediante perizia o consulenza tecnica, ma il giudice può fondare il suo convincimento su elementi probatori di diversa natura.