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BOSCHI
TERRA FERITA
01/04/2019

di Renato Semenzato (Biologo)

Foto di Alessandro De Taddei


Il disastro naturale che ha colpito i boschi del Nord-est ripropone la necessità di un’attenta pianificazione forestale che consideri possibili eventi catastrofici sempre più frequenti


FOTO B -DIDA di Alessandro De TaddeiQuello che è successo ai nostri boschi e alle nostre foreste è stato un disastro, una sciagura. Quel pomeriggio del 29 ottobre mi trovavo con un allevatore della Lessinia (VR) per parlare di sistemi di prevenzione per attacchi da lupo sotto una pioggia scrosciante. Piove in autunno, tutto nella norma.

Così, mentre noi parlavamo sotto un’intensa ma ordinaria pioggia autunnale, in altre aree si stava compiendo quello che molti giornali avrebbero definito uno “scenario apocalittico”. Intere vallate spogliate, completamente nude. Non ci sono più qualche cosa come 15 milioni di piante (superficie pari a 41.500 ettari e oltre 9 milioni di metri cubi di legname a terra): abeti rossi, larici, abeti bianchi e faggi mancano all’appello. E fu così che quella giornata colpì un’intera popolazione nella sua casa. Già, perché i boschi e le foreste di Belluno, di Asiago, del Trentino, dell’Alto Adige, del Friuli e della Val Camonica non sono solo la casa di chi in quelle aree abita, ma rappresentano la casa di tutti noi che le frequentiamo per lavoro e/o per svago.

FOTO C - di Alessandro De TaddeiCOME LA GUERRA

Un disastro, quindi, una sciagura paragonabile a quella della prima guerra mondiale, quando i bombardamenti decimarono molti dei nostri boschi. In un secolo abbiamo assistito a due eventi di diversa origine che hanno prodotto gli stessi devastanti effetti. Il primo, in ordine cronologico, di chiara origine antropica; il secondo, considerando che le tempeste forti accadono già da tempi immemorabili, e il bosco e le foreste, data la loro naturale esposizione, ne sono sempre colpiti in modo più o meno intenso, di chiara origine naturale. Ma adesso, il disastro naturale diventa inevitabile? E soprattutto, imprevedibile?

Andiamo con ordine, se è scontata l’inevitabilità di un fenomeno naturale, quello che non risulta scontato è la consapevolezza che tutti i modelli di calcolo applicati ai cambiamenti climatici prevedono un aumento delle frequenze delle tempeste che hanno investito i nostri boschi e l’intensità dei venti che le caratterizzano. In sintesi, non dovremo aspettare un altro secolo per vedere un altro scempio; lo sappiamo che succederà, tant’è che i primi manuali con numerosi consigli pratici per la gestione dei danni provocati da tempeste risalgono alla metà degli anni Ottanta. In quei manuali si parla espressamente di “valutazioni dei pericoli e dei rischi” che potremmo dividere in tre grosse branche: misure precauzionali da mettere in atto prima che la tempesta si verifichi, misure per fronteggiare le tempeste, l’insieme delle diverse strategie applicate per la ricostruzione. Si tratta, come già scritto, di manuali scritti da esperti per esperti e che gli interessati conoscono bene. Spesso testimone della distorsione nella divulgazione dei risultati scientifici di discipline altrui, lascio doverosamente ai colleghi forestali le loro conoscenze e l’applicazione dell’intero ciclo della gestione integrale del rischio.

FOTO D -DIDA di Alessandro De TaddeiMi permetto però una considerazione sul concetto di rischio, ampliandolo. Quella attuale è un’epoca iperburocratizzata che non permette, a molti di noi, di assumersi per intero il rischio del proprio agire. Così, diventa sempre più difficile trovare il punto debole (quando esiste) di una pianificazione non comprensiva di tutte le misure precauzionali che hanno come obiettivo generale la riduzione della vulnerabilità di persone e cose, così come l’identificazione delle caratteristiche di quei fenomeni naturali contro i quali siamo, obiettivamente, impotenti.

Purtroppo, come il nostro Paese sa bene, l’utilizzo adeguato del territorio è la chiave per la prevenzione dei pericoli naturali; nel nostro caso, la selvicoltura naturalistica, le tecniche di raccolta del legname rispettose del suolo e del bosco e soprattutto la disposizione spaziale della rinnovazione dei popolamenti diventano importanti per prevenire i danni che una tempesta può causare alle foreste. Nelle nostre splendide zone ormai devastate potevamo fare di più per la prevenzione di questi fenomeni? La tempesta è stata caratterizzata da parametri che rendevano di fatto impossibile qualsiasi strategia preventiva (venti fino a 180 km/h), oppure si potevano adottare misure, metodi e metodologie per compensare o almeno limitare l’“effetto Shangai”? E se sì, come? Queste risposte ci servono per sapere, per imparare, per correggere e rimediare o per congratularci con noi stessi per quanto fatto, ma soprattutto, per far fronte a quello che verrà.

FOTO E di Alessandro De TaddeiLA RIGENERAZIONE

Dobbiamo pensare a una nuova ricostruzione, attività che, senza una seria, esaustiva e approfondita analisi degli eventi, diventa un mero esercizio di riempimento degli spazi. Utile tenere in mente che viviamo in un’epoca completamente asimmetrica dal punto di vista della distribuzione dei rischi personali, le conseguenze negative del nostro agire sono pagate dagli altri, e questo è bene ricordarlo quando si affrontano gli obiettivi e le misure da prendere in considerazione quando si pianifica la rigenerazione.

La rigenerazione si fonda innanzitutto sulla presenza di operatori in grado di far fronte ai diversi eventi e all’applicazione di tutte le direttive pianificatorie. Pongo l’accento sul ruolo dei Carabinieri Forestali la cui attività ordinaria e straordinaria, assieme alla tempestività d’intervento nel recente disastro sono e dovranno essere esemplari. Gli stessi, congiuntamente ai servizi forestali territoriali, sono chiamati a svolgere il controllo sulla sicurezza dei cantieri forestali. Dovranno sovrintendere all’allestimento, al cavallettamento della massa legnosa, all’esbosco ed infine all’accatastamento del legname. Quindi si cominci a lavorare per elaborare soluzioni adeguate a problemi rapidamente identificati, gli uomini per farlo ci sono, ma devono agire sotto un precetto 34 #Natura fondamentale: la sicurezza di chi lavora. Siamo solo all’inizio delle operazioni di esbosco del legname e già registriamo la morte di ben 4 operatori. Questo non è accettabile, e devastante sul piano umano, evidenziando una prima sconfitta dell’intera pianificazione e della sicurezza di chi lavora in bosco. Le misure di tutela per chi opera sugli schianti devono procedere con l’identificazione delle diverse metodologie, che esistono, per attivare le funzioni protettive dei boschi e delle foreste.

Infine, un altro aspetto rilevante della ricostruzione: la biodiversità. Siamo dentro la decade che la IUCN ha dedicato alla biodiversità: 2010-2020. Mi piace ricordare a tutti noi che boschi e foreste non sono dei bei paesaggi o mero legname, ma sono biocenosi, sono ecosistemi funzionali indispensabili per la nostra specie e cresciuti, fortunatamente per noi, di molto negli ultimi anni, passando da 8.675.100 ettari nel 1985 ai 10.982.013 ettari nel 2015 (fonte: Comando Carabinieri per la tutela forestale e CREA-FL Centro di Ricerca Foreste e Legno, sede di Trento). Sono quindi la casa di altre specie. Come ricordato nel recente convegno organizzato dall’Arma dei Carabinieri sulla biodiversità, esistono 5.600 specie vegetali e 56.000 specie animali. La biodiversità è animale, e da 35 anni abbiamo gli strumenti biologici per gestirla. Usiamoli.

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