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BOSCHI
VALUTAZIONE DEI “DANNI” FORESTALI NELL’OTTICA DELLA BIODIVERSITÀ
28/02/2019
di Renato Semenzato

La complessità del sistema foresta. La fauna come valore sociale ed elemento da considerare nella pianificazione forestale

FOTO APERTURA

Non c’è quiete dopo la tempesta. Dopo il disastro del 29 ottobre 2018 che ha devastato le nostre montagne, nessun intervallo di tempo, nessun riposo “naturale”, ma un immediato processo di mutazione ecosistemica ha caratterizzato le ferite ancora oggi visibili sotto i nostri occhi. Già, perché i boschi e le foreste sono ecosistemi, entità dinamiche in cui tutto si muove e tutto cambia forma. È una questione di scala temporale e scala spaziale rendersene conto. Ma bisogna farlo, soprattutto, quando, da quegli ecosistemi, vogliamo ricavare dei benefici. È da secoli che la nostra specie vive in simbiosi con i boschi e le foreste, modificandole e lasciando che le stesse modifichino e regolino le nostre vite. E allora? Che succede adesso? Adesso noi abbiamo l’opportunità di comportarci in modo intelligente. Siamo in grado di farlo? Abbiamo degli strumenti? Direi di sì, basta saperli discriminare tra l’irrefrenabile entusiasmo del “fare” che ci contraddistingue e farli uscire all’aperto. Adesso è il momento della pianificazione della rigenerazione per un futuro non troppo lontano caratterizzato dalla selvicoltura naturalistica, strategia che mette, finalmente e una volta per tutte, fuori dalla porta il nostro antropocentrico sviante uso del termine “danno” identificato con le specie forestali “diverse” da quelle coltivate. Ma andiamo con ordine e proviamo a vedere come e quando, nella nostra cultura, si è sviluppato il concetto che tutta la biocenosi che vive in un bosco e in una foresta, al di fuori di un paio di specie arboree, rappresentino un “danno” per la foresta stessa. L’equazione arriva da lontano. 

FOTO BEsattamente 80 anni fa, nel Testo Unico delle norme per la protezione della selvaggina e per l’esercizio della caccia del 1939 (Regio Decreto 15 giugno 1939-XVII, n. 1016), veniva formalizzato il concetto di “animale nocivo”. E così, nell’articolo 4 del T.U. si identificano le specie nocive: “agli effetti della presente legge sono considerati nocivi: fra i mammiferi: il lupo, la volpe, la faina, la puzzola, la lontra, il gatto selvatico; fra gli uccelli: le aquile, i nibbi, l'astore, lo sparviero e il gufo reale”. È interessante notare l’estensione del concetto di nocività che in questo caso non viene attribuito alla specie, ma alla sua localizzazione, quindi: “Nelle bandite, nelle riserve e nelle zone di ripopolamento e cattura sono, altresì, considerati nocivi la martora, la donnola, i rapaci diurni e notturni, i corvi, le cornacchie, la taccola, la gazza, la ghiandaia e le averle. Sono parimenti considerati nocivi gli aironi e i marangoni dove si esercita l'industria della pesca. È equiparato ai nocivi il gatto domestico vagante oltre 300 metri dallo abitato. Il cinghiale e l'istrice sono considerati nocivi quando si introducano nei fondi coltivati o negli allevamenti e vi producano «danni»”. Quindi nell’articolo 4 troviamo la comparsa del concetto del “danno” al quale segue, nell’articolo 54, l’istituzione di un compenso ai proprietari dei fondi danneggiati elargito dal nuovo istituto di protezione delle zone di ripopolamento e cattura: “Qualora la gestione delle zone anzidette pregiudichi la produzione agraria, il Ministro per l’agricoltura e per le foreste può disporre che il Comitato provinciale corrisponda sui propri fondi un compenso ai proprietari danneggiati”. Quindi, ricapitolando, 80 anni fa viene varata una legge dove viene evidenziato un elenco di specie “nocive” e un elenco di specie che, pur non essendo “di per sé nocive” lo diventano in determinati luoghi, e la nocività di entrambi i gruppi si traduce in un “danno” compensato da un indennizzo. 

FOTO CLA CACCIA

Che cosa sia il “danno” provocato dalle specie selvatiche (ma anche il gatto domestico che si allontana dall’abitato oltre i 300 metri) la legge, non lo spiega. Si va in prestito dal diritto. Penso che questo sia un bellissimo esempio di come la verità giuridica vada a sostituire la verità scientifica. E quindi si aprano le porte del diritto; il “danno” è un concetto generico, è un velo che copre la sistematica come il resto dei nostri beni la cui lesione rappresenta, appunto, un “danno”. È un vero e proprio “pregiudizio”, volontario o colposo non fa differenza. Quindi, specie la cui sola esistenza crea dei “danni”. Dobbiamo sempre tenere in mente che in Italia la fauna selvatica, o meglio la “selvaggina” per il diritto romano era una "res nullius", un "bene di nessuno" che poteva venire catturato da chiunque (“free access”). Diversa la situazione in tempi e luoghi diversi: nel Medioevo in Europa settentrionale la selvaggina – cervi in particolare - viene considerata “bene comune" e la caccia viene fortemente regolata con pene severe (bracconieri accecati) per evitare il sovrasfruttamento – da disponibilità illimitata (nei precedenti 5.000 anni dal Mesolitico) a scarsità del bene, ecco perché la fauna diventa una risorsa da amministrare nell’interesse della comunità. Quindi, per i popoli anglosassoni e per il diritto germanico la fauna è un “bene pubblico”, cioè di tutti: prima del Sovrano, poi della collettività. Dobbiamo attendere il 1977 (L.N. 968/1977) affinché in Italia la fauna passi da “un bene di nessuno” a un “bene comune” cioè di proprietà della comunità. Nella stessa legge viene anche decretato che la fauna selvatica deve essere tutelata nell'interesse di tutti, anche delle generazioni future, e non solo per gli scopi connessi all'esercizio venatorio.

FOTO DL’ECOLOGIA

Da qui alla 157/1992 il passo è breve, si fa per dire, ma quello che emerge è uno sconvolgente cambiamento di paradigma. Il “bene” diventa comune, e lo dobbiamo tutelare. Non è poca cosa, anzi, è tutto. Ma la domanda cardine è lì, dietro l’angolo: come si fa? Ora, senza molestare Ernst Haeckel da morto, visto che ormai è defunto da 100 anni, nominiamo il suo genio reso fruibile da tutti noi da 153 anni, cioè da quando ben descrisse tutte le relazioni esistenti tra tutte le specie viventi (animali e piante) che con noi condividono la parte abiotica dell’ambiente (quella non vivente) nello spazio e nel tempo e quando, nel Generelle Morphologie der Organismen del 1866, appunto, nominò l’insieme delle complesse relazioni “ecologia”. Per i più pigri (peccato, Haeckel era anche uno splendido artista, perdete mezz’ora del vostro tempo per ammirare le sue splendide tavole) anche Wikipedia mette in evidenza la relazione che esiste tra la radice del termine "oikos", che è la stessa del termine economia, che possiamo tradurre come “gestione della casa”.

Ecco che appare evidente, almeno fin dal 1866, che bisogna conoscere le regole e i meccanismi che mettono in relazione le diverse specie con i diversi ambienti che caratterizzano e sono caratterizzati dalla loro presenza, per la loro gestione. Non è un concetto nuovo, è un sapere che ha più di 150 anni. È da 150 anni che sappiamo che  per gestire le “cose naturali” dobbiamo conoscerle, è da 150 anni che sappiamo che le complesse relazioni che ci mettono tutti, ma proprio tutti, in rete (come siamo aggiornati!), si fondano sulla conoscenza dei diversi parametri biotici e abiotici ambientali. È da 150 anni insomma che abbiamo una bellissima cassetta degli attrezzi per lavorare. E no, non funziona attraverso la descrizione di relazioni facili. Non esistono relazioni facili, in natura. Qualcuna è semplice. Ma non tutto è semplificabile. Farlo, significa banalizzare. E, lasciatemelo dire, la semplificazione fino alla banalizzazione è una vera e propria offesa alle nostre capacità cognitive.

FOTO ELA BIODIVERSITA'

Esistono i “danni”? Bene, misuriamoli! Che metodo adottiamo? Decidiamo che oltre una certa soglia il “danno” non è più sostenibile? Bene, valutiamo quella soglia. Assieme. E nel valutarla usiamo i parametri “ecologici” così come Ernst Haeckel ce li ha descritti. Valutiamo quella soglia mettendola in correlazione con le diverse caratteristiche della struttura delle popolazioni che vogliamo gestire. Per fare un semplice esempio, è dalla fine degli anni Novanta che è stato più volte dimostrato che più che essere correlato alla densità degli ungulati, il “danno” forestale è correlato al tipo di strategia selvicolturale adottata. Vogliamo tenerne conto? Sì? Decidiamo di non farlo? Bene, diciamolo apertamente. È un problema di conservazione degli ungulati? Non credo. Oggi viviamo un momento di espansione di molte popolazioni di ungulati, quindi perché non applicare tutte quelle tattiche e strategie che ben conosciamo per la loro gestione? Perché fossilizzarsi sulla fin troppo comica relazione più ungulati = più “danni”? Siamo stati in grado di fare una valutazione del “danno” al bosco attraverso adeguate tipologie di campionamento? Siamo sicuri di aver utilizzato il metodo scientifico o abbiamo fatto delle “pratiche” osservazioni? Quante delle valutazioni del “danno”, per esempio, si sono basate su studi in cieco e quante invece su metodi e metodologie, di fatto, aleatorie? Nel caso in cui, per esempio, si voglia valutare la distribuzione e l’entità dell’impatto e del “danno” da brucamento di una popolazione di caprioli o di cervi quale metodologia di rilievo è stata adottata? E come sono riuscito a campionare i miei rilievi? Un grosso problema dell’impatto sui prati e sui pascoli riguarda proprio la capacità di fornire una quantificazione economica e sociale dello stesso attraverso la sua misura diretta sui prati a sfalcio e sui pascoli delle malghe: in che modo procedo? È dalla metà degli anni Ottanta che studi sulle tipologie sia forestali che stazionali hanno evidenziato le difficoltà ecologiche congiunturali che concorrono ad aumentare il “danno” da brucatura. Le abbiamo sempre ben presenti quando parliamo di “danni”? E quali sono i parametri ecologici discriminanti per la loro quantificazione? Riusciamo sempre a confrontare l’entità del “danno” da morso sulla rinnovazione forestale con la distribuzione e la densità degli ungulati presenti? Noi sappiamo che molti “danni” abbassano la variabilità ecologica delle foreste, conosciamo bene cioè che alcune specie sia di piante che di arbusti sono più appetite di altre. Ma conosciamo sempre la reversibilità o l’irreversibilità di tale variazione?

Queste sono solo alcune domande che devono diventare propedeutiche a qualsiasi scelta pianificatoria futura. Lo dobbiamo a noi stessi e alle foreste che verranno. Verrà un momento in cui la consistenza e la densità delle specie saranno tali da non impedire il loro abbattimento? Nessuno lo esclude, ma facciamolo senza affermazioni semplicistiche e, magari, facciamo in modo di riuscire a dare dei numeri (quindi dati scientifici e non opinioni). Così saremo in grado di rispondere alle domande che fino ad ora rimangono sempre orfane di risposte: capisco che ci sono tanti cervi/caprioli/camosci o altro ancora, ma quanti sono? E se sono troppi, lo sono rispetto a cosa? Non è caratteristica della scienza fare analisi predittive? Vogliamo farle?

A me piacerebbe anche “misurare” il “danno” che provoca una popolazione di cervi in una foresta e confrontarlo con la “misura” del “danno” della sua assenza. Mai sentito parlare del concetto di biodiversità? In quest’ottica, e cioè dal punto di vista della biodiversità, appare evidente che la fauna ha un valore “sociale”, e in questo momento storico il valore è sia positivo (forte impatto emotivo, estetico, ricreativo e spirituale, per citarne alcuni) che negativo (“danno”, disturbo, veicolo di malattie e pericolo per la nostra specie); tralasciamo il valore scientifico che deriva dalla sua funzione ecologica; ma non dimentichiamoci che il riconoscimento di tali valori diventa indispensabile nei processi pianificatori della gestione faunistica, non farlo è sintomo di profonda ignoranza e di cecità politica.

Perché ricordiamoci sempre che se continuiamo a misurare la cosa sbagliata, faremo la cosa sbagliata. Non abbiamo appena visto che nel nostro Paese la fauna è un bene comune? Quindi quanto vale la presenza di un capriolo, di un cervo, di un lupo per il bene comune?

Ora, per chi comprende il nostro status di conoscenza e gestione del territorio le mie domande diventano quantomeno retoriche. Se è difficile comprendere i princìpi ecologici e zoologici gestionali (credetemi, è così, è ancora difficile far capire che riusciamo a censire gli animali, specie che si muovono, e non solo quelle che stanno ferme, e lo facciamo con risultati statisticamente significativi), molto più facile diventa comprendere la necessità di agire sul piano abiotico. Parlare di dissesto idrogeologico nel nostro Paese significa, da anni, capitolare sul concetto di prevenzione e sulle successive basi pianificatorie. E così ancora oggi abbiamo problemi nella scelta della gestione dei “danni”; siamo in difficoltà nella lavorazione del legname, nel supporto decisionale in caso di “danni” alle foreste provocati da tempesta e nella raccolta dello stesso. Sentiamo appelli lanciati da molte direzioni affinché vengano quanto prima prese decisioni importanti per un doveroso sviluppo del mercato dopo catastrofi causate da tempesta e per influenzare il mercato del legname, per il coordinamento della sua commercializzazione.

Ma l’aspetto che a me interessa particolarmente è l’obiettivo del rimboschimento, perché è proprio in questa fase che abbiamo un grande margine di manovra per l’impostazione del futuro popolamento forestale. Perché dopo un disastro che ha lasciato delle profonde ferite nelle nostre montagne, appare scontato che l’obiettivo del rimboschimento deve essere quello di creare dei popolamenti i più naturali possibili, sicuramente a costi sostenibili, perché sappiamo che sono loro in grado di reagire meglio alle tempeste future, perché le tempeste future, ci saranno. Su queste basi, è necessaria una forte iniziativa strategica dei Carabinieri Forestali, che grazie alle straordinarie competenze e alla distribuzione capillare delle stazioni, possono (devono) essere il motore di questo cambiamento culturale ed operativo a livello nazionale, costituendo di fatto un tessuto connettivo da nord a sud ed un esempio concreto per le amministrazioni regionali e provinciali. Proviamo a creare un ambiente il più naturale possibile, più coerente con il significato stesso di biodiversità. Proviamo a superare quell’immunità ideologica che non è altro che una difficoltà intrinseca a cambiare idea. Impariamo quindi che cos’è la biodiversità e gli strumenti della biologia della conservazione che hanno lo scopo della sua preservazione. Consideriamola un nostro continuo e comune obiettivo. E lavoriamo assieme affinché finiscano le metamorfosi degenerative di buone intuizioni incrostate di inefficienze.

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