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ANIMALI
PESCA PIRATA
17/07/2019
di Annalisa Maiorano

Il prelievo ittico illegale nelle acque interne è un business fiorente che porta sul mercato pesce non certificato e pericoloso per la salute. Intensa e capillare l’attività di contrasto dei Carabinieri soprattutto nel Nord Italia, dove operano bande provenienti dai Paesi dell’Est

FOTO APERTURA - DidaSono organizzati in clan, agiscono sempre di notte e nella maggior parte dei casi sono nullatenenti. Questo l’identikit dei nuovi pescatori di frodo tracciato dai Carabinieri forestali a seguito delle numerose operazioni condotte nel Nord Italia per contrastare il fenomeno.

La pesca illegale rappresenta purtroppo un concreto rischio per l’ecosistema ittico e una grave minaccia per la salute ambientale. Negli ultimi anni il fenomeno ha assunto dimensioni nazionali e non solo.

Sempre più spesso ingenti quantità di pesce proveniente da corsi d’acqua italiani risultano essere trasportate e vendute presso mercati stranieri. L’immissione in commercio di pescato non certificato comporta rischi concreti per la salute umana. È pericoloso mettere a disposizione del consumatore pesce e molluschi con cariche microbiche oltre i limiti previsti dalle normative vigenti, in violazione anche delle disposizioni in materia fiscale.

FOTO B - DidaI pescatori abusivi che svolgono la loro attività nelle acque dolci interne italiane, provengono per lo più da Paesi dell’Est Europa, in quanto, soprattutto in quelle zone, la domanda è forte e legata non solo all’alimentazione umana, ma anche alla produzione di mangimi.

Questo interesse ha provocato, in particolare nel Nord Italia lungo il Po e i suoi affluenti, l’infiltrazione di “bande” che agiscono di notte saccheggiando fiumi, laghi e ambienti lagunari, anche all'interno di aree protette e parchi nazionali, con mezzi non consentiti. Vere e proprie consorterie che, con metodi criminali, controllano il territorio suddiviso tra famiglie, che spesso utilizzano atteggiamenti intimidatori nei confronti dei pescatori sportivi, per avere campo libero.

L’attività illegale è condotta con metodi invasivi, utilizzando nella stragrande maggioranza dei casi mezzi e motori fuoribordo rubati. Per razziare i nostri fiumi usano scariche elettriche e reti non consentite per lunghezza o dimensione delle maglie. In particolare amano predare siluri, carpe, carassi e lucioperca di media-grossa taglia. Ciò non solo determina un progressivo e sistematico depauperamento del patrimonio ittico di numerosi corsi d’acqua, ma finisce per condizionare e limitare anche progetti scientifici che hanno importanti costi per la collettività.

FOTO CL’ATTIVITÀ DELL’ARMA

Tra le Riserve Naturali gestite dal Comando unità forestali, ambientali e agroalimentari dell’Arma dei Carabinieri (CUFA) ben 45 aree comprendono corpi idrici permanenti come laghi, lagune salmastre, torrenti e fiumi, dove il mantenimento dell'equilibrio ambientale e la biodiversità risultano particolarmente complessi e delicati. In queste aree, sono numerosi i progetti che vedono coinvolti i Carabinieri forestali, tra questi:

  • Strategie di conservazione del gambero di fiume autoctono;
  • Misure per la tutela ed il recupero della risorsa anguilla nella regione Lazio, finanziato dal Fondo Europeo per la Pesca;
  • Salvaguardia delle specie ittiche autoctone - Trota marmorata - (Salmo Trutta marmoratus).

    I Carabinieri forestali svolgono un’intensa attività di contrasto alla pesca di frodo con continuità e frequenza, soprattutto in orari notturni, ma spesso le numerose sanzioni amministrative elevate non vengono pagate dai trasgressori: i relativi procedimenti amministrativi seguono iter molto complicati, oppure i soggetti sanzionati risultano nullatenenti. Proprio per contrastare in modo più serrato il fenomeno del bracconaggio ittico, recentemente presso il CUFA è stato istituito un tavolo tecnico per affrontare la problematica nelle aree maggiormente colpite, ed offrire la necessaria risposta operativa ad un fenomeno ormai di rilievo non solo ambientale. Il CUFA ha inoltre organizzato diversi servizi antibracconaggio soprattutto nelle provincie di Ferrara, Ravenna, Rovigo e Venezia, che si sono conclusi con il deferimento di numerosi soggetti ed importanti sequestri ad alto impatto mediatico.

     

    FOTO DLE LEGGI

    La normativa in materia di pesca è prevalentemente di natura amministrativa: ogni Regione adotta le proprie leggi, ed ogni Provincia ha propri regolamenti in materia e Piani Ittici. È importante sottolineare che per la fauna ittica manca una norma quadro come esiste per la fauna selvatica (legge 157/1992), che chiarisca che essa, al pari della fauna selvatica, è patrimonio indisponibile dello Stato con le relative ripercussioni normative in caso di apprensione indebita.

    Le graduali reazioni italiane al nuovo fenomeno del bracconaggio ittico hanno portato all’istituzione (con Legge di bilancio 2018) del "Fondo antibracconaggio ittico", per il triennio 2018-2020, destinato a potenziare i controlli delle acque interne da parte dei Carabinieri. Le principali norme di riferimento per lo svolgimento dell’attività operativa, accanto alle diverse Leggi regionali in materia sono:

  • Regio Decreto 1604/1931, in particolare sull’utilizzo di strumenti di pesca non conformi;
  • Decreto legislativo 190/2006, relativamente alla mancata tracciabilità del pescato;
  • Legge 154/2016, che all’art. 40 - “Contrasto del bracconaggio ittico nelle acque interne”- detta nuove regole e sanzioni per il contrasto al bracconaggio ittico nelle acque interne.