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ANIMALI
ORSO E UOMO: AMICI O NEMICI?
04/12/2020

di Renato Semenzato


Una convivenza a volte difficile, soprattutto nel Nord Italia, che può essere affrontata solo attraverso un’attenta comunicazione scientifica, comportamenti corretti e azioni di prevenzione

 


FOTO AOrso, Trento e San Romedio rappresentano un trittico imprescindibile in quanto a leggende e tradizioni ursine; un millennio prima di Francesco (santo naturalista per antonomasia), Romedio ammansì e cavalcò un orso dalla sua grotta in Val di Non fino a Trento per incontrarvi il vescovo. Da allora, Romedio veglia e protegge gli orsi del Trentino e, per estensione filogenetica, tutti gli altri presenti nella Penisola. È con questo spirito che 64 anni fa, a Trento, venne dedicato un convegno agli ultimi orsi italiani; deus ex machina, il conte Gian Giacomo Gallarati Scotti che nel Testo Unico sulla caccia introdusse un articolo in cui si proibiva l’uccisione di orsi su tutto il territorio nazionale. Presente al convegno Dino Buzzati, che con l’usuale penna elegante descrisse l’aria che tirava in un memorabile articolo per il Corriere della Sera datato 5 giugno 1956. In quel convegno, venuti apposta dalla Francia, dall’Austria e dalla Germania, come scrive Buzzati, “una trentina di gentiluomini si accalorarono per un’intera giornata per salvare dai 12 ai 16 orsi” trentini e “una sessantina” di orsi marsicani che vivono “nei Parchi Nazionali degli Abruzzi”. In 64 anni sono cresciute e si sono affermate discipline scientifiche come la biologia della conservazione in tutte le sue branche (ecologia, genetica, etologia ecc.). Ma come si è tradotto tutto questo sapere nella gestione delle popolazioni di orsi italiane? L’orso marsicano, mai estinto, oggi nel Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise (PNALM) è presente con una popolazione di circa 50/60 individui e con forse meno di 15 femmine in età riproduttiva su cui pesa il rischio elevato di estinzione. Il piccolo numero di orsi che gravita attorno al PNALM presenta gravi problemi dovuti all’elevata consanguineità, ma gli orsi sono socialmente ben accettati dalla popolazione locale, senza incidenti degni di nota e con frequenti presenze nei paesi. L’accettazione non è dovuta ad una ordinaria, sottile e raffinata strategia gestionale faunistica, ma ad una convivenza millenaria durante la quale gli individui più aggressivi e meno timorosi nei confronti dell'uomo sono stati perseguitati con maggiore frequenza di quelli meno aggressivi e più elusivi, selezionando in questo modo soggetti più timidi (shy) rispetto a quelli più intraprendenti (bold), fenomeno ben conosciuto in biologia su popolazioni gestite a livello commerciale e/o venatorio. Sappiamo bene come popolazioni di grandi mammiferi rimaste per decine di anni a numeri molto bassi siano soggette a rischi elevati di estinzione se non aumentano il loro numero e il loro areale di distribuzione. Una grande attenzione va posta alla tutela delle femmine adulte in età riproduttiva, avendo come obiettivo una riduzione importante della mortalità, partendo dalle cause più banali come quelle antropiche, chiudendo le buche e/o vasche per la raccolta dell’acqua o altre trappole mortali, fino alla riduzione della velocità nei tratti di attraversamento stradale o dell’uso di dissuasori ecc.. Un’espansione geografica e demografica al di fuori del PNALM è l’obbiettivo che ci si è posti, purtroppo mai raggiunto e difficilmente raggiungibile a causa di forti resistenze ed episodi di mortalità sia per il traffico stradale sia per avvelenamento o uccisione diretta.

FOTO B


Mamma orsa e i suoi quattro piccoli all’interno del Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise





UNA CORRETTA COMUNICAZIONE

FOTO C


Cartelli che segnalano la presenza dell’orso e invitano alla prudenza.








Oggi viviamo in un Paese che accoglie con difficoltà la scienza e questo spesso si traduce in pensieri pseudo-scientifici anche nella biologia della conservazione. La gestione faunistica (cioè la parte attiva della biologia della conservazione) nel nostro Paese è oggetto di interpretazione semantica tra movimenti ambientalisti e associazioni venatorie, e così, anche per gli orsi, assistiamo a dibattiti etici che si confrontano, ma mai si risolvono, nelle aule dei tribunali. La comunicazione (l’attività più delicata e dirimente nei progetti di conservazione), quando c’è, viene confusa spesso con la pubblicità. Manca quindi quel grande lavoro di reale informazione scientifica e coinvolgimento presso le amministrazioni locali, per esempio nel promuovere l’orso marsicano nelle aree di espansione della specie, mettendo in campo azioni e progetti comuni con una vera e propria azione di marketing biologico diffusa. Mentre la popolazione trentina di orso può essere sostenuta e ricostituita utilizzando il grande numero di individui presenti nella popolazione sorgente dei Balcani, lo stesso non si può dire per l’orso marsicano che rappresenta un importante endemismo italiano.

 

NEL NORD ITALIA

Tornando al trittico, il Trentino oggi conta 70/90 orsi frutto di un progetto diFOTO D reintroduzione/ripopolamento di grande successo con esemplari sloveni, a partire da 9 orsi rilasciati negli anni Novanta sulle Dolomiti di Brenta, l’ultimo rifugio dei plantigradi nel nord Italia dopo lo sterminio perpetrato dall’Uomo tra il 1700 e il 1800. Ma parlare di orsi significa parlare di noi e di come reagiamo alla loro presenza. Il continuo avvicendarsi di incidenti e inconvenienti tecnici, con una prima fuga di M49 dopo la cattura e una seconda fuga dalla medesima struttura presso Casteller (TN) seguita dalla perdita del radiocollare, evidenziano le difficoltà di gestione e convivenza, indicando una non più rinviabile messa in atto, puntuale, seria e precisa, di un programma di applicazione dei principali sistemi di dissuasione, fondamentali per una corretta gestione della specie. La gestione degli orsi “intraprendenti”, per un corretto rapporto con l’Uomo, non può essere effettuata a spot o dilatata nel tempo, ma al contrario, nonostante tutte le difficolta del caso, va perseguita con determinazione, forza, frequenza e con la necessaria organizzazione amministrativa. Altrettanto importante è una mirata informazione, frutto di un vasto programma di divulgazione e comunicazione scientifica rivolto ai residenti, sui comportamenti corretti da attuare in presenza della specie, come pure ai tanti turisti che frequentano le aree di presenza dell’orso.

Da una semplice escursione nell’area dell’ultimo incidente nel comune di Andalo, ai bordi del Parco Regionale Adamello Brenta, non si sono notati né cartelli esplicativi sulla presenza del Parco, né di fauna selvatica e men che meno dell’orso. Assenti anche i cassonetti anti-orso, dotati di coperchi speciali. Residenti e turisti uniti nella mancanza di timore nei confronti della fauna selvatica in generale e dell’orso in particolare evidenziano, nell’incidente con il plantigrado, la rarità dell’evento. Va ricordata poi la presenza continua dell’orso in Friuli-Venezia Giulia con soggetti che ripetutamente attraversano il confine in entrambe le direzioni. Avvistamenti e osservazioni si registrano sul Carso triestino fin dagli anni Ottanta, a Tarvisio, in Carnia, nelle Valli del Natisone fin nel pordenonese sul Bosco del Cansiglio senza però formazione di nuclei riproduttivi.

Quest’area geografica è molto importante perché di fatto costituisce una cerniera tra la popolazione slovena balcanica e quella trentina e potrebbe ospitare, con i dovuti accordi e programmi, gli orsi trentini più “turbolenti” evitandone la condanna a vita in un recinto. Iniziativa già oggetto di proposta dello scrivente al Ministero dell’Ambiente.