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ANIMALI
LA SOFFERENZA DI CHI NON HA VOCE
14/12/2018
di Luisa Persia

Nuove leggi vietano di bollire vivi aragoste e astici. Ma c’è di più

APERTURA SCONTORNARE DIDA LUNGA

I crostacei hanno un sistema nervoso molto complesso e sensibile al dolore.


L’immagine postata sul social media cinese “Weibo” ha fatto il giro del mondo. Qualche mese fa un gambero si è amputato una chela per fuggire dalla pentola in cui bolliva una zuppa di pesce di cui sarebbe stato uno degli ingredienti. Il cuoco ha deciso di salvarlo dopo l’epica impresa e ha promesso di allevarlo in casa sua. Ma non sono tutte a lieto fine le storie degli animali che prima di diventare cibo per qualcuno devono affrontare atroci sofferenze. Fino a pochi anni fa si riteneva che gli animali non soffrissero perché non dotati di coscienza. È stato invece provato con test che alcuni animali rifuggono le situazioni o i luoghi che gli hanno causato dolore fisico. Altri addirittura assumono atteggiamenti di difesa nelle parti del corpo che hanno subìto ferite o colpi dolorosi. 

FOTO B DIDA
Foto: Nel tentativo di recuperare l'amo i pescatori spingono le dita (o anche un paio di pinze) nella gola del pesce causando gravissime lesioni.
MORIRE DI FREDDO O DI CALDO? C’È CHI LO FA DAVVERO! 
Stiamo parlando di un esercito di tanti piccoli animali, che, forse per questo, fino a pochi mesi fa non interessavano a nessuno. Sarà capitato quasi a tutti di vedere pesci e molluschi esposti sul ghiaccio nelle pescherie. Sembrava un fatto normale, ma adesso è vietato. Nel 2017 la Corte di Cassazione ha confermato la condanna per maltrattamento animali di un ristoratore di Campi Bisenzio (FI) su esposto della LAV dell'ottobre 2012, che denunciava la presenza nei frigoriferi di aragoste e granchi vivi con le chele legate, a temperature tra 1,1 e 4,8 gradi centigradi. 
Grazie ad una legge entrata in vigore lo scorso marzo in Svizzera, non è più possibile bollire vivi aragoste e astici, che d’ora in poi dovranno essere storditi e soppressi mediante un apparecchio storditore o tramite l’infissione di una lama nel cervello.
Insomma sempre atrocità ma che almeno durano poco. La decisione è scaturita da una serie di studi che hanno dimostrato la presenza di un sistema nervoso molto sviluppato in questi crostacei decapodi, confermata dal fatto che si sono osservati movimenti compatibili con la percezione della sofferenza in individui immersi vivi nell’acqua bollente secondo il vecchio sistema. 

FOTO CLA PESCA 
Anche se la pesca evoca momenti di grande relax in mezzo alla natura, la morte del pesce per asfissia può essere considerata una vera e propria tortura. 
Secondo l’ENPA, anche la pratica del catch and release (cattura e rilascio) è dannosa in quanto il pesce preso all'amo prova non solo dolore fisico, ma anche un sentimento di terrore. Quando vengono tolti dal loro ambiente, i pesci cominciano a soffocare, le loro branchie iniziano a collassare mentre le vesciche natatorie possono rompersi a causa del cambiamento improvviso di pressione. Altri danni i pescatori li fanno quando cercano di recuperare l'amo spingendo le dita (o anche un paio di pinze) nella gola del pesce causando gravissime lesioni. Da considerare poi che la manipolazione del corpo dell'animale causa la distruzione del rivestimento protettivo presente sulle squame, rendendolo così più vulnerabile alle infezioni, ai parassiti e ai predatori. 

POVERI MAIALI 
A livello mondiale la carne di maiale è tra le più consumate, e tra salsicce e prosciutti prelibati l’Italia fa la sua parte. Ma come se la passano i suini nei nostri allevamenti? La vita è subito difficile per un piccolo maiale, la sua mamma viene imprigionata nella gabbia di gestazione prima del parto e i maialini vengono poi separati da lei. Secondo un dossier LAV, per poter convivere in spazi angusti, appena nati i maiali vengono sottoposti alla castrazione meccanica, con il taglio dei testicoli con un bisturi senza anestesia, e spesso anche la coda viene tagliata con il laser o con tenaglie. 

FOTO E-LAV e Animal Equality DIDA

FOTO: LAV e Animal Equality

Mentre un coniglio in casa può vivere fino a 10-12 anni, in allevamento intensivo la vita di una fattrice è di 2 anni e di un coniglio da riproduzione, 4 anni.


C’È CHI LO PREFERISCE AL FORNO 
Mentre le case degli italiani ne ospitano sempre di più come animali da compagnia, il nostro Paese produce la metà della carne di coniglio d’Europa (262.500 tonnellate in Italia per 512.876 tonnellate in Europa - Faostat 2012), sfidando persino la produzione cinese (pari a 735.000 tonnellate). 
Nel Nord Europa, in Irlanda e Inghilterra il coniglio viene allevato solo a scopo amatoriale. Da noi questo allevamento non è regolamentato da norme sulle condizioni degli animali. I parametri d’intensività non sono contestati perché non vi sono standard di riferimento. 
Mentre un coniglio in casa può vivere fino a 10-12 anni, in allevamento intensivo la vita di una fattrice è di 2 anni e di un coniglio da riproduzione, 4 anni. Qui vivono in gabbie piccolissime, tanto che lo spazio medio che l’animale ha a disposizione è pari a un foglio A4. I conigli in gabbia non toccano mai il terreno, le gabbie sono impilate e quindi le deiezioni cadono su quelle sottostanti, provocando sporcizia e invasioni d’insetti. L’uccisione tramite sgozzamento avviene al termine di un lungo viaggio. La pratica dovrebbe avvenire dopo lo stordimento in appositi macchinari, che però spesso funzionano male, così che può accadere che siano sgozzati quando sono ancora coscienti, vengono poi appesi con dei ganci a testa in giù ed è tagliata loro la giugulare per il dissanguamento. Se non è completo prima dello scuoiamento e dell’eviscerazione, queste due ultime procedure rischiano di essere subite dal coniglio mentre è ancora vivo. 
I dati sono il risultato di un’investigazione senza precedenti condotta da LAV e Animal Equality nell’arco degli ultimi cinque anni. Vista l’enorme quantità di carne che viene consumata e anche i tanti sprechi alimentari, si potrebbe forse pensare ad allevamenti estensivi che prevedono una particolare attenzione al benessere degli animali e, di conseguenza, una migliore qualità delle carni che va di pari passo con una maggiore propensione alla spesa da parte del consumatore.