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ANIMALI
IL PRINCIPE DELLE VETTE
17/07/2019

di Francesco Riga
[Tecnologo ISPRA]


Agli inizi del Novecento il camoscio era dato quasi per estinto. Oggi, grazie alle misure di tutela, registra una ripresa numerica, ma resta sempre un animale vulnerabile

FOTO APERTURA - Camosci d'Abruzzo - Foto di Marco Pantanella okI camosci sono ungulati di montagna, appartenenti alla famiglia dei bovidi. In Italia sono presenti due specie distinte: il camoscio alpino (Rupicapra rupicapra) e quello appenninico (Rupicapra pyrenaica ornata).

Il camoscio alpino, o i suoi diretti precursori, è originario dell’Asia sud-occidentale e si è poi diffuso a Occidente, sfruttando le catene montuose asiatiche durante i periodi interglaciali del Pleistocene. È un tipico abitante dell'orizzonte montano e frequenta le aree forestali di conifere e latifoglie, ricche di sottobosco ed intervallate da pareti rocciose e scoscese, radure e canaloni, i cespuglieti, le praterie, le pietraie e soprattutto le cenge erbose al di sopra dei limiti della vegetazione arborea. In estate le femmine ed i giovani si tengono di norma al di sopra del bosco, mentre i maschi adulti, tendenzialmente più solitari e dispersi sul territorio, occupano mediamente quote meno elevate. Con l'inverno e le prime nevicate, i camosci si ritirano verso zone rocciose situate al di sotto dei limiti del bosco ovvero sui pendii più ripidi e le creste ventose, con esposizioni in prevalenza meridionali.

FOTO BOggi è presente come sottospecie autoctona dell’arco alpino. In Italia la sua distribuzione va dal Friuli Venezia Giulia alla Liguria, presenze sporadiche per dispersione dalle aree limitrofe sono segnalate in provincia di Savona, limite sud-occidentale dell'areale. L’areale ha un’estensione complessiva pari a circa 42.000 Km2, che corrisponde quasi al 100% dell’area potenzialmente idonea alla specie. Nel complesso la fascia altitudinale frequentata risulta compresa tra i 1.000 e i 2.500 metri, ma nel Carso triestino alcuni individui hanno colonizzato aree boscate a poche decine di metri sul livello del mare.

La consistenza della specie sulle Alpi italiane è stimata in circa 110-130mila capi. Il minimo storico delle popolazioni alpine si è registrato negli anni Cinquanta del XX secolo, con consistenze molto ridotte e contrazione della distribuzione. La principale causa della rarefazione della specie era dovuta alla capillare presenza umana nei territori alpini, alla caccia indiscriminata e alla competizione alimentare con gli animali domestici. Nel secondo dopoguerra, il progressivo abbandono delle zone di media e alta montagna, causò un’inversione della tendenza e le popolazioni ricominciarono a crescere numericamente e ad espandere il loro areale. Dal decennio 1960-1970, lo status della specie è continuamente migliorato e il fenomeno di generale espansione non sembra ancora terminato. A questa evoluzione positiva ha contribuito in maniera determinante la creazione dei parchi e degli altri istituti di protezione, che hanno favorito un più rapido incremento e la stabilizzazione dei nuclei presenti. A questo si deve aggiungere il sostanziale e progressivo miglioramento dell'attività venatoria, basato sulla valutazione delle consistenze, sulla programmazione dei prelievi e sull'applicazione dei concetti basilari della caccia di selezione, nonché la realizzazione di numerosi progetti di reintroduzione e di rinforzo nelle porzioni periferiche dell’areale. Nell’ambito delle misure di conservazione della specie è necessario un più efficace controllo del bracconaggio, che in alcune aree agisce come il principale fattore limitante delle popolazioni. Sarebbe anche auspicabile la realizzazione di reintroduzioni nelle aree alpine isolate con ambienti idonei alla specie.

FOTO C - Foto di Giorgio MarcoaldiIL CAMOSCIO APPENNINICO

Il camoscio appenninico è una sottospecie del camoscio meridionale, attualmente presente solo in alcune aree dell’Europa sud-occidentale: nella catena dei Pirenei (Rupicapra pyrenaica pyrenaica), nei Monti Cantabrici in Spagna (Rupicapra pyrenaica parva), e nelle montagne dell’Appennino centrale (Rupicapra pyrenaica ornata). I gruppi di femmine e i maschi giovani frequentano le praterie in quota (1.200-2.000 metri s.l.m.) durante la stagione estiva, e con le prime nevicate si ritirano alle quote più basse situate al di sotto dei limiti del bosco, in zone rocciose con esposizioni meridionali. I maschi sono invece più solitari (a parte il periodo riproduttivo) e preferiscono ambienti boscosi e quelli rocciosi. In passato era presente in buona parte della catena appenninica, dai Monti Sibillini al Pollino; in tempi storici, la persecuzione umana e i cambiamenti dell’ambiente montano hanno portato sull’orlo dell’estinzione la specie e nel 1915 era rimasto solo un nucleo nell’Alta Marsica, costituito da non più di 30 capi. L’istituzione del Parco Nazionale d’Abruzzo nel 1922 e l’adozione di norme di tutela più severe hanno consentito una ripresa della popolazione (fino a 100 individui). Durante il secondo conflitto mondiale la consistenza ha subìto però un nuovo calo e nel 1949 ne sono stati contati solo 40. Da allora la popolazione ha cominciato lentamente a riprendersi (2-300 capi nel 1970), ma è stato soltanto grazie a programmi di conservazione attiva che il camoscio appenninico ha raggiunto una consistenza ed una distribuzione che lo rendono meno vulnerabile ai rischi di estinzione. Le reintroduzioni di 33 esemplari nella Majella (1991-1997) e di 26 nel Gran Sasso (1992-1994) hanno consentito la formazione di 2 nuove popolazioni che, trovandosi in un ambiente idoneo, sono diventate oggi più numerose delle colonie presenti nell’area di origine dei fondatori. Nel 2017, il camoscio appenninico è stato reintrodotto nel Parco Nazionale dei Monti Sibillini e nel Parco Regionale Sirente Velino, utilizzando individui provenienti dalla Majella e dal Gran Sasso.

I conteggi del 2017 hanno stimato un totale di circa 2.500 capi, con colonie particolarmente importanti nel Parco Nazionale della Majella (994 individui), in quello del Gran Sasso e Monti della Laga (772 individui) e nel Parco Nazionale d’Abruzzo Lazio e Molise (598). Nel Parco Regionale Sirente-Velino e nel Parco Nazionale dei Monti Sibillini le popolazioni non hanno ancora raggiunto consistenze tali da assicurare la sopravvivenza nel lungo periodo (rispettivamente 45 e 95 camosci), e necessitano di un rinforzo con l’immissione di altri individui.

FOTO D - Foto di Carlo GallianiNonostante la ripresa numerica, il camoscio appenninico è ancora una specie vulnerabile a causa della consistenza totale ancora bassa, dell’esiguo numero di popolazioni e della scarsa variabilità genetica. Un importante fattore in grado di limitare lo sviluppo delle popolazioni sembra essere la competizione spaziale e trofica con il bestiame domestico e con altre specie selvatiche, come il cervo. Misure per favorire la conservazione della specie sono la reintroduzione in altre aree appenniniche idonee ed uno studio approfondito per accertare i fattori limitanti che impediscono alla popolazione del Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise di esprimere appieno il proprio potenziale biologico.