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ANIMALI
IL LUPO NEL “MIRINO”
01/04/2017
di Luigi Boitani

Simbolo di forza e successo, il predatore per eccellenza ha una struttura sociale molto simile a quella dell’uomo. 
Oggi l’aumento della popolazione di questa specie sembra richiedere nuovi piani di gestione

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Non c’è altra specie in Italia e, forse in tutto l’emisfero settentrionale, che susciti emozioni forti come il lupo. Da sempre odiato e osannato come poche altre specie animali, il lupo ha accompagnato lo sviluppo della civiltà umana dagli inizi ad oggi. Fintanto che l’uomo era un cacciatore e raccoglitore nomade, senza beni appetibili per il lupo, se non la stessa persona umana. Il lupo era, probabilmente, visto come un esempio di forza, efficienza e successo nella caccia.

Da quella prospettiva, il lupo era una specie da emulare e facilmente diventò un simbolo positivo. Gli uomini e i lupi sono molti simili in tanti aspetti della loro ecologia e comportamento. Entrambe le specie hanno organizzazioni sociali simili, strutturate intorno alla famiglia, al territorio di caccia, alla gerarchia, alle strategie di gruppo, ai rapporti di forza tra branchi adiacenti fino all’allevamento della prole. L’ incredibile flessibilità ecologica permette loro di vivere bene nei tipi di habitat più diversi, dal Polo Nord ai deserti, passando per le grandi foreste temperate, cacciando di tutto, dai piccoli roditori alle grandi alci.

 

UN PREDATORE DI SUCCESSO

Così il lupo è diventato simbolo di qualcosa che l’uomo ha sempre voluto essere, un predatore di grande successo e questo simbolismo si è trasmesso attraverso epoche e generazioni fino ai giorni nostri. Basti pensare a quante persone si chiamano Lupo o Wolf, un segno immediato della forza positiva del simbolo. O, ancora, alla potenza del mito del lupo nella fondazione di Roma, alla nascita di Gengis Khan figlio di un lupo, alla mitologia norrena con il suo gigantesco lupo Fenrir, fino a quella greca.

Una forza che si è ulteriormente cementata quando l’uomo ha “estratto” dal lupo la sua copia domestica, il cane. Tutta la flessibilità ecologica e comportamentale del lupo è stata sfruttata per costruire le razze più diverse che accompagnano l’uomo nelle sue attività ludiche e produttive. Tutta la forza del simbolo positivo è rimasta intatta. Quando poi l’uomo ha cominciato a coltivare la terra e, soprattutto, ad allevare il bestiame domestico, il lupo è diventato anche un potenziale pericolo per le attività umane. All’immagine positiva e nobile si è affiancata quella del nemico da abbattere. Ma i due valori del simbolo hanno convissuto in varie forme e gradazioni a seconda dell’ecologia umana: ad esempio, negli indiani del nord America o presso gli eschimesi, essenzialmente cacciatori, il lupo è del tutto positivo. Nell’Europa e Asia centrale, dove l’ecologia umana è stata per secoli essenzialmente legata alla pastorizia nomade, il lupo è la quintessenza del male e del pericolo che viene dalla natura. E in Italia? La nostra percezione del lupo è ambigua con entrambi i tratti del rispetto/ammirazione e della condanna. L’ impronta positiva deriva dalla fortissima radice culturale greca e latina, mentre quella negativa, deriva dalle inevitabili reazioni dei pastori che soffrivano le predazioni del lupo sulle loro greggi.

 

LA SITUAZIONE IN ITALIA

Non è un caso che l’Italia, al contrario di tanti Paesi europei, non abbia mai sterminato Foto B - M. Mendidel tutto i suoi lupi nonostante i lupari che a tempo pieno si occupavano di questa guerra. In Francia i louvetier, i lupari organizzati in corpo militare fin dal tempo di Carlo Magno, hanno eradicato il lupo mentre i nostri lupari non hanno mai portato fino in fondo la loro battaglia ed hanno lasciato all’animale una via di scampo che ci ha portato alla situazione attuale.

Negli anni 70, con l’affacciarsi delle prime battaglie per la conservazione della natura e l’inizio di una crescita culturale in senso ecologico, il lupo era rimasto in pochi esemplari, forse un centinaio, nell’Appennino centrale e meridionale. Una grande campagna di informazione e, soprattutto, la raccolta e diffusione dei primi dati scientifici oggettivi servirono allo scopo di ribaltare la percezione negativa verso la specie e consolidare quella positiva. Decreti e leggi nazionali, supportati poi nel 1992 dalla Direttiva Habitat, decretarono la definitiva consacrazione del lupo tra le specie da proteggere. Nel frattempo, pastori e allevatori continuarono con la loro usuale pratica di difesa delle greggi, qualche uccisione di lupi che facevano troppi danni e la tolleranza quando le perdite erano dell’ordine di qualche capo all’anno. Intanto, nelle ultime decadi del secolo scorso, le condizioni ecologiche di gran parte dell’Italia cambiavano velocemente: l’Appennino si spopolava, l’agricoltura montana e marginale si contraeva fino alla scomparsa quasi totale, la pastorizia stessa si riduceva enormemente.

 

UNA POPOLAZIONE IN AUMENTO

In questa natura abbandonata, le popolazioni di ungulati selvatici trovarono le condizioni ideali per una vera e propria esplosione demografica che ha portato alle incredibili alte densità di oggi. E il lupo ha immediatamente sfruttato l’opportunità di tanta disponibilità alimentare e anche la sua popolazione è aumentata, sia nei numeri, sia nell’area di distribuzione. La stima attuale è di circa 1.000-2.000 lupi sull’Appennino e circa 120 -150 sulle Alpi. Praticamente tutti gli habitat appenninici e preappenninici sono oggi occupati dal lupo, ma anche aree di pianura come il Tavoliere delle Puglie, le aree costiere di Lazio e Toscana, fino intorno alle grandi città come Roma, Firenze e Bologna. Sulle Alpi, il lupo sta lentamente riguadagnando le posizioni di un tempo ed un esemplare proveniente dal Piemonte è arrivato a ricongiungersi con uno proveniente dalla Slovenia, realizzando quella continuità auspicata da chi per decenni ha lottato per la conservazione del lupo.

 

LE POLITICHE DI CONSERVAZIONE

Quindi, possiamo vantare un discreto successo nelle nostre politiche di conservazione? Non tanto, perché purtroppo questa espansione del lupo non è frutto di una programmazione pensata e guidata dallo Stato e dalle Regioni, consapevoli di quanto è accaduto. È piuttosto il frutto di un insieme di fattori storici e occasionali che sono avvenuti in gran parte al di fuori di ogni programmazione. Ma possiamo comunque essere orgogliosi di una situazione, oggi, nettamente più favorevole per i lupi italiani e possiamo giustamente difendere la nostra politica, che ha permesso di mandare lupi italiani in avanscoperta alla conquista di nuovi territori in Francia, Svizzera, Germania e Spagna.

 

UNA NUOVA GESTIONE

Gestire un successo, di 1.000 - 2.000 lupi, non è come coordinare la battaglia per una specie ridotta a 100 esemplari. Cambiano le condizioni ecologiche sul terreno, così come cambiano le interfacce tra lupi e attività antropiche.

Con l’aumento numerico del lupo, le occasioni di conflitto si moltiplicano, molti lupi solitari finiscono in aree urbanizzate, alcuni si contendono prede domestiche fin sotto le finestre o nei cortili delle case. Nulla di speciale né tantomeno di allarmante, solo richiede risposte, strumenti e decisioni diverse da quelle disponibili. Sembra giunto il momento per un approccio alla conservazione che esca dalla costante sensazione di essere in trincea contro il resto del mondo, per adottare un atteggiamento più aperto alla cooperazione con tutti i gruppi di interesse e tutte le componenti della società. È giunto il momento di passare da un approccio dettato da criticità, emozioni e passioni ad uno dettato da conoscenza scientifica, analisi oggettiva e laica delle condizioni e dei possibili scenari, programmazione seria. Solo così, credo, sarà possibile uscire dal dilettantismo con cui abbiamo lottato per anni in difesa del lupo e assicurare una vera e duratura coesistenza tra qualche migliaio di lupi e circa 60 milioni di umani sulla nostra penisola.

 

IL PIANO LUPO IN BREVE

Lo stato di conservazione del Canis lupus e la sua pacifica convivenza con l’uomo sono le tematiche affrontate dal Piano di conservazione e gestione per il lupo in Italia, 57 pagine redatte dal Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare, con l'Istituto per la protezione animale (ISPRA), l'Unione zoologica italiana, 69 esperti e 11 associazioni coinvolte, tra cui Coldiretti, Legambiente, Federparchi ed Enpa.

Ventidue misure di tutela per potenziare la conservazione del lupo, ridurne la mortalità, contrastare il bracconaggio e migliorare la coesistenza con le comunità umane, oltre ad espandere l’areale del lupo nelle zone alpine, fino a riconnettersi con quelli di Slovenia e Slovacchia. L'art. 22/a contempla una deroga, del tutto eccezionale, al divieto di «rimozione» di lupi dall'ambiente naturale, che sarebbe attivabile -spiega il Ministro Galletti- solo su richiesta, regione per regione e in compresenza di ben sette condizioni, la cui principale è che “non esista altra soluzione valida…”.

Messe in atto tutte le prescrizioni, come le recinzioni e le attività previste tra cui gli indennizzi, la Regione può chiedere al Ministero dell’Ambiente di intervenire per prelevare dei capi in misura limitatissima e solo dopo l’acquisizione del parere dell'Ispra.

“Nelle azioni a tutela del lupo – spiega Galletti – è previsto un nuovo nucleo antibracconaggio composto dai Carabinieri forestali e dalle polizie locali, l’addestramento di cani al rilievo di bocconi avvelenati, le vaccinazioni gratuite dei cani randagi, misure di prevenzione e di contrasto all’ibridazione, altro grosso pericolo per la specie”.

Il provvedimento in sede di Conferenza Stato-Regioni è stato rinviato per la decisione in sede politica al 30 marzo 2017.