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ANIMALI
CERVELLO DI GALLINA A CHI?
02/10/2019
di Monica Nocciolini

Non siamo l’unico essere intelligente sul Pianeta. Alla scoperta delle “menti” degli animali

 


FOTO A - DIDA

La gallina è un animale intelligente. A sfatare il mito, protagonista anche di fortunate canzoni del cabaret italiano, ci hanno pensato alcuni ricercatori statunitensi sottoponendo un campione di pennute a test specifici il cui risultato, cristallizzato nello studio Thinking chickens: a review of cognition, emotion, and behavior in the domestic chicken pubblicato su Animal Cognition, rappresenta per questi animali un’autentica rivincita. Svariate attitudini sono funzionali: sanno “stare al loro posto” nella gerarchia al momento di nutrirsi e i loro vocalizzi rappresentano forme di comunicazione. Meno scontato è il loro essere consce del tempo che passa o la capacità nel soppesare i concetti quantitativi di “più” e “meno”, al punto di vedersi attribuire una capacità cognitiva di poco inferiore a quella di un bimbo di 7 anni.

Ma cosa, negli animali, può definirsi intelligenza?

INTELLIGENZE

FOTO B - DIDALegata all’istinto oppure all’esperienza individuale, innata o indotta, orientata dall’organizzazione neurologica, dalla presenza o meno di ippocampo… ma anche no! L’intelligenza animale è tutte queste cose ma può anche fare a meno delle stesse, in combinazioni variabili. Insomma: non articolerà teoremi di fisica quantistica, ma una specie che riesca a produrre risposte flessibili alle stimolazioni dell’ambiente circostante – siano esse naturali, climatiche o sociali – per la scienza può ben dirsi intelligente. Certo il patrimonio neuronale della corteccia cerebrale, sede delle funzioni cognitive più complesse, aiuta. Nello stabilire che no, le dimensioni del cervello non contano, uno studio condotto tra Stati Uniti, Danimarca e Brasile comparso su Frontiers in Neuroanatomy ha assegnato il podio al cane (530 milioni di neuroni corticali). Siamo lontani dagli standard umani (16 miliardi), ma è pur qualcosa. Volendo escludere cani, gatti e primati – a cui siamo più prossimi per domesticazione o condivisione genetica – la proverbiale gallina non è la sola a riservare sorprese agli studiosi che sempre più di frequente utilizzano anche per gli animali modelli cognitivisti sino a poco tempo fa applicati e somministrati agli umani. E nel vedere l’effetto che fa, non di rado arriva il risultato utile all’etologia.

TUTTA SALUTE

FOTO C - DIDASe la gallina sa ricordare la traiettoria di una palla per diversi secondi in maniera insospettabilmente affine ai primati, le formiche hanno competenze sufficienti a vaccinarsi tra loro. È stato un gruppo di ricercatori di Austria e Germania ad osservare il comportamento di una colonia in caso di infezione di una compagna: oltre a curarla, secondo lo studio Social Transfer of Pathogenic Fungus Promotes Active Immunisation in Ant Colonies pubblicato da Plos Biology, e operaie distribuiscono a tutte minuscole dosi di agente patogeno affinché sviluppino la corrispondente immunità. Formiche virologhe? Beh, fanno il paio con le colleghe infermiere Megaponera analis, le formiche Metabele dell’area subsahariana che – al termine dei combattimenti tra formicai – trasportano le ferite via dal luogo di battaglia, a mo’ di barelliere, per ricoverarle al sicuro e rimetterle in sesto.

NUOVE RISORSE

FOTO DPoi c’è l’ambiente urbano: una sfida evolutiva e adattiva costante per le specie che lo colonizzano, entrando in contatto con inedite risorse. C’è chi fa di necessità virtù. A Città del Messico, il ricercatore universitario Costantino Macias Garcia ha osservato come i fringuelli abbiano scoperto che i mozziconi di sigaretta respingono gli ectoparassiti: eccoli quindi raccoglierli e utilizzarli per rivestire i nidi. Uno scudo, secondo il contributo comparso su Avian Biology, ma con effetto avverso, dato che le fibre del mozzicone conservano un certo grado di tossicità che per i pulcini non è proprio il massimo.
 
CAPACITÀ SPAZIALI

Chi non ha mai provato a spiegare a una mosca che, anziché sbattere nel vetro, per raggiungere il “fuori” basta sterzare di qualche centimetro e passare dal lato aperto della finestra? Battaglia persa. L’ape, invece, se non è presa dal panico dopo un paio di testate sulla superficie trasparente si rende conto e cambia traiettoria. Si chiama esperimento “di detour” e implica nella bestiola certa consapevolezza spaziale. A studiare questo aspetto in Italia è stato tra gli altri l’etologo Danilo Mainardi, docente emerito di biologia all’Università di Venezia scomparso due anni fa. Già nelle sue prime osservazioni analizzava la capacità di alcune specie di crearsi quello che si chiama “teatro mentale”. I delfini, il polpo e i ratti sono tra quanti possiedono questa caratteristica, oltre alle api di cui sopra che, pur prive di ippocampo, in qualche modo compensano. Tale capacità si rivela più frequente negli animali che sognano, quasi che l’attività onirica faccia da palestra per la soluzione dei problemi in agguato durante la veglia.

PER ABITUDINE

FOTO GC’è chi si evolve per abitudine. Bivalvi come le cozze che traggono il nutrimento trasportato dall’acqua. Basta che rimangano ferme appese e il gioco è fatto. Se le maree cambiano, la cozza si scompensa. Poi si adatta per sopravvivere, ma non di buon grado. La chiocciola invece è disponibile ad adeguare i propri comportamenti agli stimoli esterni. Il suo talento si chiama “di assuefazione” ed è stato testato collocandone esemplari in spazi a loro sgraditi, come lastre di plastica, per poi disturbarne la stabilità a intervalli regolari e ravvicinati. Se al primo miniterremoto l’animaletto si rintana nel guscio, dopo alcune ripetizioni dell’evento impara ad abbassare la spinta istintiva senza ritrarsi per continuare invece a fare ciò che in quel momento ritiene più vantaggioso per sé: riconquistare una superficie erbosa.

PICNIC SUL MARE

Certo il cibo resta sempre ciò che più aguzza l’ingegno animale. Così, ecco le lontre di mare approntare autentiche cucine da campeggio là dove trovino sassi o scogli della forma migliore per aprire i molluschi di cui si nutrono. Li utilizzano tipo martello da battere contro la cozza prescelta, o al contrario a mo’ di incudine per batterci sopra il guscio fino a rottura. Certo poi gli esiti di quei picnic si notano: strati e strati di schegge e gusci come negli insediamenti preistorici sono proprio ciò di cui un gruppo di ricerca internazionale ha dato conto sulla rivista Scientific Reports nello studio Wild sea otter mussel pounding leaves archaeological traces. Ehm… c’è mica qualche specie con competenze da netturbino, per caso? Servirebbe…