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AMBIENTE
PICCOLA GRANDE FAUNA D’ACQUA DOLCE ​
01/07/2018
di Francesco Petretti

La multiforme vita di torrenti e ruscelli

 

“Chiare, fresche et dolci acque, ove le belle membra

pose colei che sola a me par donna”

 

FOTO A -Fiume Mignone - DIDA LUNGAMi tornano alla mente i versi di Petrarca mentre, ascoltando il mormorio dell’acqua fra i sassi, trascorro alcune ore sulle sponde di un piccolo torrente che nasce dalle colline della Maremma e sfocia in prossimità di Civitavecchia, formando una spiaggia ciottolosa, bella per le intense fioriture di papaveri delle dune. Prima di gettarsi in mare, il piccolo torrente, che nel culmine dell’estate si riduce a una serie di pozze di acqua verde e odorosa, densa come brodo, serpeggia in una valle boscosa.

Ci sono anche dei pesci, e da anni li seguo in un tratto tranquillo, pieno di pozze chiuse da grandi pietre, ombreggiate da rovi e carpini.

FOTO B - Rana italica














È, fra i luoghi quasi selvaggi da me frequentati, quello che maggiormente mi emoziona, e mi incanta, per la moltitudine di forme di vita che trovano cibo e riparo in poche decine di metri.

I pesci, che nessun pescatore per fortuna prende in considerazione a causa delle ridotte dimensioni, non si sa come riescano a superare anche le stagioni estive più terribili e aride, quando devono accontentarsi di boccheggiare in pochi litri di acqua tiepida.

Ho iniziato a filmarli mettendo una macchina fotografica in una scatola di vetro che immergevo in pochi palmi d’acqua, adesso ho una piccola telecamera subacquea, assai versatile, che metto in posizione sul fondale e lascio accesa a volte per ore. Nella stessa inquadratura si muovono anche cinque specie diverse, ma so dare un nome sicuro solo a poche di queste: le rovelle, i cavedani e i barbi meridionali, picchiettati di nero. Le altre specie somigliano a triotti, arborelle, vaironi…

 

FOTO C Dida - controlli acque interne Fiume MignoneIL RISCHIO DEGLI ALIENI

Il mio incubo è che qualche scellerato venga qui a liberare gambusie, pesci rossi, gamberi killer o testuggini d’acqua americane.

Speriamo che non succeda mai. Farebbe un danno spaventoso, perché cancellerebbe una delle poche comunità animali d’acqua dolce, assolutamente autoctona e pura, priva di contaminazioni aliene.

In questa stagione è possibile trovare nell’acqua sotto le pietre le salamandrine dagli occhiali, all’apparenza lucertoline brune lunghe quanto un dito mignolo, ma in realtà preziose presenze zoologiche Perché in tutto il mondo vivono solo nelle nostre regioni.

Pur senza essere abbondante, questa specie è ancora comune in ambienti naturali e artificiali (pozzi in pietra e fontanili per il bestiame), spingendosi dal fondovalle fino ai 1.100 metri di quota. Il dorso è quasi nero con due segni giallini sul capo che ricordano gli occhiali da cui prende il nome. Il ventre, invece, rivela un caratteristico e vistoso disegno bianco, nero e rosso. La colorazione vivace ha lo scopo di segnalare a tutti i potenziali predatori, dalla puzzola alla biscia, che quell’animaletto apparentemente inoffensivo è in realtà velenoso: dopo aver toccato una salamandra o un ululone anche un uomo farebbe infatti bene a lavarsi le mani per non irritare inavvertitamente e dolorosamente labbra, occhi o naso con il muco secreto dalla pelle degli anfibi colorati. Le femmine e i maschi di salamandrina si ritrovano in acqua per riprodursi anche quando la temperatura è di appena tre gradi sopra lo zero. Questa specie deve temere oggi soprattutto le alterazioni dell’habitat provocate dall’uomo. Vive infatti in un microcosmo oltremodo fragile che le lunghe e siccitose estati mediterranee possono distruggere, vanificando gli sforzi di una intera generazione di larve e di giovani salamandre che non si sono ancora affrancate dall’elemento liquido.

A gennaio l’acqua è talmente fredda che a stento vi si potrebbe tenere la mano per più di pochi secondi, ma i tritoni punteggiati, fra i primi a sentire lo stimolo riproduttivo, si muovono torpidi tra folti prati subacquei di Callitriche.

LA RANA ITALICA

In alcuni tratti c’è qualche rana italica, che saltella vispa come se splendesse il solleone. È un animale a sangue freddo in grado di restare attivo a temperature prossime allo zero grazie a una sostanza contenuta nel sangue che funziona come il liquido antigelo che si mette nei radiatori delle automobili. A prima vista sembra una delle rane rosse che vivono un po’ in tutta l’Europa e si distinguono dalle comuni rane verdi perché preferiscono i boschi umidi e cantano molto poco con voce quasi sommessa.

Fino a qualche anno fa si pensava che fosse la stessa rana greca che abita nella penisola balcanica dalla Slovenia fino al Peloponneso. Ma grazie allo studio dei cromosomi effettuato all’Università degli Studi di Roma Tre hanno scoperto che si tratta di un animale speciale, distinto dai suoi parenti prossimi dei Balcani e pertanto si può considerare una specie endemica dell’Italia, esclusiva cioè del nostro Paese.

FOTO E - PERSICO SOLERISCHIO ESTINZIONE

Le classi dei Vertebrati incluse nella lista rossa italiana sono sei, per un totale di circa 350 specie di cui più di quaranta appartengono alla classe dei pesci e trenta a quella degli anfibi.

Il gruppo più colpito è quello dei pesci d’acqua dolce e delle lamprede, fra cui addirittura il novanta per cento delle specie indigene è considerato minacciato. Alcune, come la trota macrostigma, la trota di Sardegna, il barbo etrusco e quello meridionale, sono diventate delle autentiche rarità, minacciate non solo dalla distruzione degli habitat, ma anche dall’immissione di specie o popolazioni alloctone che hanno poco a poco sostituito le forme indigene.

Trote iridee, e comunque nordamericane, barbi europei, lucioperche, carpe di provenienza varia, persici trota e persici sole, pesci gatto americani, siluri asiatici e gambusie nordamericane hanno preso il posto delle caratteristiche faune di ciprinidi, salmonidi e altri pesci autoctoni che oggi sopravvivono in minuscole riserve genetiche, veri e propri “fort Apache” accerchiati dall’invasione degli alieni.

FOTO F - TROTA IRIDEAMolti di questi santuari sono inseriti nelle riserve naturali dello Stato gestite dall’Arma dei Carabinieri, in aree di difficile accesso e per questo ancora oggi salve dalla contaminazione. Sarebbe bene che venissero non solo tutelate con grande attenzione, ma che fossero oggetto di specifici progetti di conservazione e riproduzione delle forme indigene in condizione controllata. Gli stabilimenti ittiogenici, un tempo più presenti e diffusi in tutto il territorio nazionale, avevano la possibilità di contribuire a salvare la nostra fauna autoctona delle acque interne e ancora possono farlo, ma presto, prima che sia troppo tardi.