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AMBIENTE
IL BUSINESS DEGLI ABITI USATI
15/05/2017

di Valentina Vattani


Diverse inchieste condotte dai Carabinieri del NOE hanno evidenziato una gestione irregolare della filiera degli abiti usati. Un fenomeno diffuso, a cavallo tra solidarietà e illegalità


FOTO A (1)Donare capi di abbigliamento o accessori che non si usano più, rappresenta un gesto di solidarietà che ha anche un impatto positivo sull’ambiente. Da studi di settore è stato calcolato che, ad esempio, un chilo di abiti riutilizzati o recuperati come tessuto equivale a 3,6 kg di CO2 non emessa ed a 6.000 litri di acqua risparmiata (dati Humana People to People).

Tuttavia, negli ultimi anni, intorno alla raccolta degli indumenti ed accessori usati si è innescato un business illegale che può valere milioni di euro e che è finito in mano alla criminalità organizzata. Diverse inchieste hanno messo in luce la non corretta gestione della filiera degli abiti usati. Da alcune investigazioni condotte dal NOE dei Carabinieri di Firenze nel 2011, è stato documentato, ad esempio, un vasto traffico di abiti usati, in totale violazione della normativa sui rifiuti. Gli abiti venivano inviati ad aziende toscane e campane che li commercializzavano al dettaglio simulando trattamenti, fra i quali l’igienizzazione, che in realtà non venivano eseguiti.

L’aver smascherato i primi traffici illegali di indumenti usati ha portato a ritirare dalle strade di Roma i 1.800 contenitori gialli dedicati alla raccolta differenziata degli stessi, poiché, anche nella Capitale, la gestione fu oggetto di una tranche dell’inchiesta “MafiaFOTO C Capitale”, dove emerse che, attraverso gare ad affidamento diretto, i consorzi portavano avanti una finta raccolta destinata ai più indigenti, mentre gli indumenti venivano spediti in Nord Africa ed Europa dell’Est per essere immessi sul mercato, anche in questo caso senza essere igienizzati secondo le norme vigenti.

In generale il traffico illecito connesso a tale tipologia di rifiuti ha avuto un fortissimo sviluppo, tanto che le frazioni oggetto delle raccolte differenziate relative all’abbigliamento (CER 20 01 10) ed ai prodotti tessili (CER 20 01 11) sono state inserite negli ambiti prioritari per l’effettuazione delle ispezioni previste dal recente Piano Nazionale delle Ispezioni adottato con il decreto del Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare del 22 dicembre 2016 relativo al controllo dei traffici transnazionali di rifiuti.

 

GLI ILLECITI PIÚ FREQUENTI

L’analisi del fenomeno criminale ha fatto emergere quelli che sono gli illeciti più FOTO Bfrequenti e caratteristici e che consistono principalmente nell’aggirare le norme di selezione ed igienizzazione degli indumenti usati, nella falsificazione dei documenti di trasporto, nello smaltimento illegale delle frazioni residuali (cioè degli indumenti che per le loro cattive condizioni non sono utilizzabili direttamente nei cicli di consumo), nell’utilizzo di strutture di recupero autorizzate come società di copertura per le importazioni dall’estero ed il successivo traffico illecito verso altri Paesi stranieri.

A tali illeciti connessi alle normative ambientali si possono poi associare altre tipologie di illegalità, quali ad esempio: il commercio in nero, le frodi doganali, il riciclaggio di denaro sporco.

Ma quand’è che un indumento od un accessorio usato diviene rifiuto?

Il nostro legislatore, al riguardo, è intervenuto andando a precisare le condizioni per l’esclusione dalla normativa sui rifiuti degli indumenti usati oggetto di donazione. Tali disposizioni risultano essere utili anche per una lettura più generale dell’inquadramento della questione.

L’art. 14, comma 1, della legge 19 agosto 2016, n. 166 dispone che: “Si considerano cessioni a titolo gratuito di articoli e di accessori di abbigliamento usati quelle in cui i medesimi articoli ed accessori siano stati conferiti dai privati direttamente presso le sedi operative dei soggetti donatari”. La norma, quindi, fa riferimento esclusivamente all’ipotesi di conferimento diretto da parte dei privati presso le sedi operative dei soggetti donatari, che si considera cessione a titolo gratuito di articoli e di accessori di abbigliamento usati, e dunque l’azione si fa rientrare nella fattispecie della donazione. In questo caso, pertanto, si esula dalla normativa sui rifiuti.

Resta sottinteso, invece, che gli indumenti usati depositati e poi prelevati dai cassonetti per la raccolta stradale, o gli indumenti che vengono lasciati nei sacchi presso gli androni delle abitazioni per la raccolta domiciliare, rappresentano dei veri e propri rifiuti e come tali devono essere trasportati e recuperati.

Ed infatti il comma 2 dello stesso art. 14, a sua volta, prevede che: “I beni che non sono destinati a donazione in conformità a quanto previsto al comma 1 o che non sono ritenuti idonei ad un successivo utilizzo, sono gestiti in conformità alla normativa sui rifiuti di cui al decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152”. In questo caso, generalmente, gli indumenti ed accessori usati provenienti dal territorio nazionale, arrivano direttamente dalla raccolta differenziata dei rifiuti urbani (cassonetto stradale o analogo sistema di raccolta differenziata), per tramite di aziende di trasporto che devono essere iscritte all’Albo Nazionale Gestori Ambientale nell’apposita categoria.

 

DOVE CONFERIRE GLI INDUMENTI USATI

Tali indumenti devono essere poi conferiti presso appositi impianti autorizzati alla FOTO Dgestione di rifiuti, dove si procederà ad effettuare operazioni di selezione ed attività di controllo per verificare la necessità di igienizzazione al fine di abbattere le cariche batteriche sotto i limiti fissati dalla legge, determinando così per gli indumenti selezionati ed igienizzati la cessazione della loro qualifica di rifiuto. A seguito delle operazioni di recupero si potranno quindi avere: “indumenti ed accessori di abbigliamento utilizzabili direttamente in cicli di consumo” o “materie prime secondarie per l’industria tessile”. Caso diverso è, invece, come abbiamo visto quello degli indumenti ed accessori che vengono consegnati come donazioni direttamente dai proprietari presso parrocchie o associazioni benefiche, oppure che vengono portati - sempre dai proprietari - ai mercatini dell'usato per essere venduti. In tali ipotesi non si entra nel concetto di “gestione dei rifiuti” poiché si ritiene che la volontà del soggetto non sia tanto quella di “disfarsi” del bene (che andrebbe ad integrare la nozione di rifiuto), ma di cederlo a terzi - a titolo gratuito od oneroso - affinché possa continuare ad essere utilizzato nella sua funzione originaria. Naturalmente poi anche un abito ceduto come indumento usato, se successivamente risultasse inidoneo alla sua funzione (perché ad esempio troppo liso), diventerebbe a questo punto “rifiuto” e da quel momento scatterebbero i doveri inerenti alla gestione dei rifiuti.