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AMBIENTE
IL PARCO NAZIONALE DEI MONTI SIBILLINI
04/01/2019


IL REPARTO CARABINIERI PARCO NAZIONALE MONTI SIBILLINI

LUPO MERLINO: SCIENZA E MAGIA NEL PARCO DEI MONTI SIBILLINI

IL REPARTO CARABINIERI E L'ATTIVITA' SVOLTA PER L'ENTE PARCO

GESTIONE E CONSERVAZIONE DELLA FAUNA NEL PARCO NAZIONALE DEI MONTI SIBILLINI

IL LAGO DI PILATO: UN GIOIELLO DELLA NATURA
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#IL REPARTO CARABINIERI PARCO NAZIONALE MONTI SIBILLINIIL REPARTO CARABINIERI PARCO NAZIONALE MONTI SIBILLINI
 

FOTO A

A seguito del Decreto Legislativo 19 agosto 2016, all'Arma dei Carabinieri è attribuita anche la sorveglianza delle aree protette di livello nazionale ed internazionale che viene esercitata nei Parchi Nazionali attraverso le strutture dei Reparti Carabinieri Parco.

Nel Parco Nazionale dei Monti Sibillini il Reparto ha sede a Visso (MC) ed esercita la sorveglianza con otto Stazioni Carabinieri “Parco” presenti nei comuni di Castelsantangelo sul Nera (MC), Fiastra (MC), Montefortino (FM), Montegallo (AP), Montemonaco (AP), Norcia (PG), Ussita (MC) e Visso (MC). A seguito dei terremoti del 24 agosto, 26 e 30 ottobre 2016, che hanno reso inagibili le caserme di Castelsantangelo sul Nera, Fiastra, Montegallo, Ussita e Visso, le Stazioni e il Reparto di Visso sono trasferiti in Moduli Abitativi Provvisori (M.A.P.). Anche la Stazione di Montemonaco ha subìto danni importanti che hanno reso inabitabile la parte relativa agli alloggi di servizio, mentre ha mantenuto la funzionalità degli Uffici.

Di pari passo al graduale ripristino del tessuto economico e sociale, alla riapertura della viabilità e sentieristica danneggiate e alla ripresa del turismo ed escursionismo del Parco, anche l’attività di sorveglianza dell’area protetta si sta avviando a recuperare gli standard degli anni precedenti il terremoto.

L'inaccessibilità degli impianti da sci a Frontignano di Ussita e a Monte Prata di Castelsantangelo sul Nera non ha consentito la loro riapertura e quindi non sono stati svolti i consueti servizi di vigilanza.

Intensa è stata l'attività del Centro Settore Meteomont per l'Appennino Umbro Marchigiano, che ha sede presso il Reparto Carabinieri Parco di Visso, per l'attività di previsione del rischio valanghe.

Il Reparto con le sue Stazioni ha assicurato una presenza capillare sul territorio effettuando un numero importante di controlli in aumento rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente: 5.095 (+33%), gran parte dei quali rivolti a utilizzazioni forestali, bracconaggio, gestione della popolazione del cinghiale, gestione dei rifiuti, trasformazioni del territorio, gestione delle acque, attività edilizia, attività agricole e zootecniche, randagismo, ecc.. L'attività di vigilanza ha comportato l'accertamento di 293 illeciti amministrativi (- 18%) e 42 illeciti penali (+ 40%), ma ben più importante ed efficace è stata l'azione di prevenzione.

Il D.P.C.M. 5 luglio 2002 (art.2) attribuisce ai Reparti Carabinieri Parco una serie di funzioni che vanno dallo svolgimento dei compiti di sorveglianza e custodia del patrimonio naturale all'assicurazione del rispetto del piano e del regolamento del parco, all'assistenza all'ente parco nell'espletamento delle attività necessarie alla conservazione e valorizzazione del patrimonio naturale.

Il Reparto Carabinieri Parco Nazionale “Monti Sibillini” svolge tutte queste attività sulla base degli obbiettivi posti dal Piano Operativo approvato dall'Ente Parco che, per il 2018, ha individuato cinque aree critiche dove concentrare l'attenzione: il Lago di Pilato in comune di Montemonaco, il Piano della Gardosa in comune di Montemonaco, la Valle dell’Infernaccio nel Comune di Montefortino, i Piani di Castelluccio nei Comuni di Norcia e di Castelsantangelo sul Nera, il Monte Bove in Comune di Ussita, le Lame Rosse e il Lago in Comune di Fiastra .

Grazie al graduale recupero della rete sentieristica e stradale, danneggiata dal sisma, il flusso turistico in generale è ripreso, ritornando quasi ai livelli precedenti, soprattutto per quanto riguarda i Piani di Castelluccio ed il Lago di Pilato che nel 2017 erano state le località più penalizzate.

  • LAGO DI PILATO 

    Il Lago di Pilato per le sue peculiarità geomorfologiche e faunistiche rappresenta un unicum per tutta la regione Marche e l'Appennino Centrale.

    Situato a 1.941 metri s.l.m. nel comune di Montemonaco è l'unico lago naturale di origine glaciale dell'Italia centrale ed ospita un particolare endemismo: il Chirocephalus marchesonii, un piccolo crostaceo fillopode non rinvenibile altrove.

    Le condizioni idrogeologiche del lago, al contrario del 2017, sono state ottimali. Nel mese di giugno 2018 il livello dell’acqua era ai suoi massimi storici.

    Il numero degli escursionisti è aumentato considerevolmente sia per la riapertura del sentiero “Le Svolte” in località Foce di Montemonaco, chiuso per pericolo di crolli e caduta massi, sia per la riapertura, nell’agosto 2017, della viabilità provinciale che conduce alla località Forca di Presta a Montegallo dove inizia uno dei sentieri più frequentati per raggiungere il monte Vettore e i laghi di Pilato.

  • PIANO DELLA GARDOSA 

    L'area di alta valenza naturalistica è un fondovalle ad andamento semipianeggiante alle pendici del Monte Vettore, in testa alla valle dell'Aso ed immediatamente a monte dell'abitato di Foce di Montemonaco (AP).

    Storicamente è stata sempre sottoposta ad una forte pressione turistica soprattutto con il campeggio, la sosta e il transito degli automezzi, l'accensione dei fuochi per i pic-nic, ecc. Durante l'estate, soprattutto nella seconda metà di luglio e nella prima metà di agosto, è una delle principali mete delle gite fuoriporta dell'ascolano e del fermano, oltre che punto di partenza per accedere al lago di Pilato.

    Nel Piano della Gardosa sono state individuate ed autorizzate alcune aree per il campeggio didattico educativo, ma la presenza di campeggiatori è stata ancora molto inferiore rispetto al periodo precedente il sisma.

  • PIANI DI CASTELLUCCIO 

    Nel comune di Norcia rappresentano una delle maggiori attrattive turistiche del Parco ed hanno un richiamo non solo locale e nazionale ma anche internazionale. La viabilità di accesso, che aveva subìto gravi danni nel 2016 e nel 2017, è stata per la maggior parte ripristinata: da Arquata del Tronto e da Norcia. Le migliori condizioni della viabilità hanno consentito un incremento notevole degli afflussi turistici soprattutto nei giorni festivi e prefestivi dei mesi di giugno e luglio ritornando ai livelli degli anni precedenti gli eventi sismici.

  • AREE CRITICHE PER IL CAMOSCIO APPENNINICO (MONTE BOVE - FRONTIGNANO)

    Nell'area del Monte Bove in comune di Ussita è presente la colonia più numerosa di Camosci appenninici introdotti dall'Ente Parco a partire dal 2008, il servizio di vigilanza è volto ad evitare il disturbo agli animali da parte degli escursionisti e garantirne quindi l'affermazione. I sentieri di accesso sono stati parzialmente ripristinati ed anche l’afflusso degli escursionisti è aumentato pur mantenendosi su livelli ridotti rispetto al periodo pre-sisma.  

  • LAGO DI FIASTRA 

    Realizzato negli anni cinquanta, rappresenta una grande attrattiva turistica.  L'accessibilità al lago non è stata compromessa dagli eventi sismici pertanto l'afflusso turistico non ne ha risentito ed è stato simile se non addirittura superiore a quello degli anni precedenti. Le problematiche riscontrate sono state quelle consuete: difficoltà nella viabilità e, per quanto riguarda l'area del lago, il campeggio effettuato in aree non consentite e con l'accensione di fuochi.

  • LAME ROSSE 

    Il sito, che si trova in Comune di Fiastra, è meta di escursionisti per le sue speciali ed uniche caratteristiche geo morfologiche. L’afflusso è importante e rischia con il tempo di compromettere i delicati equilibri della formazione geo morfologica. Per la prima volta è stato inserito come obbiettivo della sorveglianza nel Piano Operativo 2018 seppure in precedenza comunque venivano espletati servizi di sorveglianza.

  • VALLE DELL'INFERNACCIO 

    Area unica per sue caratteristiche ambientali anch’essa è stata individuata per la prima volta come obiettivo di sorveglianza dal Piano Operativo 2018, seppure negli anni precedenti venivano svolti servizi di vigilanza che comunque sono stati intensificati.

FOTO B

ANTIBRACCONAGGIO

Il fenomeno del bracconaggio è presente nel Parco Nazionale dei Monti Sibillini fin dalla sua istituzione. In parte è frutto di un retaggio sociale e culturale legato a tradizioni radicate nella popolazione rurale ma è anche il risultato di conflitti sorti tra alcune categorie di soggetti economici (allevatori e agricoltori) e alcuni gruppi di cacciatori con l'Ente gestore quale forma di contrasto ai danni arrecati dalla fauna selvatica alle attività agricole e di contesa della risorsa faunistica, sottoposta a un grado di tutela più stringente.

Ci sono sostanzialmente due categorie di bracconieri: la prima costituita da soggetti residenti nel parco che si muovono entro un limitato raggio d'azione dalla propria abitazione o dal luogo in cui abitualmente svolgono l'attività lavorativa (allevamento zootecnico, azienda agricola, ecc.), la seconda costituita da soggetti non residenti che normalmente effettuano incursioni di limitata profondità nelle aree di confine nell'area protetta.

I primi, avendo una perfetta conoscenza del territorio e muovendosi, prevalentemente a piedi, in maniera imprevedibile nell'arco della giornata e nei diversi giorni della settimana in aree rurali poco abitate, dove ogni minima presenza esterna è subito notata, rappresentano i soggetti per i quali è più difficile l'azione di contrasto. I secondi si muovono invece lungo i margini dell'area protetta sia di notte sia in occasione di battute al cinghiale inoltrandosi nel territorio del parco per brevi percorsi pronti ad uscirne in poco tempo.

Le attività di bracconaggio riguardano innanzitutto i cinghiali, i caprioli, le lepri e, in secondo luogo, i lupi. Per le prime tre specie lo scopo prevalente è quello di ottenere capi di selvaggina da utilizzare direttamente o immettere nel traffico illegale delle carni e, localmente, per diminuire i danni alle colture agricole soprattutto per quanto riguarda il cinghiale.

L'attività di bracconaggio del lupo appare invece più episodica e legata ad altre motivazioni: in quanto concorrente per la risorsa faunistica (cinghiali) a disposizione di cacciatori e bracconieri, come specie che può arrecare danni agli allevamenti zootecnici allo stato brado (ovini e bovini).

Per cacciare, oltre alle armi da fuoco, vengono impiegati i lacci a nodo scorsoio per gli ungulati, che hanno la caratteristica di non discriminare le prede e quindi indifferentemente possono catturare: cinghiali, caprioli, lupi, volpi e animali domestici come i cani.

Molto più pericolose sono le esche avvelenate. In alcuni casi è difficile stabilire se il reale obiettivo dell'esca sia il lupo o il cane perché il fenomeno può scaturire da conflitti tra cercatori di tartufi o anche tra cacciatori.

Nel periodo di riferimento, comunque, non sono stati accertati casi di bracconaggio, non sono state rinvenute carcasse di selvatici uccisi con armi da fuoco o altri strumenti di caccia, né strumenti illeciti di cattura. Questo, pur costituendo un elemento di valutazione rassicurante, non può rappresentare in termini assoluti la situazione del fenomeno nel Parco. Occorre continuare nell’opera di prevenzione e repressione con determinazione e costanza.

Per il Reparto il contrasto al bracconaggio resta uno degli obiettivi prioritari dell'attività di sorveglianza: sono stati effettuati 229 (-12%) servizi specifici di cui quasi 64 (+ 60%) in orario notturno impiegando complessivamente 460 unità di personale. Rispetto all’analogo periodo del 2017 sono leggermente diminuiti i servizi ma sono molto aumentati quelli notturni per poter meglio contrastare il fenomeno in una fascia oraria in cui in maniera più indisturbata può essere svolta l’attività illecita.

CONTROLLO DEI MOTOCICLISTI

In tutto il Parco è fatto divieto ai mezzi motorizzati fuori dalle strade di uso pubblico gravate da servitù di pubblico passaggio e private esistenti nonché lungo sentieri, mulattiere e piste, fatte salve le attività svolte per esigenze di servizio, di pubblica utilità o connesse alle attività agro-silvo-pastorali. Malgrado ciò alcune aree del Parco sono particolarmente ambite per le attività fuoristrada esercitate con 4X4, quad, enduro e trial. In particolare, per la loro forte capacità di penetrazione, anche utilizzando piccoli sentieri, le moto enduro sono un forte elemento di disturbo per la fauna e, in zone più frequentate, arrecano danni non facilmente recuperabili a prati e aree naturali in genere.

Al fine di contrastare tale attività illegale sono stati svolti durante l'anno 76 servizi (+ 70%) impiegando complessivamente 152 militari.

CONTROLLO DEI CAMPEGGIATORI

Anche le attività di campeggio hanno risentito in maniera rilevante degli effetti negativi del sisma. Solo alcune hanno mantenuto una certa attività. Nel periodo di riferimento sono stati svolti 60 (+ 500%) servizi di vigilanza impiegando complessivamente 120 unità di personale, soprattutto nel periodo estivo, con riguardo sia alle aree per campeggi fissi con finalità didattico educative autorizzati, sia ad alcune aree di particolare valore naturalistico.

CONTROLLO DEI NULLA-OSTA DEL PARCO

L'Ente Parco rilascia ai sensi dell’art.13 della Legge 394/91 nulla-osta per interventi di diversa tipologia secondo le procedure del Disciplinare. Il nulla-osta oltre che approvare le opere e gli interventi, detta prescrizioni per limitare gli impatti sull'ambiente. La vigilanza riguarda il rispetto delle prescrizioni e delle previsioni progettuali approvate. Sono stati svolti 164 servizi (+148%) impiegando complessivamente circa 348 militari.

CONTROLLO DELLE UTILIZZAZIONI FORESTALI

Il controllo è attuato sia a livello documentale sia sul campo con sopralluoghi effettuati anche in modo ripetuto durante le varie fasi del taglio ed è rivolto al rispetto delle Prescrizioni di Massima e di Polizia Forestale della Regione Marche e del Disciplinare dell'Ente Parco di Procedura semplificata per il rilascio del nulla osta e per le valutazioni d'incidenza negli interventi forestali.

Le utilizzazioni nell'ambito del territorio del Parco sono circa 120-150 per ogni stagione silvana, la gran parte delle quali riguarda piccole superfici ad uso familiare.

Nel periodo di riferimento c’è stata una diminuzione complessiva dei tagli e sono stati svolti circa 287 (+478%) servizi di controllo con 574 militari.

SERVIZIO ANTINCENDIO

Sono rimaste in capo all'Arma dei Carabinieri le attività di sorveglianza, di repressione dei reati e di perimetrazione delle aree incendiate precedentemente attribuite al Corpo forestale dello Stato. Grazie al favorevole andamento stagionale non si sono verificati incendi boschivi nel territorio del Parco. Sono stati comunque svolti 187 servizi di prevenzione incendi (-53%) impiegando circa 370 militari.

SERVIZIO A CAVALLO

Il servizio è stato sospeso il 2 novembre 2016 a causa degli eventi sismici di ottobre che non hanno reso più disponibile il maneggio utilizzato a Ussita. Si prevede di riattivarlo nel 2019, compatibilmente con l’individuazione di una struttura idonea ad ospitare i cavalli.

SERVIZIO DEL NUCLEO CINOFILO ANTIVELENO

Nell'ambito del progetto LIFE13 NAT/IT/000311 PLUTO Italian emergency strategy for fighting illegal poisoning and minimize its impact on bear, wolf and other species che vede L’Ente Parco Nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga quale beneficiario coordinatore e l’Arma dei Carabinieri quale beneficiario associato, nel 2016 è stato istituito nel Parco Nazionale il Nucleo Cinofilo Antiveleno (NCA), costituito da un conduttore e 2 cani addestrati per la ricerca molecolare delle principali sostanze utilizzate per l'avvelenamento dei carnivori. Aveva sede a Visso, struttura per il ricovero degli animali presso la Caserma Forestale di Ussita e, a seguito del terremoto del 2016, è divenuta inagibile e si è provveduto a delocalizzarla a Castelsantangelo sul Nera nei MAP della Stazione Carabinieri “Parco” che tuttavia ha bisogno di alcuni interventi prima di poter essere utilizzata. Il NCA ha competenza sui territori delle regioni Marche e Umbria ma, per la sua ubicazione, svolge gran parte della sua attività di ispezione nel Parco.


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#LUPO MERLINO: SCIENZA E MAGIA NEL PARCO DEI MONTI SIBILLINILUPO MERLINO: SCIENZA E MAGIA NEL PARCO DEI MONTI SIBILLINI

Sessanta i lupi ad oggi presenti nel Parco Nazionale dei Monti Sibillini, testimoni del valore della biodiversità e di una convivenza possibile con l’uomo

Testi e foto Ufficio Stampa del Parco Nazionale dei Monti Sibillini

FOTO APERTURACi sono delle storie che meritano di essere conosciute e raccontate. Quella del lupo Merlino è una di queste. Perché è diventato un animale simbolo per il Parco Nazionale dei Monti Sibillini, e perché la sua esistenza, direttamente o indirettamente, ha segnato, in qualche modo, la vita di tante altre persone che ruotano intorno al Parco. Ma cominciamo dall’inizio.

Un giorno di ormai una decina d’anni fa, un cucciolo di lupo viene rinvenuto quasi in fin di vita ai margini di un bosco nella zona di Cascia, appena fuori dal territorio del Parco. Probabilmente è stato abbandonato dalla madre perché malato di rogna e senza speranza di sopravvivere. Ma la sua ultima ora non è ancora scoccata.

È l’incontro con Massimo Dell’Orso a salvarlo. Un uomo che ha deciso di dedicarsi alla natura, ai suoi amici animali, alle foreste, alla conoscenza di luoghi che, nei loro nomi, esprimono l’incanto e la magia di un territorio assolutamente unico e speciale, così ricco di bellezza e di leggende: su tutte quella della Sibilla, la mitica veggente che dispensa oracoli a chi ha il coraggio di salire sin sulla cima del monte e sottoporsi al suo giudizio.

E la scelta del nome Merlino risponde a una idea di montagna, selvaggia ed incantevole al tempo stesso, che connota inesorabilmente e fascinosamente quest’area degli Appennini, spartiacque tra Marche ed Umbria, che nel 1993 è divenuta area naturale protetta su una superficie di quasi 70.000 ettari. “Merlino perché” racconta Massimo “quando venivo a trovarlo per portargli il cibo, non riuscivo mai a individuarlo. Si nascondeva, sembrava invisibile. Poi, d’improvviso, appariva come per magia dove un momento prima frusciava soltanto l’erba…”

Merlino riesce a salvarsi, cresce e diventa un lupo “protetto” che, insieme ad altri animali, viene ospitato nel centro faunistico di Castelsantangelo sul Nera. Suoi compagni d’avventura sono cervi, caprioli, rapaci, alcuni feriti ed incapaci di tornare alla vita “normale”, altri destinati invece ad essere prima o poi reintrodotti nel loro habitat appena recuperato uno stato ottimale di forma.

FOTO BPer Merlino purtroppo, avendo perso l’imprinting del lupo selvaggio a causa del suo abbandono in giovane età, e dunque il senso del branco, del procacciarsi il cibo in modo autonomo, dell’istinto primordiale che porta i lupi ad evitare qualsiasi contatto con gli umani, il rischio di un rilascio in libertà è troppo alto, sentenziano giustamente i tecnici del Parco. Anche perché il lupo continua ad essere oggetto di una considerazione negativa in larga parte della popolazione, frutto certo delle predazioni che questo carnivoro nei secoli ha apportato ai pastori ma, soprattutto, dell’ancestrale paura che ancora ne contorna la figura. Al punto che, per lungo tempo ed ancor oggi, si favoleggia di un intervento di ripopolamento dei lupi sui Sibillini che sarebbe stato attuato non si sa da chi, perché e quando…

Invece l’attenzione del Parco sui lupi è costante, precisa, puntuale. Proprio per cercare, da una parte di ridurre quanto più possibile i danni che questi possono arrecare all’economia pastorizia del territorio, dall’altra enfatizzarne il valore simbolico sia come segnale incoraggiante per la biodiversità sia come richiamo sul piano turistico. È di questi giorni un intervento realizzato nell’ambito del progetto Wolfnet 2.0 che ha portato alla cattura di due lupi cui sono stati apposti dei collari satellitari per mapparne i movimenti. FOTO CQuesto tipo di attività è fondamentale per capire gli spostamenti del lupo, il suo areale, ed avere informazioni sulle interazioni con le realtà produttive e le comunità degli umani.

Ad oggi i lupi presenti nel Parco sono una sessantina, e le politiche di gestione che l’Ente ha messo in campo si sono rivelate efficaci garantendo una convivenza possibile con gli allevatori anche grazie ad incentivi resi disponibili subito dopo il terremoto per l’acquisto di recinzioni elettrificate. E comunque, se la pastorizia e l’allevamento costituiscono un pezzo importante per l’economia di questi territori, è altrettanto innegabile che proprio l’elemento selvaggio e quello della biodiversità rappresentino un ambito irrinunciabile sul piano scientifico e su quello turistico: è in questa delicata interazione, nell’equilibrio tra uomo e natura, che si gioca il futuro del Parco Nazionale dei Monti Sibillini, soprattutto nella fase di ricostruzione post sisma.

FOTO D
Intanto Merlino è ancora qui, testimone forse inconsapevole ma reale e sincero, di una coesistenza possibile tra umano e selvaggio.

Per informazioni sul parco www.sibillini.net


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#IL REPARTO CARABINIERI PARCO NAZIONALE MONTI SIBILLINI E L’ATTIVITÁ SVOLTA PER L’ENTE PARCOIL REPARTO CARABINIERI PARCO NAZIONALE MONTI SIBILLINI E L’ATTIVITÁ SVOLTA PER L’ENTE PARCO

 


FOTO APERTURA








Monte Sibilla, Monte Priora, Monte Amandola - Foto di G. Tassi

INDENNIZZO DEI DANNI PROVOCATI DALLA FAUNA SELVATICA

L’Ente Parco ha regolamentato le procedure per la denuncia, l’accertamento, la valutazione e la liquidazione dei danni provocati dalla fauna selvatica nel proprio territorio, affidando all’Arma dei Carabinieri il compito di raccogliere le denunce, di redigere il verbale di accertamento dell’evento dannoso e, nella maggior parte dei casi, di valutare e formulare la proposta del relativo indennizzo.

 

È previsto il ricorso ai tecnici incaricati dal parco nei casi previsti dall'apposito disciplinare: situazioni particolarmente complesse oppure quando il Reparto non disponga di militari per espletare tali compiti, eventualità che si ripropone ogni anno per la concentrazione di numerose richieste nei brevi periodi di maturazione di alcune colture come i cereali nel periodo giugno-luglio, le lenticchie nel periodo luglio-agosto o le castagne nel periodo ottobre-novembre.

CONTROLLO E MONITORAGGIO DEI PRELIEVI SELETTIVI DEL CINGHIALE

Fin dal 1995 l'Ente Parco ha avviato un programma per la gestione della specie di cinghiale a causa di squilibri ecologici dovuti alla forte espansione della popolazione che non viene arginata dai predatori naturali.

Le linee di intervento per la gestione del cinghiale sono periodicamente definite da un Piano di norma di durata triennale secondo modalità definite dal Regolamento per il prelievo selettivo del cinghiale.

Il Reparto Carabinieri Parco ha parte attiva nella gestione e controllo delle operazioni di prelievo selettivo che vengono effettuate principalmente con l'uso di armi da fuoco e in via secondaria con l’attivazione di dispositivi di cattura come il trappolamento.

MONITORAGGIO DELLE PORTATE DEI CORSI D'ACQUA

Nel Parco Nazionale viene svolta un'attività specifica di monitoraggio attraverso la misurazione della portata dei principali corsi d'acqua. L'attività viene svolta fin dal 2001 su una rete di stazioni di misurazione individuate e concordate con l'Ente Parco in prossimità di opere in alveo che agiscono attivamente sulle variazioni di portata dei fiumi, di cui 4 riguardano captazioni idriche di acqua potabile per uso umano, 15 per scopi idroelettrici, 5 per attività di itticoltura.

Le misurazioni vengono svolte con l'impiego di strumenti come il correntometro, l’ossimetro, il conduttimetro o lo spettrofotometro per effettuare l’analisi chimica delle acque.

Normalmente i controlli di portata vengono effettuati nei mesi di maggio ed ottobre, corrispondenti ai periodi di portata di massima e di magra.

L'attività ha una finalità innanzitutto tecnico scientifica tanto che le informazioni dal 2001 ad oggi sono state raccolte in una banca dati che spesso viene richiesta per studi tecnici o scientifici e costituisce una preziosa fonte informativa per le valutazioni in ordine alla gestitone della risorsa idrica da parte dell'Ente Parco.

Essa comunque è rivolta anche all'accertamento di illeciti nella gestione delle opere di derivazioni idriche, rispetto ai quantitativi autorizzati per il prelievo e quelli prescritti per il rilascio, ai fini del mantenimento del deflusso minimo vitale (DMV) del corso d'acqua.

FOTO BPROGETTO LIFE DI REINTRODUZIONE DEL CAMOSCIO

Nel 2008, in attuazione del “Piano d’Azione Nazionale per la conservazione del Camoscio appenninico (Rupicapra pyrenaica ornata)”, concepito dal Ministero dell’Ambiente e dall’Istituto Nazionale della Fauna Selvatica, l’Ente Parco Nazionale dei Monti Sibillini, in collaborazione con il Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise, ha effettuato l’immissione nel comprensorio del Monte Bove nel comune di Ussita (MC) dei primi 8 esemplari appartenenti alla sottospecie endemica dell’Appennino centrale. Il 26 luglio è stato svolto il censimento estivo coinvolgendo 22 militari e 12 automezzi.

WOLFNET 2.0

Nell’ambito del progetto WOLFNET 2.0, finanziato dal Ministero dell'Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare riferito alla Direttiva "Biodiversità", che è attuato in collaborazione con tutti i Parchi nazionali dell'Appennino Centrale e Settentrionale, il Reparto è stato coinvolto dall’Ente Parco Nazionale Monti Sibillini nell’indagine preliminare sul vagantismo canino.

Sulla base delle conoscenze del territorio le Stazioni Parco sono state chiamate a fornire informazioni, attraverso la compilazione di uno specifico questionario relativo al periodo agosto 2017/agosto 2018, riguardante la presenza di cani vaganti in ambito urbano ed extraurbano.

RECUPERO FAUNA SELVATICA E ALTRI CENSIMENTI FAUNISTICI

Il Reparto Carabinieri Parco collabora con l'Ente Parco per il recupero della fauna ferita e/o in difficoltà rinvenuta nel Parco per consegnarla ad uno studio veterinario convenzionato che ne cura la riabilitazione. Inoltre provvede al recupero delle carcasse di animali di particolare interesse conservazionistico come il lupo, il camoscio ed altri, per conferirle all'Istituto Zooprofilattico Sperimentale Umbria e Marche che provvede alle analisi del caso.

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#GESTIONE E CONSERVAZIONE DELLA FAUNA NEL PARCO NAZIONALE DEI MONTI SIBILLINIGESTIONE E CONSERVAZIONE DELLA FAUNA NEL PARCO NAZIONALE DEI MONTI SIBILLINI

di Alessandro Rossetti

chirocefalo

NORME ISTITUTIVE

Il Parco Nazionale dei Monti Sibillini è stato istituito con D.M. del 13/07/1989 e del 03/02/1990. In particolare, con il D.M. del 03/02/1990 sono stati stabiliti la prima perimetrazione le prime misure di salvaguardia. Con D.P.R. del 6/8/1993 è stato istituito l'Ente Parco ed è stata modificata la perimetrazione; lo stesso atto ha definito, inoltre, il rapporto tra le misure di salvaguardia del D.M. 3/2/1990 e quelle stabilite dalla Legge Quadro sulle aree protette n. 394/1991. L'Ente Parco si è insediato ufficialmente nella sede di Visso il 19/10/1993. 

CARATTERISTICHE GENERALI

Il Parco Nazionale dei Monti Sibillini si estende per circa 69.400 ettari tra le regioni Marche e Umbria. Comprende quasi per intero l'omonima catena montuosa lunga circa 30 Km, situata nel settore più meridionale dell'Appennino umbro-marchigiano, e alcuni settori collinari e montani limitrofi. La quota è compresa tra un minimo di circa 360 metri (in corrispondenza del fiume Chienti e del Fiastrone al confine del Parco) a un massimo di 2.476 della cima del Monte Vettore, massima elevazione dell'Appennino umbro-marchigiano.

I paesaggi e gli ambienti del Parco risultano notevolmente diversificati in relazione a diversi fattori, quali la complessa morfologia, la rilevante escursione altitudinale (di circa 2.100 metri), le variazioni di clima e microclima determinati dalle quote e dalle diverse esposizioni dei versanti, nonché dagli effetti dovuti alle millenarie attività umane.

Tale diversità ambientale si traduce in una elevata biodiversità, testimoniata da oltre 1.900 specie floristiche (tra cui oltre 50 di orchidee) che vanno da elementi mediterranei a specie artico-alpine “relitte” delle ultime glaciazioni e comprendono numerosi endemismi.

Anche la fauna è ricca di specie di interesse conservazionistico e comunitario, comprendendo circa 50 specie di mammiferi, 114 di uccelli nidificanti (tra cui 17 di interesse comunitario), 16 rettili, 12 anfibi, 11 pesci e 831 lepidotteri. Ancora poco noti sono i micromammiferi (roditori, insettivori e chirotteri) nonché gli altri gruppi di invertebrati, tra cui si annoverano comunque alcuni importanti endemismi e specie di interesse comunitario, quali il Chirocephalus marchesonii, il Chirocephalus sibyllae, il Gambero di fiume (Austrapotamobius italicus) e la Rosalia alpina. Tra i mammiferi ricordiamo il lupo, il gatto selvatico, il capriolo, l’istrice e, da poco reintrodotti, il cervo e il camoscio appenninico. Gli uccelli comprendono l’aquila reale, il falco pellegrino, il picchio muraiolo, i gracchi alpino e corallino, il corvo imperiale, il fringuello alpino, la coturnice, la starna, il sordone e il merlo acquaiolo. Tra i rettili particolarmente importante è la presenza della vipera dell’Orsini, mentre tra gli anfibi ricordiamo il geotritone italiano e la salamandrina di Savi.

CENNI DI GEOLOGIA E GEOMORFOLOGIA

La struttura geologica dei Monti Sibillini è costituita prevalentemente da rocce calcaree, formatesi in epoche remote nel fondo di un antico mare in cui si depositarono possenti strati di sedimenti prodotti in gran parte da organismi viventi. Il calcare massiccio, con i suoi 200 milioni di anni, è la roccia più antica. Il sollevamento degli strati rocciosi, prodotto dagli enormi sforzi di compressione della crosta terrestre, è invece molto più “recente”, risalendo a circa 7 milioni di anni fa. Le aree pedemontane dei versanti settentrionale ed orientale dei Monti Sibillini sono invece costituite prevalentemente da roccia marnoso-arenacea, analoga a quella che forma i limitrofi monti della Laga.

La natura prevalentemente calcarea di questi monti ha favorito la presenza di fenomeni carsici, quali forre, grotte e doline, e tettonico-carsici come il Pian Grande di Castelluccio, drenato dall’inghiottitoio dei Mergani, e il Pian Perduto di Gualdo. Una peculiarità di quest’area è, inoltre, la presenza, unica nell’Appennino Umbro-Marchigiano, di evidenti tracce di modellamento glaciale, testimoniate da numerosi circhi e valli con tipico profilo a U (Valle del Lago di Pilato, Valle Lunga, Valle Orteccia, Val di Panico, Val di Bove, Val di Tela). Il Lago di Pilato è un esempio di “lago di circo”, situato alla testata della valle omonima in una conca di sovraescavazione glaciale.

Lungo la dorsale principale dei Sibillini corre lo spartiacque tra il bacino idrografico adriatico (bacini del Chienti, del Tenna, dell'Aso e del Tronto) e quello tirrenico (bacino del Tevere). Sul versante adriatico sono presenti alcune spettacolari forre come quelle dell’Infernaccio e del Fiastrone. Proprio a monte di tale forra è situato il lago del Fiastrone, un bacino artificiale per la produzione di energia idroelettrica.

Una caratteristica paesaggistica di questi monti è la presenza di numerose creste affilate che mantengono copertura erbosa fino alle quote più alte, rendendo del tutto singolare il loro aspetto nel contesto appenninico centrale. Non mancano, comunque, tipici bastioni rocciosi come il Pizzo del Diavolo (2.410 m), il M. Palazzo Borghese (2.145 m), il Monte Bove Nord (2.112 m) e il Monte Vettore (2.476 m). Diverse altre cime superano i 2.000 metri di altitudine, tra cui Cima del Redentore (2.448 m), Cima del Lago (2.422 m), M. Priora (2.332 m), Pizzo Berro (2.259 m), M. Porche (2.233 m), Cima Vallelunga (2.221 m), M. Argentella (2.200 m), M. Sibilla (2.173 m), M. Bove Sud (2.169 m), M. Torrone (2.117 m), M. Rotondo (2.102 m) e Pizzo Tre Vescovi (2.092 m).

GLI AMBIENTI

I diversi ambienti dei Sibillini possono essere schematicamente descritti in base ai diversi tipi di vegetazione che caratterizzano le fasce altitudinali da cui possono essere distinti il piano collinare (fino a circa mille metri), il piano montano (da circa 1.000 a circa 1.900 m) e il piano subalpino (oltre 1.900 m).

Gli ambienti collinari caratterizzano i settori pedemontani periferici del Parco, dove si concentrano la maggior parte dei centri abitati e delle attività economiche, tradizionalmente legate all'agricoltura. Per effetto dello spopolamento che ha interessato gli Appennini a partire dal dopoguerra, e del conseguente abbandono delle campagne, il paesaggio collinare appare oggi come un "mosaico" le cui tessere sono costituite da piccoli appezzamenti coltivati, frammisti a boschi e a campi a riposo invasi da specie "pioniere" quali il ginepro (Juniperus communis e J. oxycedrus), la ginestra (Spartium junceum) o il rovo (Rubus spp.). Paesaggi tipicamente "rurali" permangono ancora, tuttavia, nelle aree pianeggianti, come nella valle del Campiano e nel piano di Santa Scolastica, nel settore umbro del Parco, dove i campi coltivati - soprattutto a frumento, mais, foraggio e lenticchia - sono tuttora delimitati da siepi e filari di roverelle. La vegetazione potenziale del piano collinare, cioè quella non condizionata dalle attività umane, è rappresentata, soprattutto sui suoli marnoso-arenacei dei versanti settentrionale e orientale dei Monti Sibillini, dal bosco dominato dalla roverella (Quercus pubescens), mentre su suoli calcarei prevale l' “orno-ostrieto", cioè il bosco misto dominato dal carpino nero (Ostrya carpinifolia) e dall'orniello (Fraxinus ornus). Nei versanti più aridi e assolati vegetano anche specie tipicamente mediterranee come il leccio (Quercus ilex) e la fillirea (Phillyrea latifolia), mentre nei luoghi più freschi e ombrosi, come alle gole del Fiastrone, il bosco si arricchisce di specie tipiche della montagna come il faggio (Fagus sylvatica). Sebbene meno diffusi di un tempo, quando costituivano una risorsa primaria, i boschi di castagno (Castanea sativa) sono presenti nei suoli sciolti e sabbiosi. Lungo i corsi d'acqua, la cosiddetta vegetazione "ripariale" è formata da diverse specie di salici (Salix spp.) e pioppi (Populus spp.), oltre che dall'ontano nero (Alnus glutinosa). La fauna degli ambienti collinari comprende specie reintrodotte per scopi venatori prima dell'istituzione del Parco, come il cinghiale e il capriolo, o che hanno beneficiato dei processi di rinaturalizzazione, come l'istrice e il gatto selvatico; più comuni la volpe, il tasso e la faina.

Gli ambienti montani presentano aspetti molto diversificati, comprendendo vallate impervie e boscose - come quelle dell'Ambro, dell'Aso, di Rapegna e del Rio Sacro, ambienti rupestri e gole - tra cui quelle dell'Acquasanta, dell'Infernaccio e della Valnerina - morbidi rilievi e vasti altipiani - come i Prati di Ragnolo e il bacino di Castelluccio. In origine, questi territori erano quasi interamente ricoperti da foreste di faggio (Fagus sylvatica), che nel corso dei secoli, però, hanno subìto una notevole contrazione a causa dei tagli effettuati dall'uomo per ottenere legname come materia prima e ricavare ampie praterie secondarie da destinare al pascolo. Le praterie montane più aride (xerobrometi), che generalmente tappezzano i versanti più acclivi ed esposti a mezzogiorno, sono dominate, oltre che dal forasacco (Bromus erectus), anche dal palèo (Brachypodium genuense), localmente chiamato "falasco", e, nelle pietraie, dalla sesleria dei macereti (Sesleria nitida), graminacea endemica dell'Appennino centro-meridionale. Qui fioriscono in primavera le piante tipiche degli ambienti aridi, tra le quali spiccano, per eleganza e interesse botanico, numerose orchidee selvatiche quali la ballerina (Orchis anthropophora) e la manina rosea (Gymnadenia conopsea) oltre alle orchidi: piramidale (Anacamptis pyramidalis), bruciacchiata (Orchis ustulata), screziata (Orchis tridentata) e calabrese (Orchis pauciflora). Per la loro importanza naturalistica, queste praterie montane calcaree, descritte nella direttiva "Habitat" come "stupenda fioritura di orchidee", rientrano tra gli habitat di interesse comunitario prioritari. Intense fioriture sono prodotte anche dagli eliantemi (Helianthemum nummularium, H. oelandicum e H. apenninum), dall'acino alpino (Acinos alpinus), della vedovella dei prati (Globularia meridionalis) e dal timo (Thymus spp.). La fioritura dei colchici (Colchicum alpinum e C. lusitanum) ci annuncia, invece, la fine dell'estate e l'inizio dell'autunno. Tra le rarità si segnala infine il tulipano montano (Tulipa australis), che cresce nei settori più asciutti del Piano Grande, e la fritillaria minore (Fritillaria montana), una liliacea dalla fioritura molto appariscente. Nelle praterie montane relativamente umide (pascoli mesofili), fioriscono l'orchidea sambucina (Dactylorhiza sambucina), la genziana maggiore (Gentiana lutea), il narciso dei poeti (Narcissus poeticus), l'asfodelo bianco (Asphodelum album), lo zafferano maggiore e quello alpino (Crocus vernus e C. albiflorus), la viola d'Eugenia (Viola eugeniae), specie endemica dell'Appennino centrale, il nontiscordardimé (Myosotis sylvatica), la genziana verna (Gentiana verna), il cipollaccio (Gagea villosa) e varie specie di ranuncoli gialli (Ranunculus spp.). Altri fiori, tipici di boschi e radure, ricordano l'origine "secondaria" delle praterie montane; tra questi citiamo il giglio martagone (Lilium martagon), il giglio rosso (Lilium bulbiferum subsp. croceum), sottospecie esclusiva dell'Appennino, la peonia officinale (Paeonia officinalis) e la graziosa scilla (Scilla bifolia). Nei settori dei Piani di Castelluccio in cui permangono condizioni di accentuata umidità per gran parte dell'anno, come nei pressi del fosso dei Mergani, i prati sono dominati da graminacee igrofile e in parte acidofile, come il nardo pungente (Nardus stricta) o i cappellini delle torbiere (Agrostis canina): in questi ambienti vegetano diverse specie di carici, tra cui si ricordano Carex buxbaumiiCarex disticha, per le quali il Piano Grande rappresentava fino a pochi anni fa l'unica stazione conosciuta rispettivamente nell'Appennino e in Italia, oggi segnalate anche in Trentino, Abruzzo e Lazio. Tra le piante tipiche dei prati umidi presenti sui Monti Sibillini ricordiamo, infine, l'erioforo a foglie larghe (Eriophorum latifolium), una ciperacea rinvenuta nei dintorni di Montegallo. Molto note sono le spettacolari fioriture che, tra giugno e luglio, caratterizzano i campi coltivati, soprattutto a lenticchia, dei piani di Castelluccio; tali fioriture sono prodotte da piante “infestanti” quali la senape selvatica (Sinapis arvensis), il papavero (Papaver rhoeas), la camomilla bastarda (Anthemis arvensis), il leucantemo (Leucanthemum vulgare) e il fiordaliso dei campi (Cyanus segetum).

La fauna di questi ambienti annovera specie di particolare interesse conservazionistico, come il lupo, presente sui Sibillini con circa 30 individui, l'aquila reale, presente con 4 coppie riproduttive, il falco pellegrino, il lanario, la starna e il corvo imperiale; comune è la lepre mentre il cervo, reintrodotto dal Parco a partire dal 2005 (Calò C.M. e Dell'Orso M., 2007), è in fase di espansione numerica e territoriale; nelle faggete vivono anche roditori tra cui lo scoiattolo e il ghiro, nonché il cerambicide Rosalia alpina.

Oltre il limite delle faggete, che sui Sibillini si trova intorno ai 1.700-1.800 metri, gli ambienti subalpini d'alta montagna sono caratterizzati da ghiaioni, creste, pareti rocciose e praterie primarie. Le piante legnose, che alle quote più alte presentano forme arbustive o prostrate, riescono a spingersi poco oltre i 2.000 metri di quota, occupando una fascia denominata, appunto, degli "arbusti contorti", che, tuttavia, in seguito all'intenso utilizzo dei pascoli da parte dell'uomo, è pressoché scomparsa. Qua e là ne rimane però ancora traccia, intuibile dalla presenza di sparuti esemplari di ginepro nano (Juniperus communis subsp. nana) di uva ursina (Arctostaphilos uva-ursi) e di mirtillo nero (Vaccinium myrtillus), mentre il pino mugo (Pinus mugo) è completamente scomparso in tempi storici ed è stato reintrodotto dal Parco nel 1999 nella Valle dell'Ambro. Oltre i 2.000-2.100 m le praterie primarie, soprattutto dove il suolo è poco profondo, sono dominate dalla graminacea sesleria appenninica (Sesleria juncifolia) e dalla Cyperacea Carex kitaibeliana, e sono ricche di specie orofile, tra cui la silene a cuscinetto (Silene acaulis), le genziane (Gentiana spp.), l'astro alpino (Aster alpinus), il camedrio alpino (Dryas octopetala), la stella alpina dell'Appennino (Leontopodium nivale), la pulsatilla alpina (Pulsatilla alpina), la campanula graminifolia (Edraianthus graminifolium), la sassifraga a foglie opposte (Saxifraga oppositifolia subsp. speciosa) e diverse primulacee, tra cui l'androsace dell'Appennino (Androsace villosa). Laddove il suolo è più profondo e maturo le praterie primarie sono più compatte e dominate dalle graminacee Festuca violacea e Nardus stricta, che si associa ad altre specie, tra cui il trifoglio di Thal (Trifolium thalii) che risulta particolarmente appetibile agli animali erbivori, sia domestici che selvatici. Nelle vallecole in cui la neve permane più a lungo, dette "vallette nivali", possono essere rinvenuti, oltre alle due graminacee appena citate, rari salici erbacei (Salix herbacea e S. retusa). Nei versanti più instabili, invece, cresce la Festuca dimorpha, localmente chiamata "pettenaccio", mentre i ghiaioni vengono in parte stabilizzati dalle radici profonde dell'isatide di Allioni (Isatis allionii), del raro papavero giallo dell'Appennino (Papaver alpinum ernesti-mayeri) e della radicchiella dei ghiaioni (Crepis pygmaea). Sulle creste e le pareti rocciose, infine, vegetano il genepì dell'Appennino (Artemisia petrosa subsp. eriantha), l'adonide curvata (Adonis distorta), i semprevivi (Sempervivum aracnoideum e S. tectorum), gli "spaccasassi" (Saxifraga australis, S. porophilla e S. italica) e alcune campanule, tra le quali la campanula di Tanfani (Campanula tanfanii) e quella appenninica (C. apennina).

Tra le specie faunistiche di maggiore interesse tipiche degli ambienti alto-montani si ricordano la coturnice, il gracchio alpino e quello corallino, il fringuello alpino, il sordono, lo spioncello e il picchio muraiolo. Tra gli invertebrati, particolare interesse rivestono il lepidottero Parnassius apollo e i crostacei anostraci Chirocephalus marchesonii e Chirocephalus sibyllae, rispettivamente endemici del lago di Pilato e del laghetto di Palazzo Borghese. Dal 2008, negli ambienti rupestri d'alta montagna è tornato a vivere il camoscio appenninico (Rupicapra pyrenaica ornata), grazie al programma di reintroduzione realizzato dal Parco insieme alle altre aree protette centroappenniniche, anche nell'ambito di due progetti Life Natura. I ghiaioni altomontani e subalpini e, in particolare, quelli della valle del Lago di Pilato sono anche l’habitat dell’arvicola delle nevi (Chionomys nivalis), piccolo roditore la cui presenza è stata accertata nel 2014.

Gli ambienti, e con essi la biodiversità dei Monti Sibillini, hanno nel corso dei millenni seguito le sorti del resto dell'Appennino centrale legate non solo ai cambiamenti climatici ma anche, soprattutto negli ultimi secoli, alle attività umane e, in particolare, a quelle agro-silvo-pastorali (Manzi A., 2012). Le attività agro-silvo-pastorali “tradizionali” hanno così modellato e caratterizzato gli ambienti e i paesaggi di questi monti, arricchendoli talvolta di elementi di rilevante valore; diversi habitat di importanza comunitaria prioritari, come ad esempio il 6210 (*) denominato “Formazioni erbose secche seminaturali e facies coperte da cespugli su substrato calcareo (Festuco-Brometalia) (*stupenda fioritura di orchidee)”, sono di origine secondaria, così come legati alle attività agro-silvo-pastorali sono alcuni tra i paesaggi più noti dei Sibillini, come i piani di Castelluccio, le cui spettacolari fioriture interessano i campi coltivati, e le Marcite di Norcia. Molte specie ornitiche, anche di importanza comunitaria, come la tottavilla, l'averla piccola, la starna, il succiacapre, la coturnice, il gracchio corallino e l'aquila reale sono legate, per la nidificazione o l'alimentazione, agli ambienti aperti ed ecotonali di origine antropica e alle attività agricole e zootecniche.

RETE NATURA 2000

Il territorio del Parco Nazionale dei Monti Sibillini comprende, in parte o interamente,18 zone speciali di conservazione (ZSC) e 5 zone di protezione speciale (ZPS), istituite ai sensi del D.P.R. n. 357/1997 e s.m.i. (Regolamento di attuazione della direttiva "Habitat" 92/43/CEE) ai fini della salvaguardia della biodiversità mediante la conservazione degli habitat naturali e delle specie della flora e della fauna di interesse comunitario indicati dallo stesso Regolamento. Tali aree dovranno costituire le zone speciali di conservazione per la costituzione della rete ecologica europea denominata “Natura 2000”.

 PROGETTI DI GESTIONE E CONSERVAZIONE DELLA FAUNA

Nell'ambito delle proprie competenze e finalità istituzionali, il Parco Nazionale dei Monti Sibillini attua importanti progetti di gestione e conservazione della fauna. Tra questi ricordiamo:

  • Atlante erpetologico del P.N.M.S. (2006-2009);
  • Atlante ornitologico del P.N.M.S. (2002);
  • Carta ittica del P.N.M.S. (2000);
  • Censimento della coturnice nel P.N.M.S. (2009);
  • Censimento della coturnice (Alectoris graeca orlandoi) nel Parco Nazionale dei monti Sibillini (2009 e 2014-2015)
  • Indagine sui rapaci diurni d’interesse comunitario nel P.N.M.S.: specie migratrici e specie rupicole nidificanti (2012-2014);
  • Indagine sulla presenza dell’arvicola delle nevi (Chionomys nivalis) nel Parco nazionale dei Monti Sibillini (2014);
  • Localizzazione, consistenza numerica e tipizzazione genomica delle brigate di starna (Perdix perdix) nel P.N.M.S. (2004);
  • Localizzazione e consistenza numerica della starna nel P.N.M.S. (2009);
  • Misure urgenti per la salvaguardia del gambero di fiume (2013);
  • Monitoraggio della biodiversità forestale (2014-2015);
  • Monitoraggio del Lupo (2002-2011);
  • Piani di gestione del cinghiale e di monitoraggio del capriolo (1998 - 2014);
  • Piano triennale di monitoraggio del Lupo nel Parco Nazionale dei Monti Sibillini (2013-2015);
  • Presenza, distribuzione e aspetti ecologici di mammiferi rari e localizzati nel Parco Nazionale dei Monti Sibillini (Microchiroptera, Felis silvestris silvestris e Martes martes) (2012-2014);
  • Progetto di recupero della trota mediterranea (2009-2010);
  • Progetto LIFE Conservazione di Rupicapra pyrenaica ornata nell’Appennino centrale (2002);
  • Progetto LIFE "coornata" Development of coordinated protection measures for Apennine Chamois (Rupicapra pyrenaica ornata)” (2011-2014);
  • Progetto LIFE "Ex-Tra" improving the conditions for large carnivore conservation: a transfer of best practices (2010 - 2012);
  • Progetto Wolfnet2.0;
  • Progetto Life +TROTA Trout population RecOvery in central iTAly;
  • Programma di reintroduzione del camoscio appenninico nel P.N.M.S. (2008-2010);
  • Programma di reintroduzione del cervo (Cervus elaphus L.) nel P.N.M.S. (2005-2009);
  • Studio della coturnice (Alectoris graeca) mediante radio-tracking nel P.N.M.S. (2000-2001);

Gli interventi di controllo mediante prelievo selettivo riguardano esclusivamente il cinghiale. Gli unici interventi di reintroduzione attuati dal Parco hanno riguardato soltanto il cervo e il camoscio appenninico, mentre quelli di ripopolamento solo la trota mediterranea.

 

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#IL LAGO DI PILATO: UN GIOIELLO DELLA NATURAIL LAGO DI PILATO: UN GIOIELLO DELLA NATURA

di Alfredo Fermanelli e Maria Gaetana Barelli

LAGO DI PILATO

Il Lago di Pilato, ubicato a 1.941 metri di altitudine in una conca formata da detriti di falda nella parte alta e da materiale morenico del Quaternario più in basso, è dominato dalle imponenti cime calcaree dello Scoglio del Lago (m 2.448), della Punta di Prato Pulito (m 2.373) e del Monte Vettore (m 2.476). Di origine carsico-glaciale, deve il suo nome ad una famosa leggenda secondo la quale Pilato, prima di morire, chiese all’Imperatore che il suo cadavere, posto su un carro trascinato da bufali, fosse lasciato in balia della sorte. Fu così che gli animali, dopo un’avventurosa corsa, giunti sui Sibillini, si tuffarono nelle acque del lago con il corpo di Pilato che scomparve, per sempre, nelle viscere lacustri.

Il valore naturalistico dell’area è però determinato dalla presenza di una vegetazione di alta quota assai delicata, e sensibile anche al semplice calpestio (soprattutto quella che cresce lungo i ghiaioni). In particolare, fra le specie presenti ricordiamo il camedrio alpino, un piccolo suffrutice strisciante caratterizzato da fiori bianchi divisi in otto elementi, la bellissima genziana delle nevi, la stella alpina dell’Appennino che si distingue da quella delle Alpi perché più bassa e tomentosa, la silene alpina che forma pulvini coloratissimi, il salice erbaceo che si sviluppa prostrato al terreno così da potersi meglio difendere dalle difficili condizioni ambientali, e che pertanto può essere definito come il più piccolo albero del mondo e infine il papavero giallo dell’Appennino, caratteristico per i grandi fiori gialli.

Nell’area è poi possibile osservare il fringuello alpino, caratterizzato da ali macchiate di bianco, il gheppio, interessante rapace che vola sui prati fermandosi spesso in posizione di stallo (volo spirito santo), così da poter individuare meglio i piccoli mammiferi od insetti di cui si nutre, i gracchi, ecc..

Il Lago di Pilato rappresenta poi, di per se stesso, un vero e proprio scrigno di tesori, infatti, oltre ad una vegetazione algale assai interessante, fra cui si può osservare nuotare un piccolo ditiscide nero, di origine boreo-alpina e denominato Agabus solieri kiensenwetteri, qui si rinviene anche il raro chirocefalo del Marchesoni.

ALLA SCOPERTA DI UNA SPECIE UNICA AL MONDO

Il Chirocefalo è un piccolo crostaceo dal caratteristico colore rosso corallo, endemico (ovvero in tutto il mondo, si trova unicamente in questa località) del Lago di Pilato. Singolare è la sua posizione di nuoto, si muove infatti con la superficie ventrale del corpo rivolta verso l’alto (comportamento derivante dall’attrazione della luce solare). La specie, che è a sessi separati, può raggiungere una taglia compresa fra i 9 ed i 12 mm. Nel maschio, a livello della regione genitale, si osservano due peni estroflessibili, mentre nella femmina si osserva una dilatazione sacciforme, detta sacco ovigere, destinata a custodire le uova fino al momento della deposizione. L’uovo appena deposto ha un diametro di 0,43 mm ed è comunemente denominato cisti, in quanto contiene un embrione (bloccato allo stadio di gastrula) che può riprendere lo sviluppo non appena le condizioni ambientali tornano ad essere favorevoli (la successiva primavera-estate). Dall’uovo schiude una larva, il naupilius, che, dopo aver attraversato una serie di stadi di sviluppo (metanaupliari) si trasforma nell’adulto. Tale strategia di deposizione ha rappresentato e rappresenta l’unica possibilità di conservazione della specie in un ambiente così imprevedibile, caratterizzato da variazioni stagionali estreme che hanno addirittura portato, in alcuni anni, al completo disseccamento del piccolo bacino lacustre.

LA TUTELA DEL LAGO E DELLA VALLE DI PILATO

Al fine di salvaguardare per le future generazioni questo patrimonio unico, il Parco Nazionale dei Monti Sibillini e il Comune di Montemonaco hanno avviato, nell’ambito di un programma di finanziamenti dell’Unione Europea (Obiettivo 5B) un attento piano di valorizzazione dell’ambiente; ciò con l’obiettivo di favorire anche la nascita di attività economiche locali e nel contempo ridurre l’impatto che una fruizione turistica eccessiva e non organizzata potrebbe creare in una zona così delicata. Infatti la presenza di un numero spesso elevato di persone, il calpestio continuo delle sponde dove il Chirocefalo depone le uova, l’abbandono di rifiuti o il lancio di pietre nel lago, le corse in discesa lungo i ghiaioni, che provocano la distruzione della fragile vegetazione, il disturbo provocato da urla e grida di escursionisti poco rispettosi della presenta di altri visitatori oltre che della fauna, sono tanti fattori di cui oggi, grazie anche a questa operazione, ciascuno è chiamato a farsi carico.

COME VISITARE IL LAGO DI PILATO RISPETTANDO L'AMBIENTE

Qui di seguito sono riportate sette semplici regole da seguire per una escursione da fare all’insegna della protezione dall’ambiente, nella convinzione che ciascuno ha il compito di preservare i beni straordinari del Parco Nazionale dei Monti Sibillini.

1 - non scendere lungo i ghiaioni

2 - riportare i rifiuti a valle e depositarli negli appositi contenitori

3 - non lanciare pietre nelle acque del lago

4 - non avvicinarsi alle sue sponde

5 - non abbandonare i sentieri esistenti

6 - non raccogliere i fiori

7 - non urlare o provocare rumori se non per motivi di assistenza o pericolo.

Al Lago di Pilato, nel periodo estivo, sono presenti le Guide del Parco incaricate di effettuare monitoraggi turistico-ambientali, alle quali ciascuno può rivolgersi anche per chiedere assistenza o informazioni.