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PIANETA ANIMALI  a cura di Monica Nocciolini
PIANETA ANIMALI - N° 119
22/12/2020

di Monica Nocciolini



UN PONY PER AMICO

DOMESTICI - Pony bambinaChi non l’ha sognato? Impossibile? No. Complesso sì però, perché, benché in miniatura – sono classificati come pony i cavalli più bassi di 151 centimetri – come tutti gli equini ha bisogno di tempo e di spazio. Il Ministero della Salute detta in merito norme precise, per di più raccolte in un unico Codice per la tutela e la gestione degli equidi che si accompagna a una Carta etica per la tutela del cavallo. E il pony lo è a tutti gli effetti, con le medesime esigenze pratiche ed etologiche dei suoi cugini spilungoni.

Iniziando a monte della decisione di accogliere un pony, bisognerà intanto attrezzargli lo spazio adatto. Tanto spazio. Quello esterno, recintato secondo standard specifici, deve essere di almeno 2mila metri quadrati, l’equivalente di mezzo acro. Anche no al terreno argilloso – la melma può far perdere gli zoccoli alla bestiola – bene invece il prato o i suoli sabbiosi. E poi serve un paddock, ovvero il riparo dove il cavallo possa dormire, mangiare e rinfrescarsi sottraendosi al sole che proprio non gli piace. Se va edificato dal nulla, andranno chiesti i permessi in Comune, ente che va comunque informato dell’intenzione di acquisire un pony. Servono infatti sia l’autorizzazione dell’azienda sanitaria di zona, sia quella dell’ente territoriale dove il nuovo ospite prenderà la sua residenza. Risolta la questione location e burocrazie, c’è da scegliere il quattro zoccoli. Per orientarsi vale il motto “vecchio cavallo per giovane cavaliere”. L’età matura avrà accresciuto nell’esemplare pazienza e competenza relazionale. In più, accogliendo un pony adulto, si potrà sceglierne uno in difficoltà o in abbandono e offrirgli così una nuova occasione di serenità e amore. Tanto amore, perché se il pony implica costi di gestione piuttosto contenuti tra fieno, routine vaccinali e controlli veterinari periodici, richiede invece un accudimento di due o tre ore al giorno sempre. Non ci sono eccezioni.

Strigliatura e pulizie dovranno essere impeccabili onde evitare batteri e parassiti. L’acqua dovrà sempre essere a disposizione in abbondanza, mentre per il cibo le linee guida ministeriali consigliano di somministrare moderate quantità più volte al giorno, con razioni equilibrate nella composizione tra erba, fieno, insilato e mangimi. Il prato può costituire un’integrazione nutrizionale perfetta quanto a minerali e fibre. Oltre a queste cure di base, però, il cavallo va tenuto in forma e stimolato. Soprattutto, va amato.

Gli equidi sono animali sociali. Per il loro benessere la relazione solida con chi li adotta è fondamentale. Tuttavia, dato che in natura vivono in branchi, dovrebbero sempre poter interagire con membri della loro specie. Se non si può procedere a un’adozione di coppia, apprezzeranno anche un animale di un’altra specie come compagno, sempre con estrema attenzione nel processo di inserimento e alle compatibilità caratteriali. Ciò vale anche con le persone: mai comprare un pony alla cieca. Come in ogni amicizia, conoscersi è fondamentale. Scegliersi, poi, diverrà naturale.

 

UNA CASETTA PICCOLINA...

SELVATICI - semi e casettaUna casetta piccolina non in Canadà, come intonava Latilla, ma sul balcone di casa, sulla soglia della finestra o in giardino: si scrive bird gardening e si legge solidarietà agli uccellini messi in difficoltà dai rigori dell’inverno. L’uso di metter loro a disposizione un riparo magari stipato di sementi è di origine anglosassone ma ormai “mette becco” anche in Italia. Perché se i selvatici non vanno toccati, si possono però sempre aiutare. Questo è un modo adatto anche in città.

Merli, pettirossi ma anche scriccioli, cince o fringuelli trascorrono la stagione fredda nei nostri cieli, chi perché non migra e chi scendendo da latitudini più a nord dove le temperature sono ancor più severe. Pur dotati di piumaggi che li proteggono dal freddo, certo non ne godono. Per di più ci sono le piogge, e trovare cibo è spesso un azzardo. Ecco allora che si può dar loro una mano collocando anche semplicemente sul terrazzino una casetta di legno con finestrella d’accesso, magari da costruire in famiglia durante un attacco di bricolage nelle lunghe serate autunnali. Lì l’uccellino si potrà riparare, ma gradirà trovare semini e granaglie, fiocchi d’avena, bacche e crusca. Se non si desiderano inquilini stabili, sarà invece sufficiente collocare delle ciotole su una superficie coperta (per evitare che il cibo si deteriori in caso di pioggia) e rialzata (così da scoraggiare gli insetti). L’essenziale è che gli uccelli possano accedervi indisturbati, senza che al loro arrivo ci si avvicini a loro. Amarli significa non addomesticarli.

 

IL CAPELLONE CHE VIENE DAL TIBET

REDDITO - YakMandria sì, ma di capelloni. Sono gli yak, bovini dell’Asia centrale e in particolare del Tibet, dove rappresentano risorsa indispensabile per l’uomo a quelle rigide temperature. Latte e formaggio, carni e pelliccia ma anche aiuto per trasportare beni e materiali. E in Italia? A introdurne alcuni esemplari, poi moltiplicatisi, fu già nel 1985 Reinhold Messner. Rimasto affascinato da questi animali resistenti e maestosi durante le sue epiche scalate, ne importò alcuni prima a Solda, sullo Stelvio, e poi a Valle di Cadore. Li guida in transumanza, e le loro carni sono servite in ristori dedicati.

La diffusione di yak anche lungo la dorsale appenninica è più tarda, successiva al progetto ministeriale di inserimento della specie del 2005 che ne ha facilitato l’arrivo al di sopra dei 1.300 metri di quota. Così nuclei di questi spettacolari bovini, il cui vello può arrivare a 30 centimetri di lunghezza, sono ad esempio tanto nel Teramano quanto nel Modenese, alle Piane di Mocogno dove una famigliola fa parte dell’Oasi locale in funzione di attrattore turistico.

Tuttavia l’attitudine più apprezzata dello yak nel nostro Paese è quella di servitù delle greggi. Questo bovino è infatti “di bocca buona”, e si nutre anche di arbusti che ovini e mucche non gradiscono. Lo yak funge un po’ da spazzino, consentendo al pascolo di rigenerarsi con vigore. Proprio per la sua golosità, nel 2009 in Veneto una comunità di yak è stata inserita al limitare della foresta del Cansiglio per contrastare l’avanzata dei boschi, pulire il sottobosco e arginare il rischio di incendi. Un vero tuttofare.