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PIANETA ANIMALI  a cura di Monica Nocciolini
PIANETA ANIMALI - N° 118
12/10/2020


REDDITO - Unick e Pasquale Dedda 2

UN PASTAIO CHIAMATO CAVALLO

Lui è Unick, uno stallone da tiro francese. Il suo "socio" è Pasquale Dedda, che lo ha adottato salvandolo dal macello grazie al progetto Save The Working Horse. La linea di vernice verde con cui il cavallo è stato segnato e sottratto alla morte è divenuta anche il nastro ideale che ha legato Unick e Pasquale. Nell’azienda agricola di famiglia a Carapelle – pieno Tavoliere delle Puglie – l’uomo e il cavallo ogni giorno portano avanti la loro coltivazione di grani antichi. Poi li trasformano in pasta, ottenendo le farine nel loro mulino artigianale di legno con macina in pietra vulcanica dell’Etna.
In azienda l’uomo è il titolare, ma è il cavallo che comanda davvero. Unick detta i tempi. I ritmi. Le sessioni di lavoro non durano più di tre o quattro ore, inframmezzate da pause con spuntini e carezze che Unick accetta con nobiltà. È un animale talmente docile che Pasquale ha scelto di continuare a parlargli in francese, la sua lingua dolce quanto lui, imparando le parole giuste. Il legame arriva fin nel packaging del Pastificio Dedda in cui compare una linea verde, il segno della vita risparmiata di Unick. E poi la scritta: La pasta a cavallo.
Tutto il ciclo produttivo è a impatto zero. In punta di piedi e zoccoli, si direbbe: "Volevo realizzare il sogno dell’armonia – racconta Pasquale – e con Unick ci stiamo riuscendo". Con tecniche preindustriali, da ormai due anni coltivano grani speciali come il Senatore Cappelli e il Saragolla, tanto gusto e poco glutine. Tutto solo a trazione animale. Quella di Unick, sette quintali e mezzo di cavallo, certo più leggero di qualunque trattore. La terra respira di tanto rispetto. Il suolo calpestato il minimo indispensabile, la macina studiata per evitare la corrosione e quindi impurità nelle farine, il logo immaginato coinvolgendo gli studenti dell’Accademia di Belle Arti attraverso una borsa di studio.
Di questa storia Unick è protagonista. "E pensare che all’inizio ne ero intimorito", racconta Pasquale che prima del suo francesone non aveva mai toccato un cavallo. "L’ho voluto – racconta – l’ho cercato, l’ho aspettato. Poi l’ho ‘imparato’ con l’aiuto dei professionisti e ho atteso i suoi tempi di fiducia. Un giorno ha poggiato la sua fronte sulla mia. Era un cavallo senza più dignità, oggi invece ogni mattina è contento di uscire nei campi insieme. A volte non si vorrebbe fermare, sono io che lo interrompo affinché non si sforzi. Perché poi non c’è mica solo il lavoro: giochiamo nel tondino e in libertà, ci teniamo in forma insieme… tra amici ci sono tante cose da fare!" Anche le scaramanzie: "Ogni anno, prima della semina, pratichiamo il taglio della coda. Una ventina di centimetri in meno – spiega Pasquale – per un rituale che al propiziatorio abbina la funzione di migliorare gli attacchi. Io lo conservo, quel crine. Sono in cerca di un artigiano locale che lo trasformi in pennelli da barba. Giusto un paio, con l’annata impressa sul legno. Per ringraziare Unick".

 

DOMESTICI - Cane selfie

PET-SELFIE

Tutti a terra! No, nessun attentato. Solo l’accorgimento principe per ottenere il selfie perfetto con il proprio cane o gatto. Chi ci ha provato per tutta l’estate lo sa: quando la lucertola che sfila sotto i baffi e quando il rumore di stoviglie dalla cucina, ogni motivo è buono per mancare lo scatto collezionando code, punte d’orecchio o anonime tessere di pelo. Che fare? I trucchi ci sono. Il primo è appunto mettersi alla loro altezza. È fondamentale per far sentire i pet a loro agio, ma anche per ottenere un’inquadratura efficace.
I più piccini – dai criceti ai cani da grembo passando per iguane, coniglietti e gatti consenzienti – possono esser presi in braccio, sacrificando l’originalità del risultato alla certezza di evitare le terga. Taglie grandi, foto-problemi grandi. Se coi gatti val la pena ostentare attenzione, così che inizino ad esibirsi nel gioco offrendo momenti simpatici, per ottenere espressioni da Oscar dal cane è utile sventolargli davanti balocchi o biscottini. Un cane a pancia vuota regalerà lo sguardo a cuoricino dei sogni. Smartphone o macchina fotografica? Con quest’ultima lo scatto è istantaneo, mentre col telefonino tra il comando e la cattura dell’immagine trascorre qualche attimo. In quel caso o si scatta a ripetizione per poi scegliere la foto migliore, o si conta sulla conoscenza dell’amico a quattro zampe prevedendone azioni e reazioni così da fare "click" un nanosecondo prima.

 

SELVATICI - Tarlo, superficie infestata 1

TARLO: CHI ERA COSTUI?

L’idea fissa nella testa, i forellini nel mobilio… ma chi è il tarlo? E come è arrivato nel comò della prozia esibito in salotto? Beh: volando e scavando. Sì perché il nemico pubblico numero uno dei mobili antichi è un insetto xylofago, ovvero che si nutre di legno, dell’ordine dei coleotteri. Piccolissimo, si insinua nelle microfessure del legno e vi depone le uova di norma tra maggio e giugno, anche se il calduccio di casa può influenzare le stagionalità. Il guaio inizia lì, con le larve golosissime, voraci e veloci nello scavare gallerie portentose per un esserino che da adulto non supera i 3-4 millimetri di lunghezza. Fermarle non è semplice. Per di più, se l’adulto ha un ciclo di vita relativamente breve e pari a qualche settimana, lo stadio larvale si prolunga invece anche per anni. Anni di rosicchiamento furibondo. Solo dopo la larva si trasforma in pupa e si riavvicina alla superficie, pronta per forarla e spiccare il volo in cerca di nuovo legno stagionato in cui nidificare ancora. I buchi si chiamano proprio fori di sfarfallamento. Due i tipi principali di tarlo, che si differenziano anche per gusti alimentari: l’anobide predilige infatti un menu a base di pezzi d’antiquariato, mentre il cerambicide si nutre più volentieri delle travi dei soffitti. Oppure dei parquet. Ovvio: quest’ultimo oltre che dannoso è anche pericoloso per la stabilità degli elementi infestati. Bisogna chiedere aiuto in fretta.