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GAIA di Fulco Pratesi
STORIE DI ORSI
16/12/2019


DISEGNO A
Con gli orsi bruni ho una certa dimestichezza da quando, a 29 anni, trovandomi a caccia nell’Anatolia turca, passò a pochi metri da me un’orsa con tre cuccioli. Una visione taumaturgica che mi indusse a cambiar vita.

Iniziai subito a interessarmi alle vicende degli orsi più vicini a me, quelli d’Abruzzo. Mi battei per anni in loro difesa, prima con il WWF che avevo fondato, poi con il Parco Nazionale d’Abruzzo del quale, con alterne vicende, fui Presidente.

Ma in quegli anni, oltre a quella marsicana, più o meno protetta nel Parco Nazionale, un'altra popolazione ursina si trovava in pericolo di estinzione. L’ultimo orso bruno delle Alpi, al di fuori del Trentino, venne ucciso nel 1902 nei pressi di Bormio in Valtellina, dove, secondo lo zoologo Renato Perlini, dal 1873 al 1879 ne furono eliminati 49: 30 maschi e 19 femmine.

Nel resto della catena alpina, grazie anche ai premi assegnati agli uccisori e alle taglie decretate sulle loro teste, i miti plantigradi vennero eliminati tranne che nella Provincia di Trento, fino al 1918 facente parte dell’Impero austroungarico.

Nel libro “L’Orso bruno nella Venezia Tridentina” di Guido Castelli del 1935, in cui sono registrate le uccisioni di orsi, dal 1764 al 1935 si hanno dati certi dell’uccisione di 190 esemplari. Nel 1905 ne fu abbattuto uno di 200 kg sul Brenta. “Alle 3 pomeridiane i cacciatori, carichi della gloriosa preda, facevano il loro trionfale ingresso in paese (Molveno n.d.r.) tra gli applausi dei numerosi contadini accorsi ad ammirare la bella bestia”.

Ancora nel 1911, alcuni cacciatori che avevano ucciso un’orsa e tre orsacchiotti ricevettero la taglia fissata in 140 corone, "ma a Cles, ove le prede furono portate per riscuotere la taglia, si ebbe disapprovazione per l’uccisione dei piccoli." Un primo segnale di resipiscenza che portò nel 1939, grazie all’azione del senatore Giangiacomo Gallarati Scotti e dei naturalisti locali, al divieto di uccidere l’orso in tutta Italia.

Ma nonostante questo - come scrive il professor Franco Pedrotti che ha proseguito l’opera del Castelli - dal 1935 al 1971, 36 anni, vennero uccisi almeno altri 29 esemplari.

A causa del bracconaggio, dei veleni e di altre minacce, malgrado l’azione delle associazioni ambientaliste, WWF, CAI, Italia Nostra, e tre tentativi falliti di reintroduzione con esemplari provenienti da zoo e collezioni, nel 1988, anno di istituzione del Parco Naturale Adamello Brenta, tutti gli orsi delle Alpi trentine erano ridotti a soli 2 o 3 individui.

È nel 1996 che il Parco Naturale Adamello Brenta ha ottenuto dall’Unione EuropeaDISEGNO B unfinanziamento Life per salvare la presenza dell’orso sulle Alpi grazie all’introduzione di esemplari provenienti dalla Slovenia. Oggi, grazie al confortante successo di questa iniziativa della Provincia Autonoma di Trento e degli ambientalisti, gli orsi bruni delle Alpi hanno riconquistato il loro storico areale con una popolazione di circa 50 esemplari, pressappoco quella degli orsi marsicani dell’Appennino centrale. Un successo di cui l’Italia può andare fiera.