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GAIA di Fulco Pratesi
STORIE DI BRACCONAGGIO
12/10/2020


FOTO 1Credo che non esista, nel mondo civile, un fenomeno comparabile al bracconaggio contro i piccoli uccelli migratori che si svolge lungo il Mediterraneo, dall’Italia ai Balcani, al Libano, Cipro e altri luoghi in cui i migratori passano due volte all’anno, dai luoghi di nidificazione in nord Europa a quelli di svernamento in nord Africa. Per cercare di contrastare questo fenomeno, negli anni della mia gioventù organizzavo in primavera, con giovani amici del WWF appassionati ornitologi, dei campi di lavoro nelle isole Pontine. A Palmarola (allora quasi disabitata), dormivamo nelle grotte della costa e cercavamo di contrastare i bracconieri che arrivavano con le barche dall’isola di Ponza e sparavano a upupe, rigogoli, quaglie e tortore, pure a caccia chiusa. L’isola di Ventotene allora era, come oggi, un punto d’approdo frequentatissimo dagli uccelli che arrivavano esausti dalle coste maghrebine in primavera. Un fenomeno anche oggi in corso sull’isola che è ora completamente protetta e sede di un centro di studi ornitologici legati alle migrazioni. Allora, per un uccello che approdava all’Isola, la sorte era quasi sempre infausta. Oltre ai fucili, soprattutto di cacciatori provenienti dal continente, erano all’opera centinaia di trappole, dalle piccole tagliole a molla vendute per la lotta ai topi, a delle ingegnose “schiacce” costruite con pale di fico d’India che riuscivano a catturare tanti piccoli uccelli, usati nel passato per integrare diete locali poco ricche di proteine animali, a parte i prodotti del mare e le famose lenticchie. Ma la passione illegale per la caccia dei piccoli uccelli, più che in primavera nei luoghi costieri, si esplica, anche oggi, nella vallate alpine soprattutto nel Veneto e nelle Province di Bergamo e Brescia, dove in autunno stormi di piccoli uccelli e di turdidi sono obbligati a passare per scendere nelle pianure della Val Padana. E lì trovano insidie di ogni tipo, tutte oggi fortunatamente vietate, usate anche da insospettabili bracconieri di ogni età.

Così come nello Stretto di Messina e nelle isole, in cui volontari del WWF, della LIPU e di altre associazioni ecologiste operano al fianco di Carabinieri forestali nelle attività di antibracconaggio, anche sulle Prealpi le operazioni di controllo, denuncia e repressione sono in certi mesi continuamente in atto contro reti di nylon, richiami elettronici, bacchette intrise dell’ appiccicoso e crudele vischio, tagliole e altre diavolerie organizzate ai danni di peppole, frosoni, tordi, fringuelli e altri destinati sia a rifornire il mercato dei richiami da tenere in gabbia per attirare prede a tiro di fucile, sia morti destinati alla vietata leccornia della “Polenta e osei”. Una pietanza proibita, oggi rifornita dalle escursioni venatorie di cacciatori italiani nei Paesi dell’Europa orientale, dai quali tornano con migliaia di piccoli volatili protetti.

Fortunatamente la cooperazione dei carabinieri forestali con le guardie volontarie del WWF e di altre associazioni ecologiste sta portando ad un controllo sempre più capillare ed efficace contro coloro che attentano ad una biodiversità già colpita da altre gravi minacce.