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GAIA di Fulco Pratesi
PAPPAGALLINI ROMANI
07/04/2020
 


IMG_0537Quando remavo sul Tevere all’Acqua Acetosa mi capitava a volte di osservare delle piccole cocorite (pappagallini ondulati australiani), sfuggite alla gabbia, che svolazzavano tra i salici. Poi, per anni, di questi uccelli esotici non ne vidi più, tranne uno di essi, bianco, che si nutriva dei frutti di un fico secolare nel giardino del Convento di Santa Maria, oggi della Camera dei Deputati in Vicolo Valdina.

Fino a che, negli anni Novanta, cominciarono a vedersi due nuovi “clandestini” tropicali: il sudamericano parrocchetto monaco (Myiopsitta monachus) dal becco giallo, e l’asiatico parrocchetto dal collare (Psittacula krameri) dal becco rosso.

Mentre sapevo della colonia del parrocchetto monaco nel parco romano della Caffarella, mi stupì di vedere, il 24 ottobre 1999, uno di questi uccelli piluccare i semi dal frutto a pon-pon di un platano in via Angelo Emo nel quartiere Prati. Ne scrissi sul Corriere della Sera e dopo due giorni ricevetti una lettera dal mio amico, il marchese Giulio Sacchetti, dignitario laico del Vaticano, che mi confermò come quei pappagallini nidificassero da 2 o 3 anni in un annoso cedro dei Giardini Vaticani. In seguito gli stessi uccelli si insediarono anche in un altro cedro secolare all’ingresso del Giardino Zoologico (oggi Bioparco). I parrocchetti dal collare - diversamente da quelli sudamericani che nidificano in colonie - allevano le loro nidiate nei fori degli alberi vetusti, sloggiando gli storni e i picchi che in queste cavità si riproducono.

M’interesso da sempre alle abitudini alimentari, soprattutto di quest’ultima specie, più vistosa e chiassosa. La vegetazione (molto spesso esotica) che verdeggia nei parchi e giardini di Roma, offre ai clandestini alati grandi disponibilità di nutrimento.

Così, ho potuto registrare i molti casi in cui questi frugivori volatili riescono a sopperireIMG_0538 alle loro esigenze alimentari. La fruttificazione degli aranci dolci richiama gruppi di parrocchetti indiani nei giardini del Villaggio Olimpico, così come quella di melograni, dei nespoli del Giappone e del ligustro giapponese (le bacche attirano anche piccioni e capinere). Ma, nel campo dei frutti, mai avrei pensato che le coccole dei cipressi (dalle quali i parrocchetti indiani col robusto becco riescono ad estrarre i semi) potessero essere gradite, così come i semi rossi e gelatinosi delle magnolie (che ho anche assaggiato e trovato dolci con un lieve sapore resinoso) e quelli azzurri della vite americana, anch’essi commestibili, però solo quando appassiti e stramaturi.

Le palme delle Canarie, minacciate dal punteruolo rosso, riescono a riprodursi grazie alla diffusione dei semi che i pappagalli, ghiotti dei loro datteri gialli, fanno germogliare inaspettatamente nei vasi dei giardini e dei terrazzi in tutta Roma.