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GAIA di Fulco Pratesi
FOTOTRAPPOLE
18/07/2019


IMG_7449 aLa prima volta che entrai in contatto con questi attrezzi, oggi diventati indispensabili per registrare la presenza di animali selvatici, fu nell’agosto del 1991. Mi trovavo per il WWF nella Riserva naturale Kedrovaja Pad nell’estremo oriente della Siberia, allora Unione Sovietica (fu proprio in quei giorni che il colpo di Stato fece crollare l’URSS) alla ricerca degli ultimi leopardi dell’Amur, il cui numero in quegli anni era salito da 30 a 50, grazie all’azione del direttore Viktor Korkishko. Fu lui che mi mostrò le sue rudimentali macchine fotografiche a cassetta, collegate a fili metallici, con cui riusciva a riprendere non solo i leopardi, ma anche le rarissime tigri siberiane che frequentavano quella meravigliosa foresta ai confini con la Cina e la Corea del nord.

Erano immagini, commoventi per la loro primitiva rustichezza, che davano però l’idea di come fosse possibile riprendere dal vero nel loro habitat due specie così rare ed elusive.

Oggi, con l’aiuto di cellule fotoelettriche e di raggi infrarossi, i ricercatori sono in grado di registrare, senza disturbarli, animali di cui spesso non si sospetta neppure l’esistenza. Tanto per fare un esempio, è con queste tecniche, oramai perfezionatissime,  che alcuni zoologi del Museo Tridentino di Scienze Naturali impegnati in una missione di ricerca sulle montagne della Tanzania, hanno potuto fotografare in natura nel febbraio 2008 per la prima volta una rara antilope di foresta, il cefalofo di Abbott (Cephalophus spadix), e scoprire una nuova specie di mammifero, il toporagno elefante gigante (Rhynchocyon udzungwensis).

Restando in Italia, merito della grande diffusione del fototrappolaggio, è la registrazione di esemplari di lince europea nelle foreste del Trentino e del Friuli Venezia Giulia e della comparsa dello sciacallo dorato proveniente dalla Slovenia nei territori prossimi ai confini con i Balcani.

L’utilità delle fotocamere a raggi infrarossi si è rivelata veramente risolutiva anche nella scoperta dell’arrivo in territorio italiano del cane procione o cane viverrino (Nyctereutes procyonoides), un mammifero che può pesare fino a 9 kg, originario di Giappone, Siberia orientale e Manciuria, introdotto anni addietro negli allevamenti di animali da pelliccia e da decenni in espansione verso occidente.

È infatti con l’aiuto di fototrappole che nel 2005 il ricercatore Stefano Filacorda dell’Università di Udine ha potuto documentare la presenza di alcuni di questi animali in una riserva di caccia di Socchieve in provincia di Udine. Più recentemente, il 3 gennaio 2019, una femmina della specie è stata investita da un’auto sulla superstrada di Mebo in Alto Adige.

Può essere interessante sapere che i colletti di pelliccia in commercio anche da noi provengono da questi animali allevati nel nord Europa (Polonia e Finlandia) e dei quali l’Unione Europea nel luglio 2017 ha vietato l’allevamento e il commercio come specie alloctone potenzialmente invasive.