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GAIA di Fulco Pratesi
COME SALVAMMO IL CERVO SARDO
12/02/2020


RIT_IMG_0431Le origini di questa specie, endemica di Sardegna e Corsica, sono legate solo ai bronzetti nuragici che lo raffigurano a prua di imbarcazioni risalenti all’Età del Bronzo. Questo ha fatto pensare che la provenienza del Cervus elaphus corsicanussia il Nord Africa, anche se i cervi della Tunisia (Cervus elaphus barbarus) presentano caratteristiche diverse.

Diffuso in tutta l’Isola fino al 1900, questo ungulato di dimensioni contenute e un pelame più scuro, ha cominciato a mostrare segni di declino nei decenni successivi, a causa della caccia e del bracconaggio. Già nella Guida della Sardegna del Touring Club del 1918 si poteva leggere: “Il cervo (cerbu se adulto; sulone, se giovane) con le prime corna non ancora ramificate, si incontra nel Tempiese, a Pattada, a Nuoro. È divenuto raro nell’Ogliastra; vive anche nei boschi dell’Iglesiente, Ingurtosu e nel Sassarese. È diminuito a Bitti ed a Siniscola ed in molti altri luoghi”.

Negli anni Settanta, nonostante fossero protetti dal 1939, massacrati dai cacciatori anche provenienti dal continente e dal bracconaggio con lacci d’acciaio, i cervi di Sardegna (in Corsica erano stati già eliminati nel 1970), ridotti a non più di 200 esemplari, si rifugiavano in due foreste a est e a ovest di Cagliari. Dalle ricerche del WWF risultò che negli anni Ottanta il cervo sopravvivesse in non più di un centinaio di esemplari solo nella riserva di caccia di Monte Arcosu dell’allora presidente dell’ENI, splendidi 3.000 ettari di macchia mediterranea, sugherete, corsi d’acqua e massicci granitici a ovest del capoluogo. Nel 1985, il responsabile del WWF in Sardegna ci comunicò che essa era stata messa in vendita. Il prezzo, 600 milioni di lire, ai quali si dovevano aggiungere 100 milioni di spese e tasse di registro

Il Consiglio del WWF (allora da me presieduto) accettò la sfida. Versammo così 80 milioni (gli ultimi che avevamo in cassa) come caparra, impegnandoci temerariamente a versare il resto entro sei mesi.

Scatenammo così una campagna mai vista di raccolta fondi. Negli archivi del WWF sono registrati i nomi di chi, con una donazione minima di 200.000 lire (circa 100 euro), acquistava un ettaro della proprietà.

Addirittura suore di clausura, detenuti delle carceri di Sardegna, dipendenti di industrie locali, scuole elementari, contribuirono, con l’aiuto di un annuncio sul settimanale L’Espresso e altri offertici dal Gruppo Rizzoli, a formare la somma finale di 930.803.605 lire, completata in extremis da un contributo dell’allora Comunità Economica Europea di 300 milioni di lire.

I bambini dei Panda Club ci avevano chiesto di poter collaborare. Così creammo dei francobolli chiudilettera da vendere a 500 lire l’uno. Smentendo il nostro scetticismo, questi ragazzini raccolsero quasi 200 milioni, un terzo della somma occorrente per l’acquisto dell’area. Oggi l’Oasi di Monte Arcosu, ingrandita di altri 600 ettari, ospita più di 1.000 cervi, molti dei quali immessi in altre aree protette e riportati in Corsica.