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CULTURA a cura di Annalisa Maiorano

UN FUTURO POSSIBILE
10/08/2020
di Annalisa Maiorano

Brevi riflessioni sul mondo e la natura ai tempi del coronavirus con lo scrittore Paolo Giordano


FOTO A - di Daniel Mordzinski

Anche gli scrittori, nel loro ambito, hanno contribuito in termini di pensiero a veicolare l’informazione ai tempi del Covid-19. Tra questi spicca lo scrittore e fisico Paolo Giordano, Premio Strega 2008 per il libro "La solitudine dei numeri primi". Giovane dal grande e indiscusso talento.

 

“Nel contagio” è il suo nuovo libro, una coedizione Einaudi e Corriere della Sera, uscito in un periodo che potremmo definire uno dei più drammatici per l’Umanità dopo la Seconda Guerra Mondiale. Dal ruolo della scienza a quello della globalizzazione, dalla "matematica del contagio" al tema della paura, dalle responsabilità individuali al senso di comunità. Il volume è una sorta di diario nel quale ha annotato diversi argomenti. Come nasce questa esigenza?

 

Scaturisce innanzitutto dalla confusione che avvertivo attorno. Ho iniziato il libro il 29 febbraio. Erano ancora i giorni del "è solo un'influenza stagionale", i giorni in cui svariate figure istituzionali facevano video e post in cui invitavano gli stranieri a venire in Italia perché non c'era nessun pericolo. Una decina di giorni dopo saremmo stati in lockdown, ma in quei giorni la confusione era dominante e stava creando ritardi dannosi, come oggi sappiamo. Ho scritto il libro in quello stato di emergenza. Sapevo che un libro sarebbe stato più utile per veicolare certe idee anche all'estero, dove presto si sarebbe ripetuta la nostra situazione. Al tempo stesso, ho visto nell'irrompere dell'epidemia l'apertura di uno spiraglio per parlare di alcune tematiche di cui mi interesso da anni: l'ambiente, l'informazione, la globalizzazione. Ho intravisto una finestra di ascolto nel dibattito pubblico. Ma serviva un libro per insinuarmi in quel dibattito. Non c'è molto spazio nel nostro Paese altrimenti, lo sappiamo. Quella finestra, comunque, si è già richiusa, mi pare.

 

Dopo il lockdown i dati del contagio sembrano migliorare ma, la “rinascita dell’uomo” stenta a decollare. Siamo però attori e protagonisti di questa nuova fase storica. Cosa potrebbe cambiare? In quale direzione dovremmo guardare?

 

L'epidemia ha svelato una quantità di storture della nostra civiltà, molte delle quali ci erano già note, ma che ora sono evidenti. Le diseguaglianze, l'emergenza ambientale, la precarietà lavorativa resa sistema. Ci sono talmente tante direzioni in cui guardare, che dovremmo essere tutti molti indaffarati. Ma se dovessi scegliere una parola da mettere al centro del dibattito sul futuro sarebbe: sostenibilità.

 

FOTO B - LibroQuanto ha inciso, secondo Lei, l’azione dell’uomo sulla natura? Esiste una connessione reale con questa pandemia?

 

Non è ancora chiaro se esista una connessione con questa specifica pandemia. Sebbene l'ipotesi più accreditata sia quella che va dal pipistrello come ospite serbatoio, al pangolino e all'uomo. Una linea, per così dire, "naturale" nella sua prima metà e legata all'azzardo umano nella seconda (i wet markets, il consumo di animali a rischio, che già causarono la Sars nel 2003). Sarà importante capire come esattamente l'epidemia si è affacciata, ma ci vorrà tempo. Il confine tra uomo e natura è comunque quello da cui sono arrivate le pandemie del passato e dal quale verranno quelle del futuro. L'aggressività che l'uomo ha verso gli ecosistemi è una fonte di rischio enorme e dovrebbe essere al centro del dibattito in queste settimane. Invece parliamo molto di più del laboratorio di Wuhan da cui il virus sarebbe "sfuggito". Parliamo di quello perché è più facile e fa più notizia, e facendolo ci procuriamo un altro danno incalcolabile.

 

Nel libro dice che la natura è per sua natura non lineare. Cosa intende?

 

Mentre scrivevo, l'epidemia cresceva ancora "liberamente" in Italia, in assenza di misure di distanziamento. L'aumento dei positivi era ogni giorno molto più grande rispetto al giorno precedente. Questo ha dato a molti l'idea di una situazione fuori controllo. In realtà, la crescita esponenziale, molto più veloce di quella lineare, è scritta nella natura stessa di ogni epidemia. Saperlo non rende il fenomeno meno spaventoso, ma un po' più comprensibile sì. La gran parte delle leggi di natura segue un andamento esponenziale o logaritmico, che poi è la stessa cosa. Ma è un modo di vedere le cose, di "contare", che ci coglie sempre impreparati, perché noi ragioniamo quasi sempre in maniera lineare. Ci aspettiamo che, se qualcosa aumenta, lo faccia in modo uguale giorno dopo giorno. Chi sa contare su scala logaritmica?

 

FOTO C - Sostenibilità ambientaleOggi, le responsabilità personali, non solo nei confronti del prossimo ma anche nei confronti del Pianeta, pesano di più?

 

Pesano come sempre. Ma ce ne rendiamo più conto. Perché il pericolo ci è arrivato davanti agli occhi, vicinissimo. La nostra responsabilità verso il Pianeta è più difficile da prendere in carico. In questo, l'ecologia è ancora più complicata. Perché gli effetti sono sempre contraddittori, distanti, lenti, non impattano sulle nostre vite in modo abbastanza immediato da spronarci al cambiamento. Arriverà il momento in cui succederà, purtroppo.

 

Lei parla anche di un nuovo senso di comunità, un concetto a cui forse prima non davamo tanta importanza?

 

Milioni di persone sono rimaste in casa, ubbidienti, anche in zone in cui "non stava succedendo nulla", perché ci siamo resi conto che altre persone stavano soffrendo e morendo, e perché ci siamo resi conto che in quel modo avremmo aiutato il sistema sanitario a reggere l'urto. Non è stata la minaccia delle sanzioni, quella si sa che funziona così così. È stato un senso di comunità ritrovato. Se me l'avessero detto a gennaio non ci avrei creduto. E invece. Ci raccontiamo spesso peggiori di quel che siamo, a quanto pare.

 

FOTO DCome auspicato nel libro abbiamo usato veramente questo tempo per immaginare un futuro possibile, oppure la nostra civiltà non ha alcuna capacità di resilienza ai cambiamenti? Come cambierà infine la nostra socialità?

 

Purtroppo la finestra di discussione su temi più larghi mi sembra già essersi richiusa. È tornato il solito chiacchiericcio vuoto, in cui tutto deve essere a breve termine. In questo, non mi coglie in un momento di particolare ottimismo. Ero più ottimista, paradossalmente, nei giorni peggiori. Quanto alla socialità, non m'interessa troppo come cambierà quella di noi adulti. Sono più preoccupato da come tutto questo distanziamento, tutta questa paura dei corpi, possano impattare sui più giovani. Di cui ci siamo occupati molto poco. La loro socialità cambierà, sì, perché è in piena formazione. E io non vorrei che perdessero, in tutto questo, l'idea che stare vicini e anche assembrarsi sono valori fondanti e irrinunciabili della nostra civiltà.