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La croce e la spada

Fu in nome della pace e per la difesa della cristianità che gli antichi ordini cavallereschi si impegnarono in guerre lunghe e sanguinose. A ricostruire le origini e l’evoluzione di un fenomeno sotto molti aspetti contraddittorio, la mostra “Monaci in armi”, ospitata in Castel Sant’Angelo, a Roma, fino al 16 di aprile
Una spada da fante

Castel Sant’Angelo: tomba dell’imperatore Adriano – che, per inciso, nel 135 aveva distrutto Gerusalemme – e poi, ai tempi di San Gregorio Magno, fortezza dei papi, sormontata dalla statua dell’Arcangelo Michele, il protettore delle milizie cristiane, raffigurato nell’atto di rinfoderare la spada della Giustizia Divina. È questa la cornice che ospita in questi giorni, e fino al 16 di aprile, “Monaci in armi”, forse la più grande mostra sugli ordini religiosi militari fino ad oggi realizzata.

Fortemente voluta dalla Regione Lazio e dalla Soprintendenza speciale per il Polo Museale Romano, questa ricca esposizione ha comportato un investimento di 500mila euro e la collaborazione di alcuni tra i più grandi musei del mondo (citiamo, a titolo di esempio, il Louvre di Parigi, la Staatsbibliothek di Berlino, il Metropolitan Museum di New York e, tra quelli di casa, gli Uffizi e il Bargello).

Un percorso di documenti e cimeli preziosi per raccontare un’avvincente pagina della storia, quella dei crociati, lontana dai numerosi e spesso infondati miti esaltati da romanzieri ed appassionati un po’ superficiali, ma, come precisa Francesco Cardini nella presentazione del catalogo dell’evento, improntata al più assoluto rigore scientifico.

Chi erano dunque i cavalieri della fede? Nella nostra cultura cristiana, i termini “monaci” e “armi” appaiono tra loro stridenti, inconciliabili; la stessa parola “monaco”, derivante dal greco monachós, “unico”, evoca in noi una figura che si allontana dal mondo secolare per seguire la via della spiritualità.

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Diversa la posizione in altre culture: molte grandi religioni, come l’Islam e il Buddhismo, mostrano al loro interno la presenza di monaci-guerrieri, ed è del resto risaputo come, nelle società tradizionali, venisse sacralizzato ogni momento della vita, anche la guerra, considerata nobile arte già dai primi filosofi greci. Ciò nonostante resta difficile inquadrare il fenomeno all’interno del Cristianesimo, che ha come suo massimo obiettivo la pace universale.

A risolvere questa contraddizione ci viene in aiuto la storia: nel corso del Medioevo, a partire dall’XI secolo, la Chiesa accentrò su di sé anche poteri civili e politici: l’incremento demografico, la struttura sociale ed ideologica del feudalesimo, la vera o presunta necessità di tutelare la cristianità dalle minacce pagane e, nel contempo, quella di estendere il Vangelo tra i popoli ancora “barbari”, furono presupposti determinanti perché la Chiesa si facesse promotrice anche di imprese militari.

È proprio con queste premesse che si apre la mostra “Monaci in armi”. La sezione introduttiva, infatti, espone il sorgere del fenomeno delle crociate, quando i primi gruppi di fedeli decisero di consacrare la loro vita alla difesa dei fratelli in Cristo, corredando le informazioni storiche sulla liberazione della Terra Santa (da cui il Regno di Gerusalemme, la Contea di Tripoli e il Principato di Antiochia) con documenti sia in copia che in originale, resti epigrafici ed altri interessanti reperti.

L’inquadramento ufficiale nella Chiesa di questi gruppi originari avvenne successivamente, per opera di Bernardo di Chiaravalle, il più grande mistico della cristianità, che, all’inizio del XII secolo, sostenne le ragioni di un gruppo di cavalieri che difendevano la moschea di Omar, divenuta chiesa nella Gerusalemme “liberata” dopo la prima crociata e nota come Tempio del Signore.

Nascevano così i Templari, cui è dedicata interamente la seconda sezione della mostra, ove il visitatore può rivivere la drammatica storia di quest’Ordine, dalla sua nascita, nel 1128, alla rapida e fortunata ascesa, sino al tragico epilogo, con il rogo dei cavalieri ordinato da Filippo il Bello, in Francia, nel 1314, ove perì anche l’ultimo Gran Maestro, Jacques de Molay.

Grande elmo a staro di maestro ignoto

Affascina immediatamente lo sguardo la bacheca contenente l’originale codice miniato in cui sono esposti la regola dell’Ordine, i suoi compiti ed il codice di comportamento che doveva essere tenuto dai suoi membri. Interessantissimo il presupposto dal quale essi muovevano: l’uccisione del nemico, dice lo stesso San Bernardo, non va definita “omicidio”, ma “malicidio”; il nemico soppresso resta degno d’amore in quanto uomo, ma va eliminato in quanto portatore di un male non altrimenti estinguibile. L’Ordine, come attestano i numerosi documenti custoditi in questa sezione, estese i propri stanziamenti soprattutto nell’area franco-spagnola ed in quella mediorientale.

Estinti i Templari, il testimone passò ai Cavalieri di San Giovanni (1113, meglio conosciuti come Cavalieri di Malta), cui è dedicata la sezione museografica successiva. Oltre a ricostruzioni e documenti analoghi a quelli esposti nel segmento precedente, il visitatore può ammirare il dipinto di San Giovanni Battista, eseguito tra il XVII e il XVIII secolo da Mattia Preti, solitamente esposto nel Museum of Fine Arts di Malta.

Il quarto segmento della mostra è interamente dedicato ad opere d’arte possedute o commissionate entro il primo ventennio del Cinquecento dagli Ordini Cavallereschi, a testimonianza della ricchezza e del prestigio che essi avevano raggiunto.

A seguire, un settore dedicato alla forza militare di contrasto delle marine dell’Ordine di Malta e dell’Ordine di Santo Stefano. Qui è possibile ammirare armamenti individuali appartenuti ai cavalieri e ricostruzioni in scala di fortezze, galee ed artiglierie navali. Spicca tra tutte lo splendido cannone su affusto ligneo (originale), realizzato da Orazio e Antonio Alberghetti nel 1773 a Venezia ed attualmente proprietà delle Royal Armories di Leeds, in Gran Bretagna.

Un ulteriore “capitolo” illuminerà il lettore sull’Ordine di Santa Maria dei Teutonici (1198), narrandone le caratteristiche e raccontando attraverso documenti e reperti il suo operato sia in Terra Santa che nella crociata di evangelizzazione del Nord Europa, fino alla creazione dello Stato prussiano ad opera dell’ultimo Gran Maestro, Alberto di Hohenzollern (1525).

Viene quindi documentata la sopravvivenza dell’Ordine nell’ambito dell’impero austriaco e il sostegno che esso prestò alla casata degli Asburgo nei secoli XVI e XVII. È possibile, fra gli altri oggetti, ammirare un’armatura originale da investitura dell’Ordine Teutonico, normalmente custodita a Vienna. Sempre in questa sezione si fanno brevi cenni ad altri ordini, quali quello di Avis (1167), di Caltrava (1158) e di Cristo (1319).

Proseguendo, il visitatore potrà ripercorrere le vicende dell’Ordine di Malta, fino alla celebre battaglia di Lepanto, della quale è possibile ammirare addirittura un vessillo originale.

La sezione conclusiva dell’esposizione è una rassegna di manufatti che testimonia come questi ordini religiosi militari fossero radicati nel tessuto sociale: far parte di essi poteva rappresentare un’alternativa alla carriera ecclesiastica per i figli cadetti delle grandi casate europee e/o costituire un’onorificenza diplomatica di alto prestigio.

Termina così il nostro sintetico percorso nella storia dei “monaci-guerrieri”, ma non quello del lettore-visitatore; egli, se lo desidera, potrà – come ha fatto chi scrive – approfondire i temi esposti con la consultazione dell’interessante catalogo curato da Franco Cardini ed arricchito dal contributo di studiosi del Medioevo ed esperti degli ordini religiosi del calibro di Jean Flori, Anthony Luttrel e Alain Demurger. Un’opera che, ne siamo certi, costituirà per lungo tempo un testo fondamentale per chi vorrà avvicinarsi scientificamente a questo suggestivo e per alcuni aspetti contraddittorio capitolo della storia umana.