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Smemorato e sconosciuto

Rivive in un nuovo volume firmato da un criminologo, uno psichiatra, un poliziotto e un antropologo il caso Bruneri-Canella. Una vicenda che negli anni Trenta cinque processi non riuscirono a chiarire e sulla quale, oggi come allora, le opinioni rimangono discordi
Il documento, corredato dalle  impronte digitali, che identifica  Mario Bruneri, trasferito dal manicomio al carcere dopo la sentenza definitiva di condanna emessa nei suoi confronti

  Recentemente Milo Julini, docente all’Università di Torino e criminologo appassionato, Paolo Berruti, neurologo e psichiatra, Maurizio Celia, già capo del Gabinetto di Polizia scientifica di Piemonte e Valle d’Aosta, e Massimo Centini, scrittore esperto di Antropologia culturale, hanno fatto rivivere in un volume la vicenda dello “smemorato di Collegno” ovvero: il “caso Bruneri e Canella”, che tanto appassionò e divise gli italiani negli anni Trenta. Un caso che sembra scaturire dalla fantasia di Pirandello, tant’è vero che questi dalla vicenda trasse spunto per Come tu mi vuoi, dramma in tre atti rappresentato per la prima volta a Milano nel 1930.

Nell’Indagine sullo smemorato di Collegno – questo il titolo del volume (Ananke Editore) – i quattro autori mettono a fuoco con minuzia e profusione di documenti le tessere di un puzzle che si presta ancor oggi ad interrogativi, malgrado cinque processi abbiano fatto ufficialmente luce sulla vicenda. Resta infatti un mistero come tanti, autorevoli personaggi abbiano potuto ingannarsi (e così clamorosamente) sull’identità di un uomo che fu a lungo un enigma vivente. E non serve sostenere che ai nostri giorni un equivoco simile sarebbe impossibile, perché anche allora la scienza era in grado di accertare l’identità di un individuo. Ma evidentemente questo non bastò.

A riprova di quanto siano state sofferte le sentenze che decisero chi fosse lo smemorato, basterà ricordare che in Cassazione, il 24 dicembre del 1931, la Corte, che giudicava a Sezioni unite (15 giudici) si spaccò in due: sette giudici individuarono lo “smemorato” in Mario Bruneri, gli altri sette lo identificarono come Giulio Canella. Toccò al presidente D’Ameglio l’ingrato compito di sciogliere il nodo. E lo fece dopo aver chiesto all’allora Ministro della Giustizia, Alfredo Rocco (il padre del Codice Penale), ancora tre giorni «per rivedere le carte».

«Non le concedo nemmeno un’ora», gli avrebbe gridato al telefono il Guardasigilli. «Chiudiamo subito questa buffonata». D’Ameglio allora entrò in Sala Consiglio e disse: «Bruneri». E Bruneri fu. Ma non per Giulia Canella, moglie di Giulio, che la sentenza rendeva automaticamente vedova e che dall’uomo “ufficializzato” Bruneri (per lei suo marito Giulio) avrebbe avuto due figli.

A dar sapore al volume basterebbe solo quest’inquietante interrogativo (mai risolto): la donna è in buona fede e vede effettivamente nello “smemorato” il marito, oppure se ne è inventata uno nuovo? «Riconoscendolo nelle fattezze dell’Inconnu», osservò qualcuno, «Giulia arrivò consapevolmente ad una finzione che le consentiva di riappropriarsi della sua identità».

Al di là delle elucubrazioni psicologiche, la vicenda è così intrisa di quesiti irrisolti e colpi di scena che merita di essere ricostruita, seppure per sommi capi.

Tutto ha inizio la mattina del 10 marzo 1926, quando, nel cimitero israelitico di Torino, il custode sorprende un individuo male in arnese nel tentativo d’impadronirsi di un vaso di bronzo. Chiama i poliziotti che, dopo una breve sosta in Questura, conducono il ladruncolo, in evidente stato d’agitazione, direttamente al manicomio di Collegno. Qui, senza documenti ed apparentemente privo di memoria, diverrà lo “Sconosciuto” (l’Inconnu), contrassegnato col numero 44170.

Identificato infine come Mario Bruneri, ladro e truffatore con varie sentenze da scontare, aveva preferito, secondo l’accusa, simulare l’amnesia e restarsene in manicomio: una “comoda alternativa” alla prigione, per uno come lui, abituato da sempre a vivere di espedienti. Soprattutto quando, apparsa la sua foto sulla Domenica del Corriere (“Chi l’ha visto?”), il 3 di febbraio 1927, gli si prospettò la concreta possibilità di “sistemarsi alla grande”.

I membri dell’influente famiglia Canella di Verona, accorsi in manicomio dopo aver visto la foto, lo riconoscono infatti come un loro congiunto: si tratta di Giulio, disperso in guerra. Lo riconosce soprattutto, con intensa emozione, la moglie Giulia. Ma anche l’infinitamente più modesta famiglia Bruneri (fratello, sorella, moglie, figlio e amante) riconosce, nello “smemorato”, Mario, ex tipografo, filosofo da strapazzo, balordo alla deriva. La madre aveva ricevuto addirittura una lettera di nascosto dal manicomio: “Da oltre un mese sono rinchiuso a Collegno dove figuro come sconosciuto (…) Ho bisogno del vostro aiuto, ma con prudenza (...) Datemi notizie di Felice (il fratello, ndr) e di mio figlio Giuseppino (…) Tu mamma adorata devi perdonarmi perché morivo di fame”.

Se molti indizi “gravi, precisi e concordanti”, come questo scritto e le impronte digitali, dicono trattarsi del Bruneri, altrettanto ferma, quasi aggressiva, è la pretesa dei Canella, che affermano che lo smemorato sia proprio Giulio. Lo riconoscono senz’ombra di dubbio amici altolocati della famiglia, ex compagni di scuola, commilitoni, personalità di prestigio, anche se tra le due figure corre un abisso.

Al di là di una certa somiglianza fisica – della fronte più o meno bassa, della conformazione delle orecchie –, com’è possibile confondere un Bruneri, ladruncolo imbroglione, privo di cultura che si accompagna ad “una donna perduta” (come si diceva allora), con un Canella, fine letterato, che sa di greco e di latino, promotore, con padre Agostino Gemelli di una importante rivista di filosofia? Lo stesso fondatore dell’Università Cattolica diverrà assai inviso alla famiglia Canella perché sosterrà la tesi dello “smemorato” come abile simulatore. Eppure…

Alimentato dai giornali, il dilemma “Bruneri o Canella?” si gonfia, diventando un caso nazionale. Si formano due “partiti”, quello dei brunelliani e quello dei canelliani, l’uno contro l’altro, spalleggiati da avvocati di fama, tra cui il grande Carnelutti (che, per la cronaca, difende i Canella). Malgrado le cinque sentenze, il dubbio sull’identità dello “smemorato” non si scioglierà nemmeno con la sua morte, avvenuta nel dicembre 1941 in Brasile, dove, una volta scontate tutte le sue condanne, era emigrato con la “moglie” Giulia e i figli. Il dilemma si protrarrà sin dopo la guerra. Nel 1964 Beppino Canella, figlio di Giulio, sostenne pubblicamente in una conferenza stampa che il cosiddetto “smemorato di Collegno” identificato per Mario Bruneri, era in realtà Giulio, suo padre.

Nel 1970, per la serie “Processi a porte aperte”, furono mandate in onda, l’11 e il 13 agosto, due trasmissioni che i figli di Felice Bruneri, fratello di Mario, cercarono invano di bloccare come lesive della sua memoria. In contemporanea arrivò alla Rai la protesta firmata da trecento veronesi capeggiati da don Germano Alberti, il sacerdote che promosse addirittura una causa di beatificazione in favore di Giulio. Il 10 giugno di quell’anno, il cardinale Segretario di Stato, Giovanni Benelli, in una lettera ufficiale, precisò che la Chiesa riconosceva nello sconosciuto di Collegno, non Bruneri, bensì Giulio Canella e che pertanto i figli nati dalla coppia erano da considerarsi legittimi.

Inutile dire che anche il cinema si impadronì varie volte del “caso”, fino a tempi più recenti (1988), in cui l’Assessorato alla Cultura di Collegno organizzò una tavola rotonda coordinata da Nico Orengo, che vide l’intervento di celebri giornalisti, scrittori e psicologi, alcune proiezioni cinematografiche ed una mostra dal titolo Sconosciuto a me stesso.

Tra gli ultimi echi della vicenda, Ezio Mascarino, il 16 aprile del1989, riferisce su La Stampa che dopo tanti anni il dubbio è finalmente stato sciolto: le impronte segnaletiche ritrovate in archivio e sottoposte al computer rivelano trattarsi indubbiamente di Bruneri. Ma sin dal momento di firmare il foglio di via dal carcere, sia in Brasile, lo “smemorato” continuò sempre a farsi chiamare Giulio (anzi, il professor Julio) Canella. Con tale nome firmò anche sui giornali brasiliani vari articoli assai apprezzati per profondità di contenuti e fluidità di lingua.