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La Temporary Security Zone o TSZ (Zona Temporanea di Sicurezza) decisa dai due stati a seguito dell'intervento della UNMEE. [d] La situazione degradò al punto che nel 1999 si prospettò decisamente la necessità di un intervento della comunità internazionale, cioè delle Nazioni Unite, che mediò, insieme all'Organizzazione dell'Unità Africana (Oua, Organization of African Unity), per arrivare ad un "cessate il fuoco". Il Dpko (Department of Peace-Keeping Operations, Dipartimento per le Operazioni di Mantenimento della Pace) delle Nazioni Unite ritenne che al momento della firma degli accordi di pace sarebbe stato necessario schierare una forza, inquadrata nell'ambito dell'Oua, per le missioni di African Peace-Keeping (mantenimento della pace in Africa), integrata, si prevedeva, da 300 osservatori dell'Onu, sulla base del Capitolo VI dello Statuto delle Nazioni Unite, relativo alla soluzione pacifica delle controversie: una missione di osservatori delle Nazioni Unite, con contingenti forniti da Stati africani e supporto di quelli occidentali nel settore logistico, elicotteristico, trasporti e ospedali da campo. Da parte politica itali ana fu espressa una chiara volontà di partecipazione alla possibilità di intervento in Etiopia, naturalmente tenendo conto delle numerose missioni all'estero già attive e che comportavano in media per l'Italia il dispiegamento di circa 8.000 unità.
Già in quella fase pre-preparatoria, le Forze Armate italiane hanno offerto contributi di uomini e mezzi nel settore logistico; hanno altresì offerto supporto sanitario, osservatori militari e una squadra di cartografi, che è di particolare importanza per la Commissione Cartografica istituita ad hoc dalle Nazioni Unite, per la professionalità riconosciuta della Scuola Italiana di Cartografia e per la notevole quantità di materiale cartografico storico, di rilevante importanza, custodita negli archivi dello Stato Maggiore dell'Esercito Italiano. Da parte del Comando Generale dell'Arma ancora una volta vi è stata la massima disponibilità a partecipare con lo schieramento di un Plotone di Polizia Militare di 15 unità, così suddiviso: un Comandante di Plotone, una Squadra per il Controllo traffico e 2 Squadre di Polizia Militare.
Intanto, ad Algeri, il 18 giugno 2000, Etiopia e Eritrea avevano firmato un accordo per la cessazione delle ostilità, con il patronato dell'Organizzazione dell'Unità Africana, e avevano chiesto alle Nazioni Unite assistenza per il rispetto di quell'accordo. Il 31 luglio il Consiglio di Sicurezza, con la risoluzione n. 1312, approvava l'invio di un gruppo di esperti per verificare la fattibilità di una possibile missione di pace e, con la risoluzione n. 1320 del 15 settembre, approvava quanto si stava progettando per la crisi Etiopia-Eritrea a livello di peace supporting operation (operazione di supporto alla pace), questa volta però sulla base del Capitolo VII dello Statuto, cioè con un mandato forte, autorizzando il dispiegamento di una forza di 4.200 unità (inclusi 220 osservatori militari), per un periodo di sei mesi, previsto fino al 15 marzo 2001. L'area di competenza della missione approvata, la Unmee (United Nations Mission Ethiopia-Erithrea, Missione delle Nazioni Unite per l'Etiopia e l'Eritrea), comprende tutti i territori dei due Stati. Uno Speciale Rappresentante del Segretario Generale delle Nazioni Unite è Capo della missione.
Nell'agosto del 1999 il Dipartimento per le Operazioni di Mantenimento della Pace dell'Onu aveva invitato le possibili nazioni partecipanti a dettagliare le loro offerte nel quadro delle necessità sopra indicate. La pianificazione dell'operazione fu avviata a livello internazionale e nazionale, in attesa della decisione definitiva del Consiglio di Sicurezza, che giunse appunto a metà settembre. Il 22 dello stesso mese partiva per l'Eritrea un gruppo di esperti per la ricognizione del territorio e per la valutazione degli aspetti tecnico-operativi e logistici connessi con la partecipazione dell'Italia a quanto previsto dal Dipartimento. Al loro rientro essi produssero una relazione di base molto documentata per l'approntamento della componente italiana alla missione.


Come negli altre missioni, anche nella UNMEE, i Carabinieri sono impegnati, tra l'altro, per garantire la sicurezza alla popolazione. [d] Gli scopi che la Missione Onu in Etiopia ed Eritrea si prefigge principalmente sono quelli di stabilire e mantenere i contatti tra le due parti; monitorare l'effettivo rispetto della cessazione delle ostilità e del rischieramento delle Forze etiopiche, che si dovevano ritirare dalle zone da loro occupate dopo il 6 febbraio 1999 (se queste ultime non erano sotto amministrazione etiopica prima del 6 maggio 1998); monitorare la posizione delle truppe etiopiche dopo il ritiro; monitorare il rispetto della Zona Temporanea di Sicurezza (Temporary Security Zone, Tsz) decisa fra le parti contendenti, e la loro posizione, in modo che i due schieramenti fossero a una distanza minima di 25 chilometri lungo tutti i 900 del confine; agevolare l'insediamento della Missione Militare di Coordinamento prevista allo scopo; coordinare e attivare le procedure di sminamento degli ordigni rimasti inesplosi; svolgere azioni di coordinamento relative alle operazioni di peace-keeping nella Zona Temporanea di Sicurezza.
Le Forze Armate italiane partecipano alla missione con una strutturata componente terrestre, aerea e marittima. Oltre alla soluzione del problema cartografico relativo ai territori contesi, si tratta di delimitare la zona di interposizione lungo i confini fra i due Stati (cioè la Tsz), che dispongono attualmente di strutture politiche e militari stabili e di organizzazioni interne ben consolidate. L'Italia ha un interesse storico e uno politico, chiaramente definiti, per essere presente nel Corno d'Africa, che bene conosce e al quale può fornire un ottimo aiuto professionale militare nell'ottica delle Nazioni Unite e un valido supporto civile, soprattutto nel settore sanitario.
Nella configurazione del loro contributo, le autorità italiane decisero di portare il contingente dei Carabinieri a 40 unità, invece delle 15 inizialmente previste, quale Compagnia di Polizia Militare, per le esigenze dell'intera missione. Questa offerta relativa all'aumento di contingente dell'Arma fu accettata senza esitazioni nel novembre 2000 dal Segretariato Generale delle Nazioni Unite, che assegnò all'Italia l'incarico di Vice Comandante della Polizia Militare (Vice Provost Marshal) della missione stessa. Non solo quindi era assicurata la visibilità, ma soprattutto la possibilità di operare secondo le regole internazionali e la professionalità dell'Arma dei Carabinieri.
Gli Uffici del Comando Generale ipotizzarono l'invio di un Nucleo Avanzato per gli inizi dell'anno in corso (2001), prevedendo un rapido avvicendamento a cadenza trimestrale, in considerazione delle difficili condizioni climatiche e di vita quotidiana che attendono i militari inviati in missione. La Polizia Militare della Missione delle Nazioni Unite per l'Etiopia e l'Eritrea (Unmee) garantisce, nell'area di propria competenza, il rispetto della legge, dell'ordine e della disciplina interna della Forza Onu. Svolge inoltre gli altri consueti compiti della Polizia Militare, che qui si riportano per memoria: indagini su reati, compreso quello di detenzione e uso di stupefacenti; assistenza e coordinamento con la Polizia locale e la Polizia Civile delle Nazioni Unite; pattugliamenti e loro pianificazione; garanzia della sicurezza del Quartier generale della missione; controllo del traffico e mantenimento della sicurezza stradale; garanzia del rispetto delle norme stradali, quali decise localmente o ivi utiliz zate per lunga consuetudine. Come per le altre missioni degli ultimi cinque anni, la Compagnia di Polizia Militare dell'Arma ha portato con sé, oltre ai normali materiali in uso per i compiti istituzionali, anche un adeguato supporto informatico, che è di necessario aiuto in molti settori per conseguire validi risultati.

Il 6 novembre 2000 fu definitiva per l'Arma dei Carabinieri la partecipazione alla Unmee con 40 unità ed un ufficiale, che è stato inserito nell'Ufficio del Rappresentante Nazionale Italiano (It-Snr, Italian Senior National Representative), previsto nella operazione di pace interessata, con compiti di Staff (Ndr: l'Italian Senior National Representative agisce da Capo Missione per i componenti italiani e rappresenta il riferimento nazionale in ambito multinazionale: un incarico delicato e importante di comando e di coordinamento. A livello internazionale è il riferimento del Comandante multinazionale per quanto riguarda il contingente italiano, e all'interno di questo esercita le funzioni di comando per tutte quelle non trasferite sotto il controllo operativo del Comandante multinazionale, garantendo al Capo di Stato Maggiore della Difesa il corretto impiego delle forze, in aderenza a quanto delegato dalla autorità nazionale ai Comandanti multinazionali. Il Rappresentante italiano ha una stretta relazione con il Comandante della Missione delle Nazioni Unite, con il Comandante Operativo del contingente italiano e con l'Addetto Militare dell'Ambasciata d'Italia presente o competente nella zona di attività.
Quella dell'It-Snr è una figura creata per la prima volta in Bosnia, dando incarico ad un ufficiale di rappresentare l'autorità nazionale, e in seguito quasi sempre presente nelle altre missioni; è interessante sottolineare che l'incarico si svolge alle dirette dipendenze del Capo di Stato Maggiore della Difesa. La necessità di questa figura è stata sentita a livello interno e internazionale, soprattutto quando i contingenti italiani hanno iniziato ad operare sempre più con una composizione interforze (Esercito, Marina, Aeronautica, Arma dei Carabinieri, Guardia di Finanza). Ha inoltre un'altra importante caratteristica: pur essendo istituzionalmente l'unico riferimento italiano per le alte autorità civili e militari multinazionali, non è inserita nella catena di Comando e di Controllo multinazionale, potendo così dialogare con quelle autorità e quei comandi, escludendo qualsiasi vincolo di dipendenza a livello internazionale). Il 15 novembre entrava in vigore il Protocollo d'Intesa (Memorandum of Understanding) firmato tra l'Italia e le Nazioni Unite, che definiva il contributo italiano alla missione per quanto riguardava la Polizia Militare e sanciva il numero di uomini dell'Arma che vi avrebbero partecipato. Era programmato che i Carabinieri arrivassero in Eritrea, al porto di Asmara, entro il gennaio 2001: fu deciso che avrebbe partecipato alla missione il Reparto di Polizia Militare inserito nella Compagnia prevista per la Brigata di Pronto Intervento delle Nazioni Unite (Shirbrig, Standby Forces High Readiness Brigade), per il quale le selezioni erano già state avviate e che aveva pronto l'equipaggiamento necessario.
La componente militare dell'Unmee veniva dunque composta da unità organiche, nelle quali era inserita la Polizia Militare, e da osservatori militari. Nel dicembre 2000 il Segretario Generale delle Nazioni Unite chiese alle autorità italiane che il contingente di Polizia Militare fosse presente in Eritrea dal 10 gennaio 2001. Un Nucleo Avanzato raggiunse Asmara l'8 gennaio. Il resto del contingente seguì a breve distanza di tempo. Il Distaccamento dei Carabinieri è attualmente (30 giugno 2001) di 48 unità, con sede ad Asmara, salvo 6 unità che sono state distaccate a Senafe (sempre in Eritrea); un ufficiale dell'Arma svolge l'incarico di Vice Provost Marshal, come previsto.
Il Reparto ha finora svolto una attività notevole di pattugliamento e di scorta; ha verificato le infrazioni al regolamento della missione e ha fatto rilievi su incidenti stradali che hanno coinvolto mezzi e/o militari. La missione è ancora in atto e il suo mandato è stato prorogato di altri sei mesi. Tutte le Forze Armate italiane danno ad essa un contributo notevole in uomini, mezzi e professionalità.