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  • Vol. II : 1936 - 2001
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Giugno 1999: sulla strada per Hebron, un segnale trilingue, che però non indica ancora l'unione auspicata di tre culture.Secondo il Protocollo d'Intesa (Memorandum of Understanding, Mou), firmato tra le parti interessate il 2 maggio 1994 a Copenhagen, in seguito all'accordo del 31 marzo precedente, compito degli osservatori di Polizia della Tiph era dunque far allentare la tensione e tutelare il rispetto dei diritti umani nei confronti dei palestinesi, riferendo su possibili violazioni in merito; allo stesso tempo i membri della missione avrebbero dovuto incoraggiare gli sforzi per riportare normali condizioni di vita nella zona. Il contingente internazionale doveva perlustrare il settore di competenza: questo era concentrato nell'area centrale della città, in quella nei pressi del mercato ortofrutticolo e nelle strade nelle immediate vicinanze; includeva gli insediamenti di coloni nel centro abitato e periferico, ma non quello assai importante di Kyriat, fuori dai confini di Hebron. Anche i luoghi religiosi erano compresi nel settore in questione. I membri della missione avevano accesso alle prigioni e ai registri degli ar resti.
Gli osservatori operavano in pattuglie a composizione multinazionale, con criteri di larga autonomia, mentre gli ufficiali preposti agivano nel delicato settore del collegamento fra le parti: le Forze di Sicurezza israeliane e la popolazione palestinese. La missione doveva rappresentare una entità visibile nel centro di Hebron: i suoi membri non dovevano interferire nelle dispute che comportassero azioni violente, ma dovevano farne materia di denuncia alle autorità delle Nazioni Unite.
Gli inizi della Tiph si svolsero in un clima di elevata tensione: infatti nei primi giorni si registrò una certa ostilità da parte degli abitanti di Hebron, ma gradualmente il consenso nei confronti degli osservatori andò aumentando. Nella prima settimana di operatività non fu possibile far rimuovere alcuno dei blocchi stradali posti dall'Esercito israeliano che tanto irritavano i palestinesi e costituivano un effettivo ostacolo alle attività giornaliere; ma con il procedere della presenza internazionale, la situazione migliorò, anche per la professionalità degli osservatori, che riuscirono ad imporsi nelle situazioni conflittuali, generando un clima più disteso.
Se lo scopo principale di Tiph 1 era quello di riaprire un canale di comunicazione fra le parti, esso fu ottenuto, con una attenta opera di intermediazione e contatti informali fra israeliani e palestinesi. All'epoca fu assai criticato in campo internazionale il fatto che gli osservatori operassero disarmati; si temette a volte per la loro sicurezza personale, ma alla fine della missione risultò molto chiaro che questo particolare era stato un ulteriore aiuto alla sua riuscita. Tanto se ne comprese la valenza che anche la seconda missione Tiph ebbe questa caratteristica.
I risultati pratici non furono ottimali dal punto di vista operativo: la presenza internazionale non riuscì infatti a far riaprire il mercato arabo ortofrutticolo, che permaneva chiuso per asseriti motivi di sicurezza, né la Moschea-Sinagoga di Abramo, anch'essa chiusa per evitare scontri tra palestinesi e coloni ebrei. Ma dal punto di vista politico e diplomatico i risultati furono notevolissimi perché, allentandosi la tensione, i colloqui di pace furono ripresi. La popolazione si sentì più sicura, vedendo che i problemi della città di Hebron erano all'attenzione internazionale; l'ordine pubblico migliorò e gli israeliani ridussero gradualmente le misure restrittive che avevano imposto. Con l'allentamento, poi, dei blocchi stradali e delle rigide misure di polizia, fu possibile all'economia del territorio della città riprendere e, se non proprio prosperare, comunque ritrovare una certa dinamicità. Nel luglio dello stesso anno di inizio, il 1994, si fece un bilancio positivo della missione, prevedendo la fine del mandato della stessa per il 18 agosto. Da parte italiana fu effettuata la donazione ad enti assistenziali palestinesi dei materiali portati in Palestina.

Il modello organizzativo di Tiph 1 costituì in seguito un interessante termine di riferimento per le altre missioni di supporto peace-keeping: fu un riuscito esempio di attività multinazionale completamente integrata nelle strutture di Comando e nelle modalità operative. Un momento caratterizzante dell'opera svolta dai militari dell'Arma è stato il contributo non solo operativo, ma sensibile e altamente diplomatico fornito dall'ufficiale addetto al collegamento con la parte palestinese, che era stato presente anche in quel Nucleo Avanzato che aveva condotto le operazioni preparatorie.
Molti furono gli incontri con le autorità locali, sia palestinesi che israeliane. Questi incontri avevano evidenziato le difficoltà di vita dopo la chiusura del mercato e l'impossibilità di adire alla Moschea-Sinagoga per la popolazione civile; anche la chiusura, per 300 metri, della strada principale che conduceva al cuore della città aveva causato fortissimi disagi ai palestinesi e una discesa verticale del commercio: un gran numero di negozi aveva dovuto chiudere i battenti, con un ulteriore aggravamento delle condizioni economiche della componente palestinese. Più volte i rappresentanti dell'Arma erano intervenuti per tentare di risolvere alcuni problemi pratici, fornendo ai locali un alto grado di assistenza umanitaria.