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Il rinvio della partenza dei carabinieri per l'assistenza alla Polizia somala fu dovuto a due principali fattori: attendere il crearsi di situazioni d'impiego possibili, e cioè un supporto logistico fornito da unità Unosom, a livello di battaglione, fuori dalla capitale, sul territorio assegnato all'Italia (era importante per le unità inviate poter usufruire di alloggiamento per gli uomini e deposito per i mezzi e gli equipaggiamenti in un accampamento militare); avere le scorte nei servizi connessi all'espletamento dei compiti previsti.
Il Comando Generale decise che le unità destinate a questo compito dovevano avere la possibilità di portare il proprio armamento individuale, considerate le precarie condizioni di sicurezza in Somalia: normalmente gli operatori della Polizia Civile delle Nazioni Unite operavano disarmati. Come quando si era posto il problema per il Salvador e la Cambogia, su questo ultimo punto il Segretariato Generale era disponibile al massimo a dare l'autorizzazione a portare l'armamento individuale, purché venisse conservato entro appositi locali e prelevato solo se assolutamente necessario. D'altra parte la linea di condotta della Civpol era stata sempre quella di girare disarmati: nel caso della Somalia questo comportamento poteva essere il più conveniente, per non mettere in allarme i somali ed eventualmente avere, come risposta, reazioni con armi più pesanti, e per non allentare l'attenzione del contingente Unosom verso la situazione locale.
Il 20 aprile 1994 il Segretariato Generale delle Nazioni Unite autorizzava l'armamento personale, nell'intesa che le armi sarebbero state custodite nei locali del contingente e che nessun membro della Civpol italiana le avrebbe indossate mentre era in servizio. Questa fu una interessante eccezione, fatta in accoglimento del punto di vista italiano e della necessità, più volte espressa dalle autorità Onu, dell'invio del contingente dell'Arma, considerato di grande importanza per l'obbiettivo prefisso: addestramento e ricostituzione della Polizia somala. Le unità Civpol non avevano compiti operativi di alcuna sorta, ma le autorità italiane ritenevano importante la presenza dell'armamento individuale.
Nell'aprile 1994 i due "Signori della Guerra" raggiunsero un'intesa verbale, la quale lasciava ben sperare per un accordo tra le fazioni da raggiungere nella riunione della Conferenza di Riconciliazione Nazionale, prevista per il successivo 15 maggio.
È bene ricordare che mentre si approntavano questi nuovi aiuti in termini di Polizia Civile, dopo il 31 marzo 1994, erano ancora presenti sul territorio somalo 20.053 uomini appartenenti a 15 Paesi, che stavano attuando un piano di ridislocazione del contingente a seguito dei ripiegamenti del marzo precedente.
Dopo il ritiro del contingente militare italiano era rimasto presente a Mogadiscio un Nucleo Carabinieri Paracadutisti del "Tuscania" (un ufficiale, 2 sottufficiali e 13 carabinieri) che era impegnato nella sicurezza della Delegazione Speciale Diplomatica italiana, con compiti di sola scorta al personale diplomatico e di sicurezza per la sede, provvisoriamente alloggiata negli edifici Unosom. Questo Nucleo per la Vigilanza e per la Scorta lasciò definitivamente la Somalia il 3 luglio 1994.
Intanto a Mogadiscio continuavano gli scontri fra clan rivali, che andavano inquadrati nello sforzo di presentarsi con migliori credenziali di potere in vista della Conferenza di Riconciliazione Nazionale posposta al 25 maggio.
Per quanto riguardava il programma Unosom, si pensava che entro la fine di aprile tutto il personale della Uncivpol sarebbe stato dispiegato sul territorio, per iniziare una azione concreta e consentire il rapido sviluppo del progetto. L'Onu, considerata l'importanza attribuita alla ricostituzione della Polizia somala, decise nel giugno 1994 di formalizzare la costituzione di una autonoma Divisione di Polizia nell'ambito Unosom, staccandola dalla Divisione di Giustizia: peraltro già negli ultimi giorni di aprile tale Divisione di Polizia Civpol aveva iniziato a funzionare e era stata posta sotto la direzione di un operatore irlandese. A quel momento erano stati reclutati 8.000 poliziotti somali sui 18.000 previsti per il ripristino degli organici presenti prima della guerra civile. Molto rimaneva da fare.

I Carabinieri italiani dettero la loro assistenza alle Forze di Polizia somale dal 29 aprile 1994 al 3 novembre dello stesso anno. In realtà il contingente doveva partire il 20 aprile, ma poi la data fu rinviata per l'aggravamento della situazione politica somala nei conflitti tra clan e per la chiusura dell'aeroporto di Mogadiscio. Il 29 aprile poté partire un primo gruppo, comprendente 2 ufficiali e 3 sottufficiali dell'Arma; una seconda aliquota prevista di 2 ufficiali, 14 sottufficiali e 4 tra appuntati e carabinieri non raggiunse la Somalia successivamente, proprio per le difficili condizioni di sicurezza nelle regioni di destinazione.
Anche per questo contingente fu allestito un corso di aggiornamento, dalle caratteristiche particolari, con temi richiesti dalle stesse Nazioni Unite (tra l'altro istruzioni sul mandato e l'organizzazione di Unosom II) e argomenti professionali, quali tecnica di polizia giudiziaria, infortunistica stradale, tecnica fotografica, terminologia tecnica in lingua inglese. Fu previsto un particolare ciclo di vaccinazioni per la Somalia.
Come nelle altre missioni similari, i Carabinieri operarono guridicamente nell'ambito dell'organismo della Polizia Civile delle Nazioni Unite (Uncivpol), che aveva inviato in Somalia un contingente internazionale integrato; il contingente multinazionale al suo inizio disponeva di 54 unità operative provenienti dalle seguenti nazioni: Olanda (4), Corea (2), Svezia (2), Egitto (6), Malaysia (5), Irlanda (4), Zambia (1), Zimbabwe (5), Ghana (6). Successivamente giunsero altre componenti: 2 per l'Olanda, 4 per lo Zambia, 1 per il Bangladesh, 1 per l'Australia, 4 per la Nigeria. La previsione di composizione era di una forza di 150-160 unità in tutto, comandata da un ufficiale con grado di maggiore o capitano, divisa in sette Distaccamenti di 20 unità ognuno.
Scopo principale dei militari italiani fu quindi quello di varare il programma addestrativo degli istruttori della Polizia somala, nel quadro della Divisione di Polizia che si era costituita a Mogadiscio. Altro compito istituzionale fu quello di fornire consulenza e monitoraggio sia nell'addestramento della Polizia territoriale, condotto dagli stessi istruttori somali, sia sull'attività di polizia svolta nelle Stazioni territoriali. Al primo contingente si aggiunse una seconda aliquota di carabinieri da inviare nelle regioni dell'Hiran e dell'Uebi Shebeli, con funzioni prevalentemente addestrative dei futuri istruttori della Polizia somala e con competenza esclusiva su quel territorio.
Il modulo di organizzazione previsto per l'inquadramento della Polizia somala fu del tipo di quello attuato durante l'Amministrazione Fiduciaria sul modello dell'organizzazione dell'Arma, e cioè l'istituzione di numerosissime Stazioni distribuite in modo capillare sul territorio. La Polizia somala doveva essere ricostruita sui vecchi quadri (la maggior parte dei quali erano stati formati in Italia) da reintegrare nei gradi e negli organici. Come detto, la collaborazione sarebbe stata limitata alla consulenza a livello territoriale e centrale, senza avere effettive funzioni di comando per evitare di operare al posto della Polizia somala e quindi di generare sospetti di forme di veterocolonialismo, e al coordinamento delle risorse fornite dall'Onu.
Il mandato non fu di facile attuazione: ricostituire una Polizia per quanto più possibile "nazionale", evitando posizioni di privilegio per i vari clan, anche se bisognava ovviamente tenere conto delle diverse realtà regionali, era un'operazione complessa, che non è stato peraltro possibile portare a termine. Agli inizi della missione i primi cinque carabinieri inviati provvidero all'elaborazione di bozze di programmi addestrativi e organizzativi delle attività e iniziarono una collaborazione con i membri della Missione statunitense Icitap (International Criminal Investigation Training Assistance Program, Programma Internazionale di Assistenza per l'Addestramento all'Investigazione Criminale) nell'addestramento di ufficiali e di 110 allievi della Polizia di Mogadiscio, con lezioni professionali.

Mentre iniziavano queste attività in favore della Polizia somala, il 31 maggio 1994 il Consiglio di Sicurezza adottava la risoluzione n. 923, decidendo di rinnovare il mandato Unosom fino al successivo mese di settembre, ma di rivedere entro il 29 luglio quali fossero stati i progressi realizzati nella politica, nella sicurezza e nel processo di riconciliazione, per confermare ulteriormente il mandato o avviare delle modifiche allo stesso. Alla fine di giugno la situazione in Somalia iniziò a deteriorarsi per i combattimenti che erano ripresi fra i clan. Anche gli edifici di Unosom furono attaccati dai somali. Gli italiani non vennero coinvolti né i carabinieri furono impegnati in azioni di fuoco: come conseguenza della situazione, però, iniziarono a portare l'armamento individuale negli spostamenti all'interno del Comprensorio.
Gli scontri fra i clan erano ovviamente finalizzati alla ripresa del controllo della città di Mogadiscio da parte di Ali Mahdi, che voleva sottrarla alle milizie di Aidid. In seguito a tali scontri, gli istruttori americani di Icitap avevano lasciato Mogadiscio, ripiegando su Nairobi. Uncivpol li aveva sostituiti in parte e anche i carabinieri fecero un maggior numero di ore per l'addestramento degli allievi ancora presenti, in numero di 39. Comunque, l'attività della Civpol ebbe un notevole rallentamento dovuto alla situazione locale. Il 30 giugno ripresero i combattimenti delle opposte fazioni in modo intenso. Navi da guerra americane incrociavano al largo delle coste somale con a bordo circa 2.000 marines pronti per l'evacuazione di tutto il personale americano. Dopo una breve tregua dei primi giorni di luglio, di nuovo ci furono combattimenti nelle zone del Pastificio, del mercato della carne, sulla cosiddetta via Imperiale e nei pressi dell'aeroporto.
Unosom, nel corso della sua esistenza, ebbe a patire numerose difficoltà, comprese quelle di scarsa liquidità di cassa: questo era un elemento di grande rischio e pericolo perché le autorità delle Nazioni Unite provvedevano direttamente al pagamento dei poliziotti somali. La missione era quindi una notevole fonte di entrate per molta parte della popolazione, soprattutto a Mogadiscio. Nonostante gli sforzi dispiegati, per una lunga serie di circostanze, Unosom non riusciva nemmeno in questa fase ad avere riscontri molto sostanziosi: la Civpol non era in grado di imporsi nella non sempre omogenea ricostituzione della Polizia somala. È vero che gli operatori nella prima fase furono solamente 60 e suddivisi tra le nazioni aderenti, in modo che nessuna avesse una netta preponderanza, ma la mancanza di liquidità certa di cassa, e progetti non sempre di ampio respiro, non permettevano all'organizzazione di iniziare un'opera profonda nel compito affidato.
Un punto fondamentale per la scarsa operatività fu che il bilancio della Civpol per la Somalia era stato approvato solo per la cifra (8.5 milioni di dollari Usa) che comprendeva le contribuzioni degli Stati che avevano deciso di partecipare economicamente e quindi non si era arrivati al quantum (23.5 milioni di dollari Usa) necessario per portare a compimento l'intero programma di arruolamenti, di ricostruzione e ammodernamento delle caserme, di fornitura dei supporti logistici. La situazione in Somalia era ancora priva di sicurezza e di stabilità per avviare anche una seria ricostituzione di tutto l'apparato amministrativo. La Icitap, che già aveva ripiegato su Nairobi, decise di non riprendere i suoi corsi ai primi di agosto chiudendo definitivamente la propria attività.

Anche nell'area assegnata all'Italia, cioè Hiran e Shebeli, la situazione era difficile. Il Comandante della Civpol decise di inviare, a eventuale rinforzo, alcuni elementi dello Zambia i quali, dopo una ricognizione, constatarono che non era possibile iniziare qualsiasi tipo di impegno per le carenze alloggiative, di depositi per il materiale logistico e per assoluta mancanza di una cornice di sicurezza. Tra la fine di luglio e i primi di agosto il contingente militare zambiano presente a Belet Uen fu evacuato da velivoli militari. La situazione si faceva sempre più seria in tutto il Paese. In quel periodo non furono possibili attività logistiche, ma continuarono quelle addestrative nella capitale, ad Hargeisa e a Baidoa.
Nel mese di agosto, senza quasi attendere la fine ufficiale del mandato, Irlanda e Svezia decisero di ritirare i propri operatori principalmente per protesta verso la scarsezza di finanziamenti del programma. Ai primi di settembre anche l'Egitto ritirò i suoi uomini, due sottufficiali. Così fu fatto per i due rappresentanti della Polizia olandese e per i cinque della Polizia malese. Il 15 settembre tutto il personale dell'Ambasciata degli Stati Uniti lasciò la Somalia, proprio mentre era in corso una visita di Kofi Annan, quale Rappresentante Speciale del Segretario Generale delle Nazioni Unite, sempre nella sua veste di Vice Segretario Generale per il Dipartimento delle operazioni a sostegno della pace, per incontrare i rappresentanti delle fazioni somale e i responsabili di Unosom.
Intanto ai carabinieri italiani era stata affidata la responsabilità dell'addestramento e della amministrazione: nel Comprensorio Unosom venivano ancora addestrati 130 poliziotti somali, anche perché in quei giorni di settembre erano stati finalmente messi a disposizione dei fondi, sebbene insufficienti per il programma previsto.
Nell'ottobre gli attacchi a Unosom si intensificarono. Il 26 e 27 una Commissione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, dopo aver incontrato alcuni leader delle fazioni, comunicò che non si vedeva la possibilità di un prolungamento ulteriore della missione oltre il 31 marzo 1995 e che era necessario procedere ad un ordinato ritiro dei contingenti militari. Continuava intanto il rimpatrio degli elementi della Uncivpol, che non venivano sostituiti alla fine del mandato. Per quanto riguardava i Carabinieri, le Nazioni Unite avevano fatto pressioni affinché rimanessero in Somalia fino al 31 marzo 1995.
La situazione era ormai completamente o quasi compromessa: già nel suo rapporto del 18 luglio 1994 (S/1994/839), il Segretario Generale dell'Onu aveva dichiarato che dal punto di vista politico ben pochi progressi erano stati fatti in Somalia, nonostante gli sforzi prodotti e l'impegno anche di altre organizzazioni regionali, quali la Lega Araba e l'Organizzazione per l'Unità Africana (Oua).
Nell'ottobre 1994, proprio a causa della caotica situazione in Somalia, il Comando Generale dell'Arma non ritenne più fattibile quel programma di addestramento della Polizia somala al quale il Governo italiano aveva aderito. Fu deciso quindi di onorare gli impegni presi fino alla scadenza naturale del mandato, ma di non rinnovarlo. Il 25 ottobre era arrivata una richiesta di Kofi Annan di mantenere fino al marzo 1995 l'apporto dell'Arma, richiesta motivata dal fatto che il Consiglio di Sicurezza stava per estendere il mandato Unosom II fino al 31 marzo di quell'anno. Annan sottolineava anche l'importante contributo dato dall'Arma all'addestramento della Polizia somala.
Ormai erano state avviate le pratiche di rientro e una proroga della missione avrebbe comportato oneri finanziari di una certa consistenza e scarsa sicurezza per gli uomini coinvolti nel programma di addestramento. Fu quindi deciso, a livello politico e con il conforto del parere della componente militare, che la missione non avrebbe avuto proroghe e i militari in rientro non sarebbero stati avvicendati. Infatti il 29 ottobre 1994 costituì l'ultimo giorno operativo per i cinque carabinieri, essendo ormai terminato il loro impegno di sei mesi. Il 3 novembre, preceduti da una cerimonia di consegna di medaglie commemorative, i carabinieri lasciarono Mogadiscio, via Nairobi, per Roma. Il 23 novembre la missione italiana per la Uncivpol si era definitivamente conclusa.

Non si era invece ancora conclusa l'Operazione Unosom II in quanto tale: data prevista per il termine era, come detto, la fine di marzo del 1995. Il ritiro delle truppe Onu non si prospettava semplice e si dovette organizzare rapidamente una spedizione multinazionale sotto Comando italo-statunitense, operazione conosciuta con il nome di United Shield (Scudo Unito), in Italia Ibis III. Il 16 dicembre 1994, su richiesta delle Nazioni Unite, gli Stati Uniti accettarono di guidare una Forza multinazionale costituta ad hoc: doveva permettere alle forze dell'Unosom ancora presenti sul territorio di raggiungere Mogadiscio e soprattutto di imbarcarsi. L'Italia ha partecipato a questa missione con una componente navale, una aeromobile, una forza da sbarco di circa 600 uomini e un nucleo logistico: seconda, per uomini e mezzi, solo agli Stati Uniti. L'11 gennaio la forza italiana è partita da Brindisi dove è ritornata, avendo lasciato le acque somale, il 3 marzo 1995: aveva contribuito in modo essenziale al disimpegno di tutte le Forze multinazionali partecipanti alla Missione Unosom.
Quella della Somalia è stata una delle più difficili missioni umanitarie di pace da condurre. Una missione di alto profilo politico e professionale: la conoscenza, la professionalità e l'esperienza maturata hanno reso proficua la presenza di tutti i militari italiani, impegnati nelle diverse posizioni. Se l'Italia ha motivi di soddisfazione per quello che riguarda la partecipazione dei suoi uomini, nondimeno si deve notare come questo tipo di missioni siano altamente rischiose e suscettibili di aggravare i problemi locali, pur volendo risolverli. Infatti, il rientro di tutti i contingenti e delle missioni a vario scopo presenti in Somalia ebbe come conseguenza un ulteriore problema economico. Durante la presenza delle forze dell'Unosom si era avviato un volano di impieghi per i somali e le anche semplici attività commerciali avevano avuto una sia pur minima ripresa. La presenza di tanti uomini in armi aveva immesso nel Paese una notevole quantità di denaro. Il ritiro delle missioni estere comportava la fine di un reddito, spesso di sopravvivenza, per numerose persone.
L'Arma ha contribuito all'Operazione Ibis anche con una Compagnia di Polizia Militare composta da carabinieri paracadutisti del Battaglione "Tuscania", con compiti di: sicurezza del personale e dei mezzi di controllo; bonifica del territorio; scorta dei convogli umanitari; rastrellamenti per i sequestri di armi e materiale bellico; interventi a sostegno di altri contingenti della forza Unosom; sostegno diretto alla popolazione, specie nel campo sanitario; contributo alla ricostruzione del tessuto sociale e istituzionale del Paese, con particolare riguardo alla costituzione della Polizia somala nel settore italiano e all'apertura di ospedali e scuole.
Per il comportamento dei suoi componenti, nel corso delle missioni in Somalia, la bandiera del Battaglione "Tuscania" è stata decorata con una medaglia d'argento al Valor dell'Esercito, che si è aggiunta a quella al Valor Militare ricevuta in Libia nel 1941. Sono state altresì avanzate 23 proposte di ricompensa e di riconoscimento per gli atti compiuti al Valor Militare o al Valor dell'Esercito.
L'operazione Unosom ha avuto undici caduti; sono morti anche un'infermiera volontaria della Croce Rossa e due inviati della Rai; i feriti sono stati 103.