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Mogadisco, 13 dicembre 1992: foto di gruppo dei carabinieri del ''Tuscania'' impegnati nella missione IbisIl 16 settembre 1993 i due ufficiali dell'Arma componenti la missione tecnico-ricognitiva giungevano a Mogadiscio, anche per esaminare, insieme ai Police Advisers (Consiglieri di Polizia) del Dipartimento di Giustizia di Unosom, la comune politica nell'ambito della ricostituzione della Polizia somala. L'orientamento di quel Dipartimento era di riorganizzare la Polizia somala su base distrettuale o regionale. Si prevedeva che l'area affidata all'Italia avrebbe coinciso con quella di competenza del contingente italiano, cioè le regioni centrali dell'Hiran e dello Shebeli centrale (v. cartina n. 1). In un secondo momento, da parte degli altri partecipanti si pensò di affidare all'Italia le aree di sud-est, cioè le regioni di Galgudud e Mudug, che però erano di scarso interesse operativo in quanto poco abitate e prevalentemente desertiche (v. cartina n. 2). Fu comunque deciso che conveniva mantenere la coincidenza con le aree operative dei contingenti, e quindi, per l'Italia, il settore di competenza di Italfor.
Le altre nazioni aderenti al programma della Missione Unosom II - ormai chiaramente individuato e indicato come Somalia Justice Program (Sjp, Programma per la Giustizia in Somalia) - erano, oltre l'Italia, rappresentata per la parte militare dagli ufficiali dell'Arma, la Gran Bretagna, l'Olanda, l'Egitto, la Germania e la Norvegia. Il Sjp indicava con chiarezza che per la ricostituzione della stabilità economica e politica della Somalia erano necessari sistemi di giustizia civile e penale e una Polizia ben organizzata, operanti in una cornice amministrativa funzionante, che alla fine poteva evolvere in un Ministero della Giustizia efficiente.
Il Programma per la Giustizia in Somalia avrebbe avuto la durata di due anni e aveva le sue basi giuridiche: a) nella sopra citata risoluzione del Consiglio di Sicurezza n. 814 del 26 marzo 1993, che prevedeva assistenza nella ricostituzione della Polizia somala a livello locale e regionale, per la restaurazione della pace, della stabilità, del diritto e dell'ordine, includendo l'attività investigativa e facilitando il perseguimento delle violazioni del diritto internazionale umanitario; b) nella risoluzione n. 865 del 22 settembre dello stesso anno, che ribadiva la necessità del programma, chiedendo alle nazioni aderenti un costruttivo apporto; c) nella risoluzione n. 886 del 18 novembre 1993 sul medesimo argomento. Nel Programma per la Giustizia in Somalia era riconosciuto ampiamente che la Polizia somala, istituita nel periodo dell'Amministrazione Fiduciaria Italiana, era stata il Corpo di Polizia più efficiente e professionale della Somalia indipendente, anche quando, in seguito, era stato istituito dal presidente Barre un secondo Corpo di Polizia di Sicurezza Nazionale e un gruppo scelto di "berretti rossi", che avevano soppiantato le legittime funzioni della Polizia nazionale.
La Polizia somala aveva ricevuto, nel corso del tempo, una formazione totalmente occidentale: oltre a quella italiana sul piano addestrativo e ordinativo, nel settore motorizzazione aveva avuto una formazione tedesca, mentre per le telecomunicazioni e per la sezione aerea era di scuola americana. Aveva gestito un tipo di reclutamento caratterizzatosi come "intertribale" e una doppia fisionomia di organizzazione territoriale (Stazioni e Posti fissi di Polizia), con integrati Reparti mobili che all'occorrenza agivano in favore dei nomadi, interponendosi anche negli scontri fra di essi per motivi di pascolo e di sfruttamento delle sorgenti. Inoltre aveva mantenuto una sostanziale apoliticità: non aveva infatti partecipato al colpo di Stato di Siad Barre. Molti poliziotti, agendo con professionalità, avevano conservato il loro posto durante il regime e potevano ancora contare sull'apprezzamento della popolazione civile e delle fazioni in lotta. La Polizia somala era, insomma, il risultato innegabile di un impegno solido e approfondito dell'Arma dei Carabinieri, che si era esteso oltre il mandato dell'Afis in un clima collaborativo e nel quadro della cooperazione tecnica fornita alla Somalia.

L'orientamento generale che emerse dalla riunione della seconda commissione di esperti a Mogadiscio fu che i membri della Uncivpol non dovevano avere incarichi operativi, ma solo compiti di addestramento e consulenza. Da parte italiana si pensava, oltre ad un impegno sul territorio, soprattutto a un possibile addestramento di alcuni elementi somali negli Istituti italiani di formazione, garanzia di un professionale apprendimento per i quadri, altrimenti difficile sul territorio somalo dove dovevano essere attivate anche le Accademie e le Scuole. Non era semplice: si trattava di un impegno notevole, non privo di aspetti concernenti particolare tatto e diplomazia di intervento.
La missione ricognitiva dell'Arma terminò il 24 ottobre, con il rientro in sede dell'ufficiale responsabile della stessa, che in Somalia aveva fatto anche funzioni di Consigliere di Polizia nel Dipartimento della Giustizia Unosom; il secondo ufficiale rimase in Somalia con compiti di collegamento con Unosom II, fino alle decisioni che sarebbero state prese per avviare quanto previsto, e con la qualifica di Consigliere di Polizia nel Dipartimento di Giustizia. Nella relazione del Capo Missione si individuarono con precisione fasi di addestramento da predisporre, interventi strutturali nelle caserme, mezzi e materiali da far giungere in Somalia, necessari per avviare l'attività di quelle prime unità di Forze di Polizia somala che avrebbero operato nelle zone di competenza assegnate alla responsabilità dell'Arma.
L'impegno di studio e programmazione del Comando Generale procedeva: una seconda missione ricognitiva, composta da tre ufficiali, fu inviata il 20 novembre 1993 per prendere ulteriori contatti operativi con il comando Unosom, che aveva indetto una riunione tecnica, ed esaminare tutti gli aspetti della presenza dei Carabinieri nel quadro generale della collaborazione prevista. Questa rappresentanza dell'Arma, trovandosi in loco, avrebbe così potuto anche partecipare, dal 2 al 4 dicembre a Addis Abeba, ad una importante riunione tecnica voluta dall'Onu, inserita nell'ambito della IV Conferenza Umanitaria delle Nazioni Unite sulla Somalia: si trattava di fare il punto della situazione sulla collaborazione degli Stati partecipanti a Unosom, componente militare e aderenti all'iniziativa circa la Polizia somala, e definire l'avvio del Programma per la Giustizia in Somalia nei suoi dettagli operativi. Con l'occasione uno dei tre ufficiali avrebbe dato il cambio al collega presente a Mogadiscio come ufficiale di collegamento con Unosom II, al Quartier Generale. Due ufficiali rientrarono dalla missione il 5 dicembre; l'ufficiale di collegamento già presente restò in Somalia fino al 23 gennaio 1994, insieme a uno dei tre ufficiali della missione, rimasto per esigenze ricognitive, che rientrò nella stessa data. L'attività dell'Arma continuava, dando contributi in personale e mezzi.
Il 24 novembre 1993 iniziò a Mogadiscio la prevista riunione Unosom: ad essa prendevano parte il Capo della Divisione Giustizia Unosom II e dei Police Advisers, militari appartenenti alla Polizia di Stati Uniti, Olanda, Australia, Nigeria e Canada. Gli ufficiali italiani diedero un valido e riconosciuto contributo all'analisi della situazione contingente in Somalia. Il Capo della Divisione Giustizia sottolineò due punti di particolare interesse per la componente italiana: la volontà, affiorata da diversi contatti con notabili somali, di ricostituire le istituzioni dello Stato somalo sul precedente modello italiano, e di ricostituire il sistema legale e i suoi aspetti giudiziari, carcerari e di polizia. E in particolare, per quanto riguardava la Polizia, emerse l'orientamento che gli istruttori dell'Onu dovessero provvedere solamente all'addestramento dei quadri, che sarebbero stati selezionati dal costituendo Comitato Nazionale di Polizia composto da ufficiali eletti dalle organizzazioni di Polizia regionale, con l'approvazione dei rispettivi comitati politici. Questo andava nel solco tracciato dalle Nazioni Unite di ricostruzione della Somalia con l'accordo e l'apporto fattivo delle popolazioni locali.

Occorreva comunque, per l'attuazione pratica del programma, che al momento del ritiro dei contingenti militari internazionali vi fosse una reale cornice di sicurezza nel Paese, per garantire agli istruttori Onu un lavoro costruttivo privo di rischi estesi. Dal punto di vista tecnico emerse dalla riunione l'esigenza di dare la priorità alla costituzione di reparti mobili di pronto impiego, a livello di battaglione, per contrastare forme di banditismo molto diffuse, e di rinviare la costituzione della forza rapida al momento in cui la situazione fosse più calma e sicura.
La parte italiana fece chiaramente presente che non sarebbe stato possibile avviare alcun valido addestramento se le condizioni di sicurezza in Somalia non fossero state più chiare e certe. Inoltre, occorreva prioritariamente individuare le norme giuridiche che la magistratura somala avrebbe applicato e quindi anche quelle della Polizia. Senza questa pregiudiziale nessuna ricostituzione sarebbe stata possibile. Il contributo italiano poteva essere previsto in due ufficiali per la Divisione di Polizia e 18 istruttori da inviare nell'Hiran e nello Shebeli centrale, insieme a un contributo in termini di mezzi e di finanziamenti per soddisfare le esigenze logistiche.
Durante la riunione a Mogadiscio, il Dipartimento di Giustizia Unosom chiese espressamente all'Arma una particolare collaborazione per ritrovare personale esperto della vecchia Polizia somala, allo scopo di utilizzarlo già come addestratore e supervisore, affiancando i Police Advisers internazionali. Nella riunione successiva dei primi di dicembre ad Addis Abeba questi concetti furono reiterati, nel quadro generale della ricostituzione della legalità in Somalia, accettando anche quanto sottolineato più volte dai rappresentanti italiani e cioè che era necessario creare un ambiente sicuro, condizione indispensabile per far lavorare le unità internazionali e arrivare a progressi sostanziali.
La riunione di Addis Abeba si svolse nel quartier generale della Commissione Economica per l'Africa: una riunione qualificata, alla quale parteciparono delegazioni Onu, delegazioni dei Paesi aderenti all'iniziativa umanitaria, rappresentanti della Comunità Europea e rappresentanti della Polizia somala (tra i membri arruolati da Unosom II, nell'ambito dei singoli contingenti militari). L'orientamento generale era appunto quello di rimettere nelle mani dei somali il destino della Somalia. Ad Addis Abeba, il rappresentante della Polizia somala riconfermò e ricordò alla Conferenza le consolidate tradizioni di professionalità di quel Corpo. Sottolineò altresì che molti degli ufficiali somali avevano avuto il loro periodo di istruzione presso Istituti italiani di formazione militare e professionale. Alcuni elementi della Polizia somala avevano preparato un progetto di ricostituzione del Corpo rimesso nelle mani degli ufficiali dell'Arma, auspicando un aiuto importante da parte dell'Italia.
In quella occasione l'Italia si dichiarò pronta ad offrire assistenza nel quadro di un programma di studio e addestramento, anche presso i propri Istituti di formazione. Inoltre da parte italiana fu offerta assistenza nella selezione del personale di Polizia e disponibilità ad avviare una fase di consegna programmata di armi e veicoli ai somali nonché alla riparazione di caserme e accademie di Polizia: una offerta generosa, ma in linea con la politica e gli sforzi fatti anche precedentemente, dal 1950 al 1960.

Quando, il 15 dicembre 1993, subito dopo l'incontro di Addis Abeba, si svolse a New York una riunione del gruppo ristretto di lavoro per analizzare i risultati di quella Conferenza, la Presidente della riunione, Consigliere Politico del Dipartimento per le Operazioni di Mantenimento della Pace (Dpko, Department of Peace-Keeping Operations) delle Nazioni Unite, ebbe a notare ufficialmente l'elevata professionalità dell'Arma nella partecipazione all'attività preparatoria del Programma per la Giustizia in Somalia e quindi anche per la ricostituzione della Polizia somala. Nella sessione finale della riunione fu consegnata la versione definitiva del Programma - l'Appeal Document -, formalizzato in un documento delle Nazioni Unite del 16 dicembre 1993: per quanto riguardava l'istituzione della Divisione di Polizia si prevedevano 160 persone; per la ricostituzione della Polizia su base regionale e distrettuale era ipotizzata l'assegnazione di una zona comprendente più regioni geografiche in esclusiva competenza di uno Stato aderente al programma; zona che doveva ricadere nell'Area di Responsabilità (Area of Responsability, Aor) della componente militare.
Nella programmazione fu considerata prioritaria la costituzione di Battaglioni mobili di impiego rapido, alla formazione dei quali l'Arma era interessata per quanto riguardava la regione dell'Hiran e dello Shebeli centrale; fu altresì previsto l'addestramento di 10.000 unità, l'istituzione di 94 Stazioni di Polizia e di 5 Istituti d'istruzione (nessuno però nella zona di competenza italiana) e un contributo finanziario quantificato per ogni Stato aderente, che per l'Italia era valutato in quasi 5 milioni di dollari Usa. Fu chiesto all'Italia di contribuire anche al programma per l'area di Mogadiscio, che prevedeva 15 Stazioni, un Battaglione mobile e una Scuola. L'esperienza consolidata dell'Arma faceva ritenere che il programma addestrativo proposto da Unosom II fosse eccessivamente teorico e con scarse possibilità di successo in quella difficile realtà somala e comportasse tempi molto lunghi: quasi due anni. Nonostante queste valutazioni, l'Arma si adeguò alle decisioni internazionali.
Il 4 febbraio 1994, con la risoluzione n. 897 del Consiglio di Sicurezza, il mandato Unosom venne riaffermato nei suoi obbiettivi principali: era stato ribadito quello che riguardava la ricostituzione della Polizia somala. La data finale per il compimento degli obbiettivi fu fissata per il marzo 1995. Il 6 febbraio 1994 veniva rifondata ufficialmente a Mogadiscio la Polizia somala con il nome di Auxiliary Security Force (Forza Ausiliaria di Sicurezza), ma ancora molto doveva essere fatto per poter concretamente far funzionare quelle forze.
Nel quadro della risoluzione n. 814 del 26 marzo 1993, sopra citata, e in vista del ritiro del contingente italiano dalla Somalia, e allo scopo di coordinare la partecipazione italiana alle ulteriori fasi di Unosom, una riunione si svolse l'8 febbraio 1994 a Roma presso il Ministero degli Affari Esteri. Considerate le precarie condizioni della sicurezza nel Paese, fu deciso nel corso di quell'incontro di avviare solamente le 5 unità che dovevano essere inserite nella Divisione della Polizia Civile delle Nazioni Unite (Civpol) a Mogadiscio, dove avrebbero operato in condizioni di relativa sicurezza.
Come già altre volte richiesto alle Nazioni Unite, si auspicava che il Comandante del contingente avesse un incarico elevato nel Quartier Generale della Civpol, che aveva sede nella capitale. In quella riunione fu deciso anche un particolare contributo italiano, non potendo lasciare mezzi e materiali del contingente militare in ritiro, in quanto tale cessione avrebbe nella maggior parte dei casi severamente penalizzato l'operatività dei reparti una volta in patria: fu garantita la fornitura di 12.000 uniformi complete e 12.000 paia di anfibi, che avrebbe coperto le esigenze di vestiario della Polizia somala, così come richiesto dalle Nazioni Unite all'Italia.