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1992-1995 Somalia: quando solo il dialogo può essere costruttivo.

L'Italia nelle Operazioni Ibis I, Ibis II, Ibis III: Unosom I (aprile 1992); Unitaf Restore Hope (9 dicembre 1992 - 4 maggio 1993); Unosom II (4 maggio 1993 - 21 marzo 1994); United Shield (20 gennaio - 3 marzo 1995).
Mogadisco, dicembre 1992: i carabinieri del Battaglione Paracadutisti ''Tuscania'' impegnati nella Missione di pace IbisNel Corno d'Africa, la Somalia, un ampio territorio che copre un'area di circa 638.000 kmq, aveva raggiunto l'unificazione con il Somaliland britannico e l'indipendenza nel 1960, come si è visto nel capitolo dedicato all'Afis (Amministrazione Fiduciaria Italiana della Somalia). Non aveva allora e non ha tutt'oggi possibilità di trasporti; non ha ferrovie; le strade asfaltate sono pochissime e in pessime condizioni. Nel Paese vi sono solo due fiumi, il Giuba e l'Uebi Shebeli, che sfociano entrambi nell'Oceano Indiano: l'area tra di essi è l'unica fertile per l'agricoltura; il resto del territorio ha vegetazione assai scarsa. Mogadiscio è la città più grande e l'unico centro commerciale.
Dopo un periodo di relativa calma e di crescita, sia pur lenta, della nazione, nel 1969 un colpo di Stato militare, guidato dal generale Siad Barre, aveva spostato gli equilibri politici all'interno e nei rapporti con le grandi potenze. La situazione era rimasta precariamente stabile, nonostante una attiva guerriglia antigovernativa. Siad Barre guidava la nazione con polso fermo da Mogadiscio; eppure non riusciva ad evitare che la Somalia scivolasse sempre di più verso una pericolosa instabilità e verso l'anarchia.
Nel 1991 le varie fazioni a base etnica che si erano costituite riuscirono a rovesciare Siad, colui che consideravano un feroce dittatore, ma non trovarono un accordo successivo su chi dovesse gestire il potere e in qual modo. Una Conferenza Nazionale di Riconciliazione, tenutasi a Gibuti dal 15 al 21 luglio di quell'anno, non aveva avuto effetti pratici: aveva anzi rinfocolato l'antagonismo fra i clan. La fine del regime non fu seguita da un altro potere forte o da un potere democratico capace di guidare il Paese verso una relativa sicurezza e crescita economica. Un terribile vuoto di potere si sostituì a un Governo forte, atrofizzando le poche istituzioni statali che avevano continuato a funzionare dal 1969, pur tra compromessi e corruzione.
Dal 1991 fame, malattie e scontri tra fazioni decimavano la popolazione e la comunità internazionale decise di andare in soccorso dei civili somali, inviando ingenti quantità di aiuti alimentari e sanitari, tramite molte organizzazioni di soccorso, governative e non. L'operazione Unosom I (United Nations Operation in Somalia, Operazione delle Nazioni Unite in Somalia) fu autorizzata con la risoluzione n. 751 del 24 aprile 1992 dal Consiglio di Sicurezza e ampliata successivamente, considerando gli avvenimenti succedutisi in quella parte del Corno d'Africa nell'agosto dello stesso anno. A seguito della risoluzione dell'aprile, furono inviati in Somalia 50 osservatori militari (Unmos, United Nations Military Observers), ai quali si aggiunsero, nel settembre 1992, 750 "caschi blu" inviati dal Pakistan. Unosom I sarebbe stata integrata in seguito da altre 2.750 unità addette alla sicurezza, 720 per il supporto logistico e 200 funzionari civili.

Nonostante gli sforzi internazionali, Unosom I, dislocata nel porto di Mogadiscio, non riusciva ad assolvere il mandato per la quale era stata creata: in sintesi, sorvegliare la precaria tregua fra i clan rivali e collaborare con le organizzazioni umanitarie nell'assistenza alle popolazioni civili. Per dare sicurezza agli operatori di Unosom I, il 26 novembre 1992 gli Stati Uniti proposero l'invio in Somalia di un proprio contingente militare di almeno 20.000 uomini: anche in seguito a questa offerta, il 3 dicembre, con la risoluzione n. 794, il Consiglio di Sicurezza autorizzò l'impiego di una forza multinazionale, purché fosse ripristinata in Somalia una situazione di sicurezza tale da consentire la distribuzione degli ingenti aiuti umanitari inviati dalla comunità internazionale ad una popolazione civile vittima di guerre tra clan di ampia portata territoriale.
Fu così istituita la Unitaf (Unified Task Force, Forza Speciale Unificata multinazionale), articolata come combined joint task force e comandata dagli Usa, che ebbero l'intera responsabilità dell'operazione. Questa imponente forza Onu (45.000 uomini), alla quale partecipò anche l'Italia (Italfor) iniziò ad operare all'alba del 9 dicembre 1992, con lo sbarco sulla spiaggia di Mogadiscio di una task force (unità operativa speciale) americana. Era iniziata l'operazione Restore Hope (Ridare la speranza), un intervento che presentò difficoltà sicuramente non valutate nella loro totalità al momento delle decisioni. L'aiuto internazionale s'imponeva, secondo lo spirito dello Statuto delle Nazioni Unite, per far rispettare i diritti umani e ristabilire istituzioni statuali in uno Stato che aveva cessato di esistere in quanto tale e che rendeva instabile il Corno d'Africa: una minaccia in più, in una regione strategica già turbolenta, anche per la situazione critica dell'Etiopia all'interno e con l'Eritrea. Unosom I e Unitaf, insieme, riuscirono a portare soccorso alle popolazioni e a pianificare il disarmo delle milizie claniche.
Il 26 marzo del 1993, con la risoluzione n. 814, il Consiglio di Sicurezza approvò un nuovo intervento più organico e incisivo: fu così decisa la costituzione di Unosom II, sotto la diretta responsabilità delle Nazioni Unite, e dichiarata terminata la Missione Unosom I con l'Unitaf. Il 1° maggio di quell'anno le responsabilità di Unitaf passarono a Unosom II, mentre la cessione del comando militare avvenne il 4 maggio, tra il cedente generale americano e il subentrante generale turco.
Il mandato internazionale per Unosom I era stato, oltre quanto sopra ricordato rispetto alle popolazioni civili, quello di sorvegliare il "cessate il fuoco" a Mogadiscio e garantire protezione e sicurezza al personale Onu nel porto e nell'aeroporto di Mogadiscio. Unosom II, missione politica e militare, fu attivata ai sensi del capitolo VII della Carta delle Nazioni Unite, cioè con un mandato forte, che dava la possibilità di adottare misure coercitive per rispondere ad aggressioni, minacce e violazioni della pace.
Il compito più importante fu forse quello di fare in modo che tutte le fazioni continuassero a rispettare la tregua e gli altri accordi decisi nell'incontro di Addis Abeba del gennaio (che riguardavano principalmente la cessazione delle ostilità) e del marzo 1993, alla fine della Conferenza di Riconciliazione Nazionale per la Somalia tenutasi nella capitale etiopica. Quello di Addis Abeba era stato un incontro dei "leader politici somali", i quali si erano, tra l'altro, trovati d'accordo sulla necessità di ristabilire una Forza di Polizia Somala nazionale e regionale, per poter condurre la nazione verso un qualche ordine e una qualche stabilità. All'atto del rovesciamento di Siad Barre la Polizia somala era stata disciolta.

La rinnovata presenza delle Forze delle Nazioni Unite doveva dunque prevenire ogni ripresa della violenza e, se necessario, intraprendere idonee azioni, incluse eventuali misure di coercizione, contro quella fazione che violasse la tregua o minacciasse di farlo. Tra i compiti previsti vi era anche il ripristino delle strutture istituzionali e la rifondazione di uno Stato somalo organico e democraticamente rappresentativo di tutte le etnie del Paese. In questo quadro, e prendendo nota della volontà dei leader somali, fu anche previsto di assistere la Somalia nel difficile compito di ricostituzione della propria Polizia.
Doveva essere una operazione di peace-support ma, con gli incidenti del giugno e del luglio 1993, divenne soprattutto una operazione di peace-enforcing: operazione che provocò, fra i partecipanti alla missione, anche forti divergenze di vedute sulla sua conduzione e sulla politica da seguire nei confronti dei due più importanti "Signori della Guerra" somali, Mohammed Aidid e Ali Mahdi, di fatto gli arbitri della situazione.
Il 1° aprile 1993, facendo seguito alla citata risoluzione del Consiglio di Sicurezza n. 814, il Segretario Generale delle Nazioni Unite formalizzava le sue richieste all'Italia per ottenere la partecipazione di un contingente militare italiano come contributo alla missione. Il Segretario Generale chiariva che parte del contingente multinazionale Unosom II sarebbe provenuto da quello già presente in Somalia per Unosom I, sotto il comando Unitaf. Elementi addizionali sarebbero stati integrati in quel contingente per la nuova forza disposta. Nella stessa lettera veniva richiesto esplicitamente personale da integrare nella Compagnia Multinazionale di Polizia Militare: un capitano, un tenente e 18 ulteriori unità. Questa ultima richiesta era di stretta competenza dell'Arma dei Carabinieri, alla quale erano stati fatti riferimenti informali per via diplomatica.
Tutte le Forze Armate italiane, con le operazioni Ibis I, II e III, furono impegnate dall'11 dicembre 1992 al 14 marzo 1995 (integrate nel contingente multinazionale Unosom I e II, Unitaf, United Shield), giorno in cui a Brindisi arrivarono gli ultimi reparti dell'Esercito e del Battaglione "San Marco", che avevano agevolato il completo ritiro delle forze residue delle Nazioni Unite dall'area di Mogadiscio: la parte militare dell'operazione umanitaria in Somalia terminò il 3 marzo 1995. Da quel momento rimasero sul territorio solo elementi civili delle organizzazioni Onu e delle Organizzazioni Non Governative (Ong).
Per la prima volta, dopo il secondo conflitto mondiale, le Forze Armate italiane ebbero dei feriti gravi e dei caduti: non in una guerra dichiarata, ma in una operazione umanitaria di supporto alla pace.
L'11 dicembre 1992 partiva dunque da Pisa il primo nucleo del contingente italiano, composto da uomini della "Folgore" e dagli incursori del 9° Battaglione "Col Moschin". Contemporaneamente, dal porto di Livorno, con mezzi della Marina Militare e civili noleggiati per l'occasione, partiva il resto del contingente. In questo quadro la partecipazione dell'Arma fu molteplice e diversificata: sia come studi preparatori e collaborazione tecnico-professionale con le autorità internazionali, sia come contingente (di circa 80 unità), integrato in Italfor-Ibis I e II, e gruppo autonomo di esperti, integrati in Uncivpol, durante Unosom II per la ricostituzione della Polizia somala: dopo un trentennio i Carabinieri ritornavano nella Somalia post-coloniale con lo stesso compito, già precedentemente espletato.

Con Ibis I, un primo nucleo di 25 militari di particolare esperienza in missioni fuori area, appartenenti al 1° Battaglione Paracadutisti "Tuscania", partì con il resto della Forza, inquadrato nell'ambito della Brigata Paracadutisti "Folgore"; a fine marzo 1993, erano presenti 5 ufficiali, 8 sottufficiali e 53 carabinieri; i paracadutisti del "Tuscania" sarebbero rimasti fino al 6 aprile 1994 in Somalia, integrati in Unosom II.
Nella prima fase dell'operazione, i Carabinieri assolsero principalmente funzioni di polizia militare del contingente italiano; organizzarono servizi di scorte alle delegazioni delle autorità italiane e internazionali in visita e ai convogli umanitari; costituirono una riserva, spesso utilizzata, per il pronto impiego; fornirono protezione alla sede diplomatica italiana; effettuarono perquisizioni e rastrellamenti di armi nell'area di Mogadiscio; furono responsabili dei controlli aeroportuali di Polizia Militare. Con il progressivo aggravarsi della situazione, il Distaccamento Carabinieri "Tuscania" in Somalia, insieme alle unità di paracadutisti della "Folgore", fu impiegato come riserva di intervento, su richiesta dello stesso Comando Unosom, per quei servizi ad alto rischio che erano normalmente affidati a Forze Speciali. Nelle varie operazioni effettuate, i carabinieri si sono notevolmente distinti, tanto che per loro furono avanzate 23 proposte di ricompense e/o di riconoscimento. Quattro furono i feriti tra gli uomini dell'Arma.
Il Distaccamento Carabinieri per le Missioni Unosom era alle dirette dipendenze del Comando Italfor, che lo impiegò solo in misura ridotta per compiti di polizia, privilegiandone per la prima volta un utilizzo tipico delle Forze Speciali, come elementi combattenti di alta professionalità ai quali sono devoluti compiti specifici. La maggior parte del Distaccamento era dislocato a Mogadiscio, sede del Comando italiano, mentre alcuni nuclei erano andati al seguito dei reparti del contingente italiano dislocati sul territorio (Balad, Bulo Burti, Belet Uen, Gialalassi e Gihoar).
Come sopra ricordato, nel periodo di presenza in Somalia, i carabinieri paracadutisti, oltre a svolgere attività di polizia militare, hanno partecipato a tutte le operazioni condotte dalle forze italiane: diversi furono i momenti di grave rischio durante i quali esse si sono distinte. Il primo è datato 5 giugno 1993: forze pakistane Unosom tentarono di occupare la sede della radio di Mogadiscio. La reazione dei guerriglieri somali fu violenta e nello scontro morirono 23 militari pakistani, mentre i restanti si asserragliarono all'interno della Manifattura Tabacchi. Intervennero in aiuto sei mezzi cingolati del Distaccamento Paracadutisti dei Carabinieri, unitamente al personale del 9° Battaglione d'assalto "Col Moschin": gli italiani liberarono dall'assedio i militari pakistani e recuperarono i cadaveri.
Nel luglio del 1993 due sono gli episodi, fra i tanti, che più mettono in risalto l'azione dei carabinieri presenti quale arma combattente ed i pericoli corsi da loro, così come da tutti i componenti del contingente italiano. Il 2 luglio un Reparto di formazione di carabinieri paracadutisti partecipava all'operazione denominata "Canguro 12", decisa dal Comando Italfor, inquadrato nel Raggruppamento Paracadutisti "Folgore", colonna "Alfa": rastrellamento del quartiere Haliwaa, a nord di Mogadiscio. Scoppiarono gravi incidenti. Quando il Comando italiano dichiarò conclusa l'operazione, il Reparto di carabinieri riceveva l'ordine di rientrare alla base; contemporaneamente la colonna italiana "Bravo", che si stava ritirando verso nord, venne attaccata da guerriglieri somali nella nota e pericolosa zona vicino al pastificio. A quel punto i carabinieri già alla base ricevettero l'ordine di uscire nuovamente per raggiungere il check point "Pasta" ed evacuare i feriti italiani. Insieme agli incursori del "Col Moschin", i carabinieri si aprirono combattendo la strada verso l'obiettivo: forzarono le barricate che erano state poste lungo il percorso e snidarono cecchini e tiratori somali. Giunti sul posto, effettuarono una pericolosa azione di rastrellamento dell'area. Riuscirono poi a tornare alla base, agevolando il rientro degli altri Reparti italiani con un consistente fuoco di copertura alla Colonna. È doveroso ricordare che quel 2 luglio l'Italia perdette 3 militari e 36 furono feriti (tra i quali due carabinieri del "Tuscania"), alcuni in modo assai grave. E il 9 luglio, sempre a Mogadiscio, nella zona del Porto Nuovo, mentre era in pattugliamento, un altro carabiniere veniva ferito da un cecchino.