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La missione di ricognizione confermò però la sostanziale fattibilità dell'operazione, anche dal punto di vista sanitario, pur considerando l'obbiettiva fluidità della situazione politica e le gravi difficoltà logistiche e di mobilità. Essa fu particolarmente apprezzata dal generale olandese Roos, Comandante della Polizia Civile dell'Untac, il quale espresse specifico interesse per la presenza dell'Arma, che, fece notare, già godeva di una immagine di grande professionalità in campo internazionale.
La partenza del contingente italiano restò fissata per la metà di luglio. I Carabinieri sarebbero stati dunque integrati nell'unità di Uncivpol (Polizia Civile). Il quartier generale era a Phnom Penh. Lo schieramento doveva essere il seguente: aliquote di 7-8 unità presso i capoluoghi di provincia (che sarebbero stati individuati una volta giunti sul territorio) alle dipendenze dei Comandanti Provinciali Civpol; aliquote di 2 o 3 carabinieri nei capoluoghi di distretto, dove dovevano aprirsi dei Comandi di Distretto, secondo le necessità previste dai Comandanti Provinciali; una aliquota di 7 o 8 carabinieri assegnata al Quartier Generale Civpol a Phnom Penh. Il Comandante del contingente sarebbe stato inserito nella catena di Comando della missione; l'altro ufficiale previsto nel contingente, secondo quanto riferito dalla missione ricognitiva, avrebbe dovuto probabilmente comandare nel Quartier Generale il Nucleo Investigativo e Operativo, agendo anche con funzioni di collegamento per le varie aliquote dei Carabinieri diffuse sul territorio. In realtà ambedue gli ufficiali furono inviati nei settori di assegnazione quali Comandanti: la lusinghiera collocazione creò però qualche ulteriore difficoltà operativa allo svolgimento della missione, per quel che riguardava i collegamenti tra i vari gruppi italiani; i problemi furono risolti con professionalità e sicurezza.
Dal punto di vista dell'impiego era chiaro che i Carabinieri, come tutte le altre Forze di Polizia, sarebbero stati utilizzati in pattuglie miste che avrebbero perlustrato il territorio, assolutamente senza armi, con i noti compiti di "osservatori di Polizia Civile". L'Untac assicurava il movimento fornendo fuoristrada attrezzati, ma ogni mezzo fu usato per assicurare la mobilità: anche semplici locali piroghe. Il Segretario Generale delle Nazioni Unite aveva fatto una prima visita in Cambogia nell'aprile del 1992, ancora durante l'espletamento di Unamic, per monitorare l'avvio della Missione Untac: il lavoro svolto risultò abbastanza soddisfacente, nonostante i problemi creati dal tardivo dispiegamento di un gran numero di osservatori di Polizia.
Le difficoltà avute dall'Italia per lo scarso preavviso dato dalle Nazioni Unite all'inizio della missione erano state incontrate anche da altre nazioni partecipanti alla Civpol, che avevano di conseguenza ritardato l'invio degli osservatori. Alla fine di aprile del 1992, infatti, solo 193 di essi avevano potuto raggiungere la Cambogia: la componente Civpol stentava a costituirsi. Fino a quel momento gli Stati che avevano aderito all'invio degli osservatori si erano impegnati in tutto per 1.903 unità, numero ancora lontano da quello previsto inizialmente, di 3.600. La cifra sarebbe stata comunque raggiunta agli inizi del 1993. Intanto il Governo italiano, che aveva deciso la presenza di un Addetto aeronautico, militare e navale a Bangkok, accelerò le pratiche relative affinché al momento della missione anche quell'ufficiale fosse al suo posto, per poter meglio supportare i militari dell'Arma in Cambogia: l'Ambasciata d'Italia a Bangkok, infatti, serviva come riferimento per gli italiani, anche civili, operanti nell'ambito Untac.
La partenza del Reparto Carabinieri Untac fu fissata per il 23 luglio 1992. Il 24 il contingente era regolarmente arrivato a destinazione e poteva iniziare a operare. Immediatamente le unità furono assegnate, anche se non subito dispiegate (essendo in attesa dell'equipaggiamento necessario), alle varie aree di competenza, in gruppi varianti, come previsto, da 7 a 8 unità: in particolare a Kampot furono inviati un ufficiale e 7 tra sottufficiali e carabinieri; a Preah Vihear, un ufficiale e 9 unità; a Takev, 9 unità; a Stung Treng, 8; a Retana Kiri, 8; a Kratie, 8; a Prey Veng, 8; a Kompong Chamn, 8; a Phnom Penh rimasero 9 militari. Fu subito chiaro che le comunicazioni tra il Quartier Generale e la provincia erano molto difficili e le condizioni di vita alquanto precarie, così come lo erano le comunicazioni e la mobilità sul territorio: le strade si presentavano in pessime condizioni e spesso impraticabili durante la stagione delle piogge.
Come sopra anticipato, contrariamente a quanto era stato deciso al momento della missione ricognitiva, il Comandante del contingente non fu impiegato al Quartier Generale ma inviato quale Comandante Provinciale nel problematico distretto di Kampot, dove, tra le altre difficoltà da affrontare, vi era l'indisponibilità di luce elettrica continua, tale da limitare anche le comunicazioni con la madrepatria, che potevano avvenire quasi esclusivamente tramite un telefono satellitare in dotazione, alimentato a batteria. Anche le comunicazioni fra i gruppi dei Carabinieri sul territorio risultavano complesse.
L'8 agosto 1992 l'ufficiale Comandante del contingente assunse il comando di Kampot, e per il 12 agosto tutto il personale aveva raggiunto le sedi di assegnazione, nella zona nord-orientale della Cambogia. Tre marescialli furono nominati Comandanti di Distretto. Compiti istituzionali del contingente furono il controllo del territorio e l'assistenza alle popolazioni; la supervisione dell'operato della Polizia locale, con la facoltà di compiere indagini autonome su crimini complessi o a sfondo politico; la scorta al personale della componente Untac elettorale; l'assistenza alla componente Untac dei diritti civili; la monitorizzazione di eventuali violazioni da parte di organi governativi; il controllo del libero svolgimento delle consultazioni elettorali previste per il maggio 1993. A Preah Vihear, una delle zone assegnate, i militari italiani furono i primi osservatori Civpol in assoluto a entrare nel territorio.
Le difficoltà logistiche furono notevoli: i carabinieri dovettero reperire personalmente il loro alloggio, non sempre situato in ambienti salubri; non era facile trovare vitto in genere e che fosse in buone condizioni igieniche. L'acqua non era potabile e l'approvvigionamento di quella da bere difficile. La condizione di vita nelle province si rivelò sempre più precaria: complessa oltre ogni previsione la situazione sanitaria e alimentare. La malaria era presente ovunque, tranne che nella capitale. Dal punto di vista professionale, i pattugliamenti erano a forte rischio a causa della presenza di numerose mine sul territorio. Lo stato delle strade era pessimo. Anche il comportamento delle diverse fazioni, in realtà ancora in armi e con spirito combattivo, era un rischio continuo per le pattuglie di osservatori di Polizia. Le comunicazioni con il Quartier Generale venivano comunque assicurate dal contingente dell'esercito australiano.
Dopo la precaria fine del conflitto armato, in attesa delle elezioni, quello era forse per la Cambogia il periodo più delicato e pericoloso: un processo di normalizzazione, dopo una lunga fase durante la quale i diritti umani sono stati completamente ignorati, è sempre molto lento e a forte rischio, e la Cambogia non faceva eccezione. Inoltre i Khmer rossi impedivano ai membri dell'Untac di penetrare nel territorio da loro controllato, pur non facendo, ancora agli inizi della missione, alcun atto ostile ai "caschi blu".
Nella seconda metà del 1992 la situazione divenne molto critica nelle regioni settentrionali, ove si verificarono attacchi alle installazioni della Civpol. In alcuni distretti del nord il personale dell'Onu dovette essere evacuato. Ai primi di dicembre sei membri delle forze internazionali furono catturati dai Khmer rossi, i quali continuavano ad ostacolare in qualsiasi modo il processo di pace, sovvenzionati anche dai loro traffici di legname, sfruttato da grandi società tailandesi e dal già citato commercio e contrabbando di pietre preziose (principalmente rubini e zaffiri). A metà dicembre si ebbe un secondo sequestro di 21 "caschi blu".
L'aliquota dell'Arma è risultata una delle più qualificate professionalmente fra quelle delle 46 nazioni presenti; molti dei nostri militari sono stati posti a capo di "teams operativi" o incaricati di delicate incombenze. I Carabinieri si sono fatti apprezzare per la proficua opera investigativa, per la protezione offerta alle inermi popolazioni dei villaggi più sperduti e la concreta assistenza offerta in ogni situazione. L'Ambasciatore Yasushi Akashi, Segretario Generale Aggiunto dell'ONU e capo della missione, ha espresso parole di grande apprezzamento e di profonda ammirazione per l'operato dei nostri militari, soprattutto per la notevole carica di umanità, per l'alta efficienza e per l'encomiabile spirito di servizio posto in ogni attività operativa, precisando che la presenza del Carabiniere è stata, in ogni team, elemento aggregante e migliorativo.
Le elezioni sul territorio erano previste per il maggio 1993: risultava molto difficile la compilazione di attendibili liste elettorali e quindi la preparazione di libere e sicure elezioni. Nel gennaio di quell'anno erano comunque arrivati in Cambogia quasi tutti i 3.600 Civpol previsti nella formazione del contingente internazionale: sarebbero risultati lo strumento più necessario per lo svolgimento delle elezioni. Secondo quanto espresso dallo stesso Segretario Generale delle Nazioni Unite nel suo rapporto del 25 gennaio 1993 (S/25124), il terzo sulla situazione in Cambogia e sui progressi della Missione Untac, le minacce all'ordine pubblico nel Paese erano di tre diversi ordini: attacchi di matrice politica agli uffici dei partiti politici; attacchi alle persone che parlavano vietnamita; uccisioni che sembravano non avere alcuna ragione, ma certamente eseguite per mantenere un clima di intimidazione e di paura. Molti erano stati gli incidenti di questo tipo e gli elementi della Civpol, insieme alla componente sui diritti umanitari, avevano provveduto a fare indagini sull'accaduto.
In prossimità delle elezioni il quadro generale si fece sempre più difficile e instabile: certamente l'Untac, almeno fino a quel momento, non era riuscita a pacificare le fazioni in lotta e ad aver ragione dei Khmer rossi. Il compito dei Civpol diveniva sempre più pesante e rischioso. Una volta esaurite le operazioni di voto, che si svolsero tra il 23 e il 28 maggio 1993, l'Untac iniziò ad organizzare il rientro dei contingenti, prevedendolo scaglionato nell'arco di quindici giorni a partire dalla metà di giugno. In realtà le operazioni furono dilazionate alquanto, e in un primo momento per il contingente italiano si programmarono due scaglioni di rientro, il 19 luglio per 34 unità e il 26 per la parte restante. Fu anche chiesto nominativamente dalle autorità Untac che un carabiniere italiano, particolarmente distintosi nel servizio, rimanesse fino al completo smantellamento del Quartier Generale a Phnom Penh, presenza che poi non fu confermata da quelle autorità per riduzione del personale nel periodo conclusivo. In seguito fu deciso che il contingente italiano sarebbe rientrato in unica soluzione il 21 luglio. Il 22, un anno dopo l'arrivo in Cambogia, tutto il contingente faceva ritorno in Italia.
Nell'insieme, la Missione Untac riuscì ad ottenere solo in parte gli obbiettivi che si era prefissata, considerato il grande dispiego di uomini e mezzi: infatti nella zona controllata dai Khmer rossi non era stato possibile far svolgere elezioni, anche se non si erano verificati incidenti gravi.
Per quanto riguarda il contingente dell'Arma, la missione si chiuse con un bilancio positivo di grande soddisfazione e con apprezzamenti lusinghieri da parte delle autorità locali e internazionali e del Rappresentante personale del Segretario Generale delle Nazioni Unite in Cambogia, il giapponese Yasushi Akashi.
I militari italiani hanno concretamente dimostrato la loro professionalità e il loro accurato addestramento anche nel caso di quella missione in un territorio con particolari caratteristiche socio-ambientali mai sperimentate prima. La missione è stata molto utile, inoltre, come banco di prova per l'ulteriore esperienza di lavoro con Polizie di altri Stati. La collaborazione e la cooperazione non risultarono sempre agevoli, oltre che per il territorio sul quale si svolgevano e per il particolare periodo storico, anche per l'eterogeneità dei contingenti di Civpol inviati, che ha obbligato tutti gli osservatori a notevoli sforzi di armonizzazione. Infatti, poiché le pattuglie erano state costituite su basi miste, fu necessario trovare un sistema di lavoro comune, cioè definire regole e profili operativi adeguati anche per quelle unità che nella madrepatria erano dei civili, incorporati all'ultimo momento nei corpi di Gendarmeria locale, a beneficio dell'integrazione nella missione degli osservatori di Polizia.
Ovviamente per gli italiani la collaborazione si rivelò più agile con quelle Polizie di natura o di origine militare: ancora una volta si era riaffermata la doppia valenza dell'Arma, quale Forza combattente e Forza di Polizia. Anche se non ebbero incarichi a livello di Quartier Generale, i due ufficiali dei Carabinieri presenti furono Comandanti Provinciali e alcuni sottufficiali Comandanti di Distretto; nell'ambito delle varie postazioni, gli italiani ebbero sempre compiti di particolare responsabilità. Si trattò, in conclusione, di una esperienza positiva e formativa per coloro che vi parteciparono, con un notevole incremento per l'immagine e il prestigio internazionale dell'Arma, protagonista operativa militare unica rappresentante per l'Italia in quella missione.