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Oltre alle competenze specifiche del caso, ai Carabinieri partecipanti alla missione venivano richieste una particolare abilità e tatto nell'approccio con le popolazioni locali, che uscivano da un ventennio di guerra civile e violenze.I membri dell'Uncivpol (United Nations Civil Police, Polizia Civile delle Nazioni Unite), cioè gli osservatori di Polizia (Police Monitors) dell'Untac - questa era la loro denominazione ufficiale -, da non confondersi con gli osservatori militari che facevano parte della componente militare, erano agenti di Polizia assegnati al servizio delle Nazioni Unite, sulla base di un prestito temporaneo da parte dei governi degli Stati membri, a richiesta del Segretario Generale, per eseguire le specifiche funzioni indicate nell'accordo per il quale venivano costituiti; in sintesi erano forze di Polizia con compiti "civili".
La Untac Civpol avrebbe dovuto monitorizzare, osservare cioè il comportamento e l'operato della Polizia Civile locale, con compiti anche di collegamento; assicurare che la legge e l'ordine pubblico fossero mantenuti sostanzialmente e imparzialmente. Di norma, la Polizia Civile delle Nazioni Unite non viene interessata a tali problemi, ma, considerate le circostanze, in quel caso interventi rivolti al "disinnesco" di situazioni difficili potevano essere oltremodo fruttuosi: nel settore si ponevano comunque seri interrogativi su quale corpo di leggi far rispettare, considerato che ogni fazione o partito politico aveva una sua "legislazione" operante sul territorio da essa controllato.
Gli osservatori di Polizia dovevano fare in modo che i diritti umani e le libertà fondamentali fossero assolutamente rispettati, basandosi in via prioritaria sulle decisioni e risoluzioni dell'Onu e sul suo Statuto. Dovevano inoltre garantire la sicurezza della popolazione civile durante le elezioni, per consentire uno svolgimento sereno della consultazione. Avrebbero anche avuto poteri di indagine su eventuali incidenti locali.
La responsabilità dell'amministrazione delle Forze di Polizia locali sarebbe rimasta alla parte cambogiana, e i Civpol avrebbero operato con la supervisione e sotto il controllo diretto dell'Untac. Per l'espletamento dei loro compiti gli osservatori avrebbero potuto accompagnare le pattuglie della Polizia cambogiana o effettuare in proprio dei servizi di pattugliamento nelle aree di competenza. Coloro che partecipavano a queste unità dovevano avere, tra le altre qualifiche necessarie, uno stato di servizio di almeno sei anni, oltre ad un'ottima conoscenza di inglese e/o francese; dovevano essere possibilmente celibi o comunque disposti a stare lontano dalla famiglia, essendo previsto un periodo di permanenza in Cambogia di non meno di sei mesi.
L'Arma dei Carabinieri fu contattata per una partecipazione qualificata alla missione ai primi di marzo del 1992: il Comando Generale diede immediatamente la disponibilità di uomini e mezzi. Indubbiamente, nella missione proposta, complessa e situata in territorio lontano e poco conosciuto, si coniugava la militarità dell'Istituzione con i particolari compiti di polizia da essa sempre disimpegnati. La partecipazione ad una operazione così delicata avrebbe ulteriormente valorizzato la presenza dei Carabinieri, già conosciuta e apprezzata, nel contesto internazionale.
Il 17 marzo gli Uffici competenti avevano provveduto a diramare l'interpellanza necessaria per formare il contingente, tutto su base volontaria. Coloro che avessero partecipato alla missione Untac Civpol avrebbero conservato il proprio status militare, con una "qualificazione civile" della missione di polizia, come previsto nelle risoluzioni degli organi delle Nazioni Unite.

Phnom Penh, il Quartier Generale dell'UNTAC.Alla fine di marzo il Segretariato Generale dell'Onu chiese al Governo italiano di aumentare le unità di carabinieri da 75 a 100: ma, per motivi operativi, non fu possibile aderire a tale pur lusinghiera richiesta. Tra l'altro, oltre al contingente previsto per la Civpol, per compiti di polizia militare sarebbero stati assegnati anche due sottufficiali e sei carabinieri allo Squadrone Elicotteristi Ale di Viterbo, che avrebbe dovuto partecipare alla componente militare nel Gruppo di supporto aereo. Lo sforzo di partecipazione era dunque già notevole.
All'osservatore di Polizia si richiedevano attitudini investigative e professionalità legata al servizio istituzionale, unite però a molta diplomazia, abilità e tatto nell'approccio con le popolazioni locali e nella soluzione dei problemi che si potevano porre nell'espletamento della missione. La Cambogia usciva da un ventennio di lotta civile, guerriglia, violenza di ogni tipo. La situazione generale del Paese era quella di un territorio annullato da un conflitto interno, sanguinoso e senza alcuna pietà. La rete infrastrutturale era quasi inesistente e quella sanitaria disastrosa.
Si trattava di una missione diversa da altre similari, che implicava indubbiamente anche seri rischi fisici per il personale: pertanto fu importante la ricerca di particolari qualifiche professionali e tecniche che richiedevano una attenta valutazione nella scelta dei soggetti da inviare, tutti su base volontaria, dopo un opportuno periodo di serio e specifico addestramento e di amalgama fra tutte le componenti del contingente. La missione in Cambogia però fornì all'Arma una straordinaria occasione, anche per i futuri eventuali contatti con Forze di Polizia di altri Stati. Inoltre una caratteristica di particolare importanza di questa missione fu che il contingente militare italiano, al momento di operare, risultò composto esclusivamente da unità di carabinieri essendo caduta, a livello politico internazionale, l'esigenza dell'invio dello Squadrone Elicotteristi: circostanza questa che diede ulteriori responsabilità all'Istituzione, anche se unite a una visibilità internazionale molto forte.
Le esigenze addestrative e di preparazione generale furono molto complesse. Oltre ad una intensa profilassi sanitaria, che prevedeva un numero di vaccinazioni notevolmente superiori rispetto a quelle praticate in altri casi (il tempo per il completamento della stessa era di circa 60 giorni ed erano necessari anche dei richiami da fare sul territorio), e ai consueti corsi di addestramento al tiro, si richiedeva un corso intensivo di lingua inglese o francese, idiomi che dovevano essere molto ben conosciuti da tutti i partecipanti alla missione. In realtà risultò che, contrariamente alla segnalazione degli organi delle Nazioni Unite, il francese non era molto parlato in Cambogia: la lingua più diffusa e quindi strumentalmente più utile era l'inglese.
Sempre nel quadro addestrativo fu previsto un corso sui diritti umanitari, anche se ristretto alle nozioni relative all'impiego particolare nella missione; occorrevano poi una preparazione speciale per muoversi sui campi minati e un breve corso di nozioni fondamentali di sopravvivenza, considerato che il territorio sul quale si doveva operare era molto diverso, per morfologia e ambiente, da quello normalmente conosciuto dagli operatori Civpol. Ulteriore requisito richiesto era una specifica patente internazionale, perché tutti gli osservatori dovevano saper guidare ogni classe di veicolo, soprattutto quelli con quattro ruote motrici da condurre prevalentemente su terreni dissestati.
Per quanto riguardava l'armamento, i singoli Governi erano stati lasciati liberi di decidere se i loro uomini avrebbero avuto al seguito armi personali, ma poiché non ne era previsto l'impiego, coloro che ne avessero avute avrebbero dovuto custodirle a propria cura. Per i Carabinieri, in un primo momento fu stabilito che le unità, oltre ad un giubbetto antiproiettile leggero e al casco antiproiettile, con l'equipaggiamento avrebbero portato anche l'arma personale. In un secondo tempo, però, considerato che comunque nel corso della missione avrebbero dovuto girare disarmati, fu scelto di lasciare in patria le armi in dotazione. Agli inizi di maggio del 1992 il Comando Generale istituiva ufficialmente il Reparto Carabinieri Untac, continuando a ritmo serrato la preparazione professionale speciale del contingente.

Cambogia, aprile 1993: carabinieri in perlustrazione fluviale, a bordo di una canoa. Sono a Bokeo, al confine con Laos e Vietnam.Era stato previsto che tra l'11 e il 29 maggio avrebbe dovuto essere schierata in Cambogia una prima parte della componente di Polizia dell'Untac, dietro preavviso delle autorità delle Nazioni Unite. Il 7 maggio il Segretariato Generale fece pervenire una lettera alla Rappresentanza Permanente d'Italia presso le Nazioni Unite a New York, con la quale si chiedeva appunto che 40 dei previsti 75 uomini del contingente italiano partissero e si schierassero in Cambogia tra il 18 e il 22 maggio. Il preavviso fu dato con anticipo troppo breve e per questo motivo non fu possibile il dispiegamento degli uomini nelle date richieste: tra le altre ragioni organizzative e operative, non era stata terminata la profilassi sanitaria, prioritaria ad ogni eventuale presenza sul territorio. Questa fu una precauzione quanto mai importante, dimostrata dal fatto che, nonostante tutti gli accorgimenti presi, numerosi carabinieri soffrirono di varie infermità tropicali.
Ulteriore motivazione per l'impossibilità di partire con un così breve preavviso fu che lo Squadrone Elicotteristi, inizialmente richiesto all'Italia, non era stato più chiamato a partecipare per mutate esigenze della missione: questo cambiamento nei progetti originari comportava un ulteriore sforzo organizzativo per l'Arma, in quanto doveva essere approntato un supporto logistico in sostituzione di quello che l'Esercito avrebbe predisposto e fornito anche ai Civpol italiani, se lo Squadrone Elicotteristi avesse partecipato. Inoltre il ciclo addestrativo, particolarmente studiato per questa esigenza, non era terminato, essendo stato previsto su una durata di quattro settimane, per poter fornire agli operatori le indispensabili istruzioni e preparare un contingente che continuasse a dimostrare l'alta professionalità italiana.
A causa della mancata presenza del contingente dell'Esercito nella componente militare della missione, quello Stato Maggiore, essendo molto impegnato in altre missioni, autorizzò l'Arma allo svolgimento diretto della fase di organizzazione, di coordinamento e di controllo per quanto riguardava la preparazione della presenza italiana nella Civpol dell'Untac: vennero cioè devolute all'Istituzione tutte quelle incombenze organizzative e logistiche caratteristiche di una missione di supporto alla pace. La circostanza comportava indubbiamente maggiori responsabilità ed anche maggiori oneri finanziari. Inoltre diventava di fondamentale importanza per l'Arma procedere ad una ricognizione sul campo, a Bangkok e Phnom Penh, per meglio definire le varie esigenze degli operatori.
Queste missioni preventive di ricognizione sono state e sono sempre necessarie; in particolar modo lo furono nel caso della Cambogia, per valutare un territorio non molto conosciuto agli operatori; per monitorare la presenza di strutture sanitarie e quale fosse la loro efficienza; per organizzare le esigenze di vettovagliamento; per l'individuazione dei vettori di trasporto e dei collegamenti possibili con la madrepatria; per la definizione di tutti gli aspetti logistici relativi alla vita dei componenti la missione. Uno degli scopi principali delle missioni ricognitive è inoltre quello di prendere i necessari contatti con le autorità locali e con quelle internazionali che sono presenti in loco, per meglio preparare l'arrivo e la presenza degli operatori: così fu anche in questo caso.
Al suo rientro, il gruppo dei Carabinieri che era andato in ricognizione in Thailandia e in Cambogia dal 21 al 27 giugno 1992 mise in evidenza alcuni seri problemi: la Cambogia non possedeva una valida organizzazione statuale amministrativa in quel periodo appena posteriore alla fine del conflitto armato; la situazione politica era ancora piuttosto fluida e instabile anche a causa dei Khmer rossi che, pur essendosi seduti al tavolo delle trattative di Parigi e avendo aderito agli accordi, rifiutavano ancora la consegna delle armi, cercando di ritardare al massimo il completo smantellamento della loro organizzazione militare. Era chiaro che temevano, a causa del loro comportamento terroristico e violento durante il regime di Pol Pot, rappresaglie sanguinose delle altre fazioni. Tendevano anche, con la forza delle armi, a continuare quei traffici internazionali illeciti, riguardanti stupefacenti e contrabbando di pietre preziose, che avevano alimentato la sopravvivenza economica della fazione, da quando la Cina le aveva rallentato la politica degli aiuti.