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Dal 1979 - Libano: un lungo intervallo dopo la Somalia.

Dopo la prima missione di pace in Somalia, dalle caratteristiche indubbiamente particolari, trattandosi di un territorio in amministrazione fiduciaria che aveva fatto parte delle colonie italiane, passò un ventennio circa prima che le Forze Armate italiane partecipassero, con contingenti notevoli, a missioni militari di pace all'estero per il mantenimento della sicurezza internazionale, sotto l'egida di organizzazioni internazionali, mondiali o regionali. Si arrivò così al 1979, con la partecipazione alla prima di una lunga serie di missioni fuori area che hanno visto e vedono impegnate con sacrificio e generosità tutte le Forze Armate italiane: Esercito, Marina, Aeronautica, Arma dei Carabinieri. Anche il Corpo della Guardia di Finanza ha dato e tuttora dà il contributo della propria particolare professionalità.

I Carabinieri in Libano nel quadro della Missione multinazionale Unifil, 1979, ancora in atto, e nella Forza Multinazionale I e II (Fmn): operazioni Libano I e II, 1982-1984. Arma combattente, oltre che Polizia Militare.

Gli anni tra 1978 e il 1982 saranno difficili e convulsi su tutto il territorio libanese.A distanza di un ventennio dalla fine della missione, non si può certo dire che gli interventi multinazionali in Libano furono coronati dal raggiungimento dello scopo prestabilito, cioè quello di garantire la pace nello Stato e la fine delle ingerenze politico-militari, poste in essere da Stati confinanti per una lunga serie di motivi politici tradizionali e contingenti. Quegli interventi non controllarono del tutto e non posero fine alla guerra civile; anzi, se possibile, ne favorirono l'escalation, fallendo politicamente.
L'errore non fu certamente dei contingenti militari, che eseguirono con professionalità le operazioni nei termini indicati dai politici e dai diplomatici. Il punto importante da ricordare, per meglio comprendere quanto succedeva in quel periodo e l'impegno costruttivo, anche delle Forze Armate italiane, è che in Libano, sulle conseguenze di un conflitto regionale importante - il confronto aspro fra israeliani e arabi, vittime i palestinesi -, si era innestato un conflitto civile locale: era difficile - occorre dire a difesa di diplomatici e politici - un intervento risolutivo dove tanti interessi contrapposti si intrecciavano; quando etnia e religione potevano unire o dividere in modo violento; quando desideri di predominio, repressi e coltivati per tutto un secolo, o ricerca di una sopravvivenza e di una identità nazionale muovevano masse e governanti.
La comunità internazionale si è confrontata e ancora si confronta, in Medio Oriente, con secolari interessi locali e sopranazionali e con gli errori commessi dalle diplomazie vincitrici alla fine della prima guerra mondiale, quando, in base a criteri colonialisti, le grandi potenze spartirono e diedero un assetto ai territori del vinto Impero Ottomano, senza tenere in conto alcune realtà importanti per quanto riguardava popolazioni e religioni. In Libano le Nazioni Unite e altre organizzazioni regionali hanno cercato una soluzione mediata, anche con la presenza di forze internazionali, ma non sono riuscite a mettere la parola fine al lungo conflitto tra arabi e israeliani, che coinvolge anche altri Stati vicini, con demagogici desideri di espansione.

Il contingente italiano viene schierato come forza di interposizione lungo il settore meridionale della ''linea verde'', la linea di demarcazione che divide Beirut in settore mussulmano e cristiano.
Nei primi anni Settanta le tensioni fra Israele e Libano si erano fatte sempre più forti, specialmente dopo che elementi armati dei palestinesi si erano schierati nel sud del Libano, vicino al confine israeliano, provenienti dalla Giordania. L'11 marzo 1978 un commando aveva attaccato una postazione israeliana con il risultato di avere molti caduti da ambo le parti. L'Organizzazione per la Liberazione della Palestina (Olp) aveva rivendicato la responsabilità dell'attacco. In risposta, nella notte tra il 14 e il 15 marzo le forze di Tel Aviv avevano invaso il Libano, occupando in pochi giorni la parte meridionale del Paese, ad eccezione della città di Tiro e dell'area circostante. Subito il Governo libanese fece una vibrata protesta presso le Nazioni Unite.
L'intervento delle Nazioni Unite nella confusa situazione politica in Libano risale a pochi giorni dopo l'invasione di esso da parte israeliana: il 19 marzo, con la Risoluzione del Consiglio di Sicurezza (United Nations Security Council Resolution, Unscr) n. 426, che seguiva la n. 425, relativa al mantenimento dell'integrità territoriale, della sovranità e dell'indipendenza del Libano, le Nazioni Unite inviarono "caschi blu" nella parte meridionale del territorio libanese, ai confini con Israele, come forza di interposizione tra palestinesi, israeliani e forze libanesi: una buffer zone (zona di rispetto), controllata quindi dalla Forza di Transizione delle Nazioni Unite in Libano (Unifil, United Nations Interim Forces in Lebanon). L'invio dei "caschi blu" era finalizzato al controllo del ritiro delle forze di Tel Aviv dal Libano, al ripristino della pace e della sicurezza internazionale e soprattutto dell'autorità del Governo libanese sul territorio nazionale.
La presenza militare internazionale fu richiesta dallo stesso Governo libanese: questa notazione è particolarmente interessante perché, se è vero che ogni azione del genere da parte delle Nazioni Unite deve avvenire con il consenso del governo recipiente, come avvenne in questo caso, è pur vero che nelle ultime missioni degli anni Novanta non sempre si è potuta rispettare tale condizione, anzi, a volte l'intervento è stato imposto a uno Stato sovrano per motivi umanitari o per avere quest'ultimo violato i confini di altri Stati sovrani.
Delle forze di interposizione Unifil fecero parte truppe dell'Iran e del Canada, alle quali si aggiunsero successivamente militari della Francia, del Nepal, delle Isole Fiji, della Svezia, dell'Irlanda e della Norvegia. Sede dei "caschi blu" fu, ed è tuttora, Naqura, in territorio libanese, ma a poca distanza dal confine con Israele. Questo contingente si schierò in una parte di Beirut e sul territorio più a sud del Libano, vicino appunto al confine con gli israeliani.

In Libano i Carabinieri hanno garantito la sicurezza dei campi profughi e delle installazioni logistiche; hanno provveduto a pattugliamenti notturni e diurni.L'Italia partecipò a questa missione dall'agosto del 1979, inviando un Reparto Interforze (Esercito e Marina) con 52 unità. Gli italiani sostituirono il Nucleo Elicotteri della Norvegia. L'Italia aveva dislocato nel tempo uno Squadrone Elicotteri al comando di un ufficiale, con compiti di polizia militare nella monitorizzazione del rispetto degli accordi di pace nel Libano del Sud. A questo Squadrone del 1° Raggruppamento dell'Aviazione Leggera dell'Esercito (Ale) "Antares" furono aggregati 4 carabinieri elicotteristi.
La situazione interna libanese, nonostante la presenza dei "caschi blu", non migliorò, anzi degenerò in una guerra civile che vide opposte fazioni contendersi il potere tra loro. Questa situazione si era aggravata ulteriormente perché il conflitto arabo-israeliano si era ancor di più complicato: infatti, i palestinesi si erano definitivamente acquartierati nel Libano meridionale e continuavano gli scontri tra loro, gli israeliani e le forze libanesi.
Senza dubbio la guerra civile in Libano non aiutò la Missione Unifil a conseguire gli obbiettivi che si era posta. Gli anni fra il 1978 e il 1982 furono difficili e convulsi su tutto il territorio del Paese, e certamente non erano sufficienti le forze delle Nazioni Unite per riuscire a ricondurre, se non una pace, almeno una tregua fra le varie fazioni contendenti e per allentare la morsa delle forze israeliane, sempre più determinate a cancellare la presenza palestinese. Gli sforzi diplomatici di mediazione, inoltre, fallivano continuamente: e non poteva essere altrimenti, essendo ancora presente, a livello internazionale, una bipolarità forte che si scontrava anche nell'area del Mediterraneo, ove manteneva una situazione di equilibrio, paradossalmente basata, tra l'altro, su un conflitto armato regionale.
Nel gennaio del 1982 le Forze Armate israeliane lanciarono un'offensiva contro il Libano meridionale per tentare di neutralizzare le basi logistiche palestinesi. Si trattava dell'operazione conosciuta con il nome di "Pace in Galilea", che tendeva a eliminare totalmente nel territorio israeliano il terrorismo proveniente dal Libano meridionale: considerata come una spedizione punitiva, si concretò in realtà nella quinta fase del lungo conflitto arabo-israeliano, ancora oggi irrisolto.
Il 10 giugno le forze israeliane erano a pochi chilometri da Beirut. La diplomazia internazionale si mobilitò: fu imposto alle parti contendenti il "cessate il fuoco". La situazione fu difficile anche per le forze Unifil che, circondate dalle truppe israeliane, non riuscivano a ripristinare l'autorità del Governo legittimo di Beirut. Una prima missione di peace-keeping con una Forza Multinazionale (Fmn), che iniziò il 20 agosto e terminò l'11 settembre, fu decisa dalle Nazioni Unite per garantire l'evacuazione sicura dell'Olp da Beirut, assediata dagli israeliani. Fu organizzata sulla base di un accordo bilaterale stipulato fra Stati Uniti, Francia e Italia da un lato e il Libano dall'altro. La Forza Multinazionale aveva un mandato di 30 giorni, rinnovabile, per garantire la sicurezza dei palestinesi e dei libanesi di Beirut. L'intervento di questa Forza, in realtà, durò complessivamente 19 mesi, divisi in due periodi diversi: il primo fu dal 20 agosto al 13 settembre 1982 (ritiro ufficiale della Forza Multinazionale); il secondo, con un'altra Forza Multinazionale, dal 24 settembre 1982 al 6 marzo 1984.