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1950-1958. In Somalia per l'Afis: la prima missione di pace.

Mogadisco, 1° aprile 1951: festa del Corpo di Polizia della Somalia. Gli automezzi del Comando aprono la sfilata lungo la via principale della città.Alla fine del secondo devastante conflitto mondiale, gli imperi coloniali erano ormai quasi del tutto tramontati. L'Onu (United Nations Organization, Organizzazione delle Nazioni Unite) prevedeva l'indipendenza per tutti i territori ex-coloniali, anche se con formule di differimento più o meno lungo nel tempo: l'articolo 77 dello Statuto delle Nazioni Unite fu tra i più discussi, studiati e, soprattutto, interamente applicati. Quell'importante foro internazionale divenne la tribuna del dibattito coloniale. Dieci anni solamente passarono tra la fine della guerra e il Congresso dei Paesi non allineati di Bandung (Indonesia), nel 1955, che segnò l'avvio concreto e rapido verso l'autodeterminazione. Il 1960 sarebbe stato, per la maggior parte dei Paesi africani, l'anno dell'indipendenza.
I problemi riguardanti le colonie italiane tennero per lungo tempo viva l'attenzione delle varie commissioni del Trattato di pace seguente la fine del secondo conflitto mondiale, che dovevano stabilire la sorte di quei territori. Dopo lunghe discussioni e alcune opposizioni, soprattutto da parte del mondo anglosassone, la Somalia, sia la parte ex-colonia italiana che il Somaliland ex-inglese, fu consegnata in Amministrazione Fiduciaria all'Italia, che vi avrebbe esercitato, a proprie spese, la "tutela" prevista.
Non fu facile ottenere questo riconoscimento da parte del consesso internazionale, soprattutto per l'opposizione forte della Gran Bretagna, condizionata da considerazioni di ordine politico e strategico. In quel periodo, poi, l'Italia non faceva ancora parte delle Nazioni Unite e quindi ancor più difficile fu il lavoro diplomatico per ottenere quello che all'epoca veniva ritenuto un irrinunciabile diritto per il Governo di Roma.
Il 1° aprile 1950 già si insediava sul territorio l'Amministrazione Fiduciaria Italiana della Somalia (Afis), anche se l'Accordo internazionale relativo alla ex-colonia fu ratificato dall'Assemblea Generale delle Nazioni Unite soltanto il 2 dicembre, con la risoluzione n. 442: entro dieci anni, termine fissato dall'Onu, il Governo italiano avrebbe dovuto condurre quella terra alla piena indipendenza, favorendone lo sviluppo politico, economico e sociale.
L'Italia si pose subito al lavoro: nell'Afis, organismo istituito a livello amministrativo, furono inquadrati molti funzionari e dirigenti del disciolto Ministero dell'Africa Italiana, la maggior parte dei quali aveva già svolto un periodo di servizio sul territorio. Una decisione che sembrò naturale all'epoca, ma che si sarebbe rivelata non sempre molto felice e misurata nel corso del decennio successivo: alcuni di essi non compresero che i tempi coloniali erano terminati e che l'approccio a certi problemi doveva essere diverso. Complessivamente, comunque, l'Italia portò a termine in modo dignitoso il proprio mandato.
Avrebbe rappresentato il Governo italiano un Amministratore: fu sempre prescelto un diplomatico di carriera. Costui, per decreto del Presidente della Repubblica, rivestiva anche le funzioni di Comandante delle Forze Armate in Somalia, le quali sarebbero state composte da un Corpo di Sicurezza e un Corpo di Polizia. L'Onu, come previsto, avrebbe esercitato i relativi controlli tramite un Consiglio Consultivo (Advisory Committee), con sede a Mogadiscio, formato da rappresentanti diplomatici di Colombia, Filippine ed Egitto, con un Segretario Principale del Consiglio: il primo fu un alto funzionario austriaco, Egon Ranshofen Wertheimer, il quale, al momento di lasciare la Somalia, ebbe a dire all'Amministratore italiano dell'Afis che l'Italia aveva

«nel suo gioco una grande carta: i carabinieri».

Per quanto riguardava specificamente la questione della polizia e dell'ordine pubblico, vennero costituiti il Corpo di Sicurezza dell'Afis e il Gruppo Carabinieri della Somalia. Il primo inquadrava e amministrava circa 3.000 uomini, con un generale, 20 ufficiali superiori, 90 ufficiali inferiori; il secondo, circa 2.300 uomini, con un ufficiale superiore e 15 ufficiali inferiori.

Un carabiniere somalo in tenuta di servizio. Il suo armamento è composto da un fucile mitragliatore Thompson e da una pistola Beretta mod.34. Nei servizi interni di caserma, escluso quello di guardia, indossa la bandoliera.
Durante il conflitto mondiale, e precisamente nel febbraio del 1941, il territorio della ex-Somalia italiana era stato occupato dalle forze del Commonwealth britannico, che vi esercitarono la loro sovranità per circa nove anni. Decisa la sorte della Somalia, le autorità britanniche si dimostrarono all'epoca impazienti di passare la mano e scaricare le responsabilità di governo e di ordine pubblico di una terra che non sarebbe mai entrata a far parte del Commonwealth, e che quindi era diventata un carico finanziario, senza ritorni né economici, né di immagine. A livello locale la situazione non si presentava particolarmente calma: se una parte della popolazione somala, posta di fronte all'eventualità di avere una amministrazione inglese, aveva decisamente indicato di preferire quella italiana, un gruppo facente parte della sfera più educata e progressista del Paese, noto col nome di "Giovani Somali", manifestava un netto contrasto al ritorno degli italiani in Somalia quali amministratori.
Ma ormai la neonata forte comunità internazionale aveva preso le sue decisioni e quindi i poteri di governo dovevano essere rapidamente passati di mano: l'organizzazione e il corretto andamento della cessione degli stessi ricadeva sulla parte cedente, in quanto questa deteneva ancora la responsabilità della sicurezza e dell'ordine pubblico. Nessuna meraviglia, dunque, che la pianificazione dell'operazione sia stata elaborata con grande minuziosità dagli inglesi, i quali predisposero un piano chiamato "Caesar" che si ispirava a due principi: a) il cambio di ciascun elemento britannico doveva essere fatto "uomo a uomo"; b) il trapasso dei poteri e la sostituzione, come prevista, dovevano avvenire partendo dalle regioni più periferiche, per arrivare gradualmente all'amministrazione centrale, cioè a Mogadiscio.
Gli inglesi avevano stanziato sul territorio sette Battaglioni e altrettanti, in un primo momento, accettò l'Italia di formarne, per rilevare le singole funzioni. Fu allestito un piccolo Corpo di Spedizione, comandato da un generale di Brigata: divenne il nucleo iniziale del Corpo di Sicurezza. Metà della forza prevista doveva essere composta dall'Arma dei Carabinieri: tre Battaglioni su sette, come forza armata; un Gruppo Territoriale con compiti di polizia. I partecipanti al contingente furono scelti su base volontaria, vincolati al servizio in Somalia per almeno due anni, oltre ai loro normali obblighi di ferma. I Battaglioni presero il nome di Motoblindati, ordinati sullo schema dei Battaglioni mobili: si trattava di circa 2.000 uomini da inviare in Africa, sottraendoli ai compiti istituzionali in Italia, nell'ancor delicato momento della ricostruzione.
Esigenze di bilancio, facilmente quantificabili e prevedibili in un periodo in cui l'Italia distrutta stava ricostruendo il proprio tessuto economico e sociale, consigliarono rapidamente il Governo di ridurre i Battaglioni a cinque, ritenendoli sufficienti per la sicurezza del territorio. Fu ridimensionato anche l'apporto dell'Arma al Corpo di Sicurezza: un solo Battaglione. Gli inglesi accettarono poco volentieri la decisione italiana, giudicando tale forza largamente insufficiente al compito previsto.
Il primo Nucleo Avanzato partì da Napoli il 5 febbraio del 1950 e con esso il Comandante del Gruppo Carabinieri Somalia, che avrebbe avuto anche le funzioni di Capo della Polizia. Il 1° aprile 1950, al momento del trapasso dei poteri, erano presenti in Somalia 25 ufficiali dell'Arma, 143 sottufficiali e 346 tra appuntati e carabinieri: in totale 514 unità.
Tra i compiti, dunque, che l'Italia doveva portare a buon fine, nel quadro dell'avvio all'indipendenza della Somalia, vi era anche la costituzione di una Forza Armata somala e di un Corpo di Polizia per il mantenimento dell'ordine pubblico e della stabilità del territorio. Questo incarico fu affidato all'Arma.
Organizzare una Polizia somala non era compito agevole, soprattutto dopo nove anni di amministrazione britannica, che aveva inquadrato, nel 1945, una Somalia Gendarmery, corpo ordinato militarmente, ma i cui appartenenti erano stati esclusi da ogni comando o posto decisionale, a qualsiasi livello. In seguito ad eccidi avvenuti nel gennaio del 1948, alcuni elementi furono espulsi e la Gendarmery, riorganizzata in un nuovo organismo, prese il nome di Somalia Police Force. Ulteriore difficoltà era costituita dal fatto che, ai termini dell'Accordo, l'Italia si era impegnata a non sciogliere la Gendarmery, né a fare massicci licenziamenti all'interno di essa, anche se era noto che l'addestramento impartito a quel Corpo era stato dichiaratamente anti-italiano.

Mogadisco, 1° aprile 1950: il vessillo di Sua Maestà Britannica viene ammainato, e al suo posto, è issato il tricolore.Il Comandante del Gruppo Territoriale dei Carabinieri doveva dunque assorbire la Somalia Police Force e costruire una Forza di Polizia che potesse essere un valido presidio per la futura indipendenza di quel territorio africano. Il Battaglione dei Carabinieri aveva la doppia funzione di reparto combattente e organo di Polizia: da sempre la speciale caratteristica dell'Arma dei Carabinieri. Per la prima funzione dipendeva direttamente dal Comando del Corpo di Spedizione, mentre per la seconda era alle dirette dipendenze dell'Amministratore. I compiti istituzionali dell'Arma si identificavano con quelli di polizia civile, devoluti nel territorio al Corpo di Polizia somala.
Nonostante poi si scrivesse sui giornali d'epoca dell'entusiasta accoglienza tributata da parte della popolazione somala agli amministratori e alle Forze Armate inviate dal Governo di Roma, la realtà era che una parte almeno dei somali guardava con freddezza e ostilità il ritorno delle divise italiane. Prova di questa situazione ambientale fu il difficile sbarco dei Carabinieri a Bender (porto) Cassim, sulla costa della Migiurtinia, regione che tra l'altro avevano avuto il compito di presidiare: la più lontana dalla capitale e soprattutto la più ostile agli italiani. I portuali locali, precedentemente ingaggiati, rifiutarono di aiutare lo sbarco dei mezzi e dei materiali: i militari provvidero a tutto autonomamente in 48 ore, con grande sforzo umano e scarsi aiuti logistici, assicurandosi però in questo modo concreto il rispetto degli autoctoni e degli inglesi. Il clima in cui si sarebbe svolta la missione era ormai chiaro.
Il Gruppo Carabinieri e il Corpo di Polizia della Somalia costituivano la "Forza Armata" della quale l'Afis si serviva, ai sensi del mandato dell'Onu, per assicurare i servizi di polizia nel territorio. I compiti istituzionali del Gruppo, oltre all'inquadramento e al governo del personale della Polizia somala, erano, in comune con quella Forza, il mantenimento dell'ordine e della sicurezza pubblica, la tutela delle leggi vigenti, l'accertamento dei reati e le relative indagini di polizia giudiziaria, l'esecuzione dei mandati dell'autorità giudiziaria. Già durante il periodo di attesa per la cessione dei poteri, l'Arma iniziò la propria organizzazione sul territorio con una dislocazione capillare dei sottufficiali e dei carabinieri in ogni angolo, anche il più sperduto, della Somalia, con notevoli difficoltà logistiche e umane, ove si richiedeva un ottimo spirito di adattamento e una forte resistenza fisica.
Per quanto concerneva il Gruppo Territoriale, cioè la parte del contingente con funzioni di Polizia, alla fine del marzo 1950 erano giunti in Somalia quattro Comandi di Compagnia, erano state organizzate otto Tenenze, una trentina di Stazioni e due "Nuclei mobili", che avrebbero dovuto inquadrare i 2.000 uomini della Police Force, corpo che, subito dopo la cessione dei poteri, avrebbe preso il nome di Corpo di Polizia della Somalia. Gli elementi migliori e più qualificati di questa Police erano militanti o simpatizzanti della corrente dei "Giovani Somali". Considerando i problemi di ordine politico presenti, l'importante questione economica della insufficiente remunerazione ricevuta nel tempo da quegli agenti, che aveva portato ad una diffusa corruzione, il futuro addestramento e l'organizzazione di un Corpo di Polizia somala si presentavano complessi, da tutti i punti di vista, non solo quello esclusivamente professionale. La questione economica era di primaria importanza e il problema dei salari divenne rapidamente uno dei maggiori nodi da sciogliere. Fu difficile convincere gli organi finanziari metropolitani e locali ad aumentare gli stanziamenti nel quadro del bilancio generale dell'Amministrazione Fiduciaria.
L'Arma decise che 500 carabinieri avrebbero inquadrato, addestrato e comandato i circa 2.000 somali presenti, e fece giusto affidamento sulla professionalità dei suoi uomini e sulla fama di cui in realtà godeva in modo diffuso tra la popolazione locale, verso la quale, già in epoca coloniale, aveva avuto comportamenti tipici della politica di aiuti umanitari ai civili, che sarebbe poi stata applicata nelle missioni di supporto alla pace nell'ultimo decennio del secolo XX.
Nel mese di marzo del 1950 iniziò la cessione dei poteri all'Arma dei Carabinieri. Il primo luogo dove la bandiera inglese venne ammainata e venne issato il tricolore fu Alula, una landa piuttosto desolata e inospitale della Migiurtinia. A mano a mano, nei vari posti di guardia, dalla periferia verso il centro, subentrarono i Carabinieri. La cessione dei poteri si concluse a Mogadiscio, dove il 1° aprile del 1950 fu ammainato il vessillo di Sua Maestà Britannica e issato il tricolore. Lentamente le truppe inglesi lasciarono per sempre la Somalia.