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1912 - 1923. In Grecia: assistenza a uno Stato sovrano.

Premessa:

Nei quindici anni precedenti la prima guerra mondiale, l'Italia aveva in atto un buon numero di missioni militari di cooperazione per riorganizzare gendarmerie locali in molti punti del Mediterraneo: Creta, Macedonia, Albania, Egeo. La politica estera del Regio Governo, anche se aveva avuto alcuni rovesci in Africa Orientale, tendeva ad affermarsi nel mare nostrum prevedendo una serie di interventi che portassero ad uno status quo del quale non ci si dovesse più preoccupare: l'Italia doveva avere la sua giusta collocazione politica nel "concerto europeo". Non erano anni facili: la costruzione dei nazionalismi, eredità ideale e ideologica di un Ottocento romantico e patriota, comportava conflitti localizzati sempre più ravvicinati e violenti.
I Balcani continuavano a costituire la «questione d'Oriente», spina nel fianco di tutti gli imperi centrali e dell'Impero Ottomano. Tensioni e ravvicinamenti continui, per una politica estera che portasse all'Italia definitivamente l'aureola di grande potenza con un serio impero coloniale, senza il quale non si poteva certamente essere annoverati fra i grandi della Terra. È il periodo della diplomazia a 360 gradi, dell'enorme mole di documenti che è fedele testimone di un'intensa attività diplomatica, e di trattati e accordi più o meno segreti.
Il 6 ottobre 1908, giorno in cui venne proclamata l'annessione della Bosnia-Erzegovina all'Austria, il Regio Ministro degli Affari Esteri Tommaso Tittoni, in un discorso a Carate Brianza, disse realistiche e quindi profetiche parole:

«Non è da meravigliare se certi troppo sottili avvedimenti, con i quali la diplomazia creò situazioni di diritto che sono mere finzioni, ed alle quali contraddice uno stato di fatto da essa contemporaneamente creato, non resistano a lungo all'azione del tempo (...)».

Ma in quel periodo si tessevano molte trame per essere sicuri di conseguire quel ruolo importante che si voleva raggiungere. Tutta la politica estera tendeva ad avere mano libera sulla Tripolitania e sulla Cirenaica; la seconda crisi marocchina dell'estate del 1912 sembrò mettere in pericolo gli equilibri mediterranei e la stessa possibilità per l'Italia di passare alla conquista di quei territori: ma la Libia fu nostra.
Tra un conflitto e un'occupazione, i militari italiani, in particolare i carabinieri, stavano acquisendo una notevole esperienza nella riorganizzazione di gendarmerie straniere, e pur nel quadro di una efficienza militare, sapevano imporsi anche con dei tratti di diplomazia e di savoir vivre, qualità che aiutavano molto la stima e la considerazione straniera, visto che i loro rapporti non erano solamente con le unità da istruire, ma anche con le autorità locali, con le Corti e con gli esponenti di Governo, nonché, e questi erano sempre i contatti più difficili, con ufficiali di eserciti stranieri ai quali, in un modo o nell'altro, sottraevano delle competenze.
L'Impero Ottomano era in dissoluzione; il Dodecaneso era stato conquistato dalle Forze Armate italiane come pegno per futuri accordi con Costantinopoli. In Grecia l'Italia fu chiamata per riassestare la locale Gendarmeria. Fu una missione molto complicata: si trattava di uno Stato totalmente sovrano, con un parlamento, con bilanci annuali, non di uno Stato in collasso o senza alcuna organizzazione di Polizia.

1912-1923 In Grecia: assistenza a uno stato sovrano.

Alla fine del 1910, i rapporti italo-turchi erano molto tesi, mentre quelli con la Grecia erano cordiali. Il 6 maggio del 1911 il Ministero degli Affari Esteri del Regio Governo scriveva al Ministero della Guerra segnalando che il Governo ellenico aveva in animo di chiedere il concorso di ufficiali italiani per riorganizzare la propria Gendarmeria. Infatti in quel tempo il Governo di Atene aveva presentato un progetto al proprio parlamento, concernente la riorganizzazione della Polizia locale, dove si configurava la possibilità di chiamare degli ufficiali stranieri per questo compito.
La Grecia aveva già in atto una collaborazione con la Francia per il riordinamento dell'Esercito, e con la Gran Bretagna per la Marina, ma per quanto riguardava la Polizia voleva chiedere l'ausilio degli italiani: la fama di professionalità dei nostri Carabinieri era ormai assai diffusa e consolidata. La loro presenza a Creta per la riorganizzazione di quella Gendarmeria aveva lasciato un ottimo ricordo nelle autorità greche e la considerazione per l'opera compiuta in Macedonia dal generale Emilio De Giorgis, con i suoi collaboratori ufficiali dei Carabinieri, era molto alta. L'Ambasciatore italiano ad Atene, marchese Carlotti, seguiva con particolare interesse la concretizzazione formale della richiesta, che tardava a venire per la consueta lentezza degli organi di governo.
Il Generale Francesco D'Afflitto, che con il grado di Ten.Colonnello, nel 1911 fu tra i primi a partire per la Grecia.Nel dicembre del 1911 la richiesta del Governo greco venne finalmente formalizzata: in pari data furono quindi destinati a partire per quella missione alcuni ufficiali che avevano risposto positivamente all'interpellanza, e cioè il tenente colonnello Francesco D'Afflitto, il maggiore Giuseppe Petella, il capitano Arcangelo De Mandato (in congedo, dopo l'esperienza cretese), che parlava il greco, e il capitano Arcangelo Lauro.
Il contratto d'ingaggio, formulato sulla falsariga di quello che era stato fatto per gli ufficiali francesi, era firmato dal Ministro della Guerra italiano, all'epoca il generale conte Paolo Spingardi, e dall'Incaricato d'Affari di Grecia a Roma, e non dai singoli ufficiali: era un accordo sancito e firmato bilateralmente a livello governativo. Prevedeva che la Missione italiana, dipendente direttamente dal Ministero dell'Interno greco, fosse incaricata «d'organiser la Gendarmerie, d'en ordonner les services tant spéciaux que de police, d'élaborer les réglements du Corps et de prendre la direction de son instruction» («di organizzare la Gendarmeria, di stabilirne i servizi, sia speciali che di Polizia, di elaborare i regolamenti del Corpo e di prendere la direzione del suo addestramento», ndr). La Missione sarebbe stata composta da quattro ufficiali dei Carabinieri Reali e avrebbe avuto la durata di due anni, rinnovabili. Al tenente colonnello, Capo Missione, sarebbe stato attribuito il comando della Gendarmeria greca, per il quale avrebbe avuto a sua disposizione uno dei due capitani previsti nell'organico. Gli altri due ufficiali sarebbero stati messi a capo di differenti unità o di servizi di uffici amministrativi dello stesso Corpo; essi, inoltre, avrebbero avuto l'incarico di Ispettori.
Anche i rapporti fra gli ufficiali italiani e quelli greci erano previsti dall'accordo: in particolare era specificato che gli ufficiali locali della Gendarmeria avrebbero preso gli ordini da quelli italiani, pur continuando ad amministrare la Polizia locale secondo le leggi vigenti in Grecia. Gli ufficiali italiani avrebbero vestito l'uniforme italiana: era stato, questo, un punto più volte sottolineato dagli ufficiali interpellati per primi, e posto come condizione. In missione, il grado dei militari sarebbe stato, come d'abitudine, superiore a quello rivestito in Italia. Il Capo Missione avrebbe avuto diritto a due cavalli e due attendenti; gli altri ufficiali ad un cavallo e un attendente ciascuno. Nel contratto erano indicate anche altre provvidenze (indennità di viaggio, di missione, di malattia eccetera) a favore della Missione italiana, peraltro leggermente inferiori a quelle delle Missioni straniere, il che avrebbe in futuro reso a volte macchinose le trattative per il rinnovo contrattuale.
Interessante anche - per il particolare periodo in cui questo contratto veniva stipulato - l'ultimo articolo, il XVIII, nel quale si prevedeva che, in caso di guerra tra il Regno greco e un'altra potenza, i membri della Missione italiana non avrebbero preso parte ad alcuna operazione militare, a meno di avere l'accordo formale del Governo italiano; inoltre i due Governi sarebbero stati liberi di rescindere il contratto, anche unilateralmente, con la previsione delle indennità da corrispondere agli ufficiali che rimpatriavano anzitempo: un mese di indennità di missione, oltre a quella in godimento.
Non fu facile reclutare gli ufficiali da inviare in Grecia. Sebbene nominato, il D'Afflitto non gradì in seguito la destinazione, così come il maggiore Petella: in realtà ambedue non avevano avuto concrete assicurazioni circa il loro proseguimento di carriera e l'anzianità maturata al servizio del Governo greco, dopo essere stati messi fuori ruolo. Al loro posto, il 30 gennaio 1912, furono nominati il tenente colonnello Francesco dei marchesi D'Aulisio Garigliota, ottimo ufficiale, anche se con un carattere un po' puntiglioso, e il maggiore Gondisalvo Rodda. Non sarebbe stata una missione semplice, anche se non lesinò soddisfazioni ai suoi protagonisti.
La Missione italiana giunse in Grecia il 17 febbraio 1912 e fu presentata ufficialmente alle autorità greche dall'Ambasciatore d'Italia. Tanto il Presidente del Consiglio greco, Eleutherios Venizelos, che il Ministro degli Interni si dimostrarono molto compiaciuti e sicuri del successo della missione, anche se non si nascondevano le molte difficoltà prevedibili per il suo svolgimento, a causa della differenza delle leggi e dei sistemi che regolavano la materia in Italia e in Grecia. Scriveva l'Ambasciatore Carlotti in un rapporto al Ministero degli Affari Esteri il 19 febbraio 1912, su questa presentazione:

«Con brevi parole di circostanza ho fatto rilevare la prova di amicizia che il R. governo ha inteso di dare alla Grecia con l'invio di quella importante Missione (...). Tanto il Presidente del Consiglio quanto gli altri due Ministri manifestarono il vivo compiacimento per la venuta dei nostri Ufficiali, celebrarono la mondiale rinomanza della gendarmeria italiana».

All'epoca la Gendarmeria greca si componeva di un Comando Generale e di 16 Direzioni di Polizia. L'organico del Comando Generale era composto da un colonnello, Comandante Generale; cinque tenenti colonnelli, Ispettori; un maggiore, Direttore dell'Ufficio; un capitano, Segretario del Comandante Generale; tre ufficiali subalterni, Addetti, e 18 sottufficiali e gendarmi, scrivani e piantoni. A parte gli ufficiali e i sottufficiali, la forza effettiva era di 3.416 gendarmi di 1a e 2a classe, per la truppa a piedi, e di 218 unità, per quella a cavallo. Essa era formata in gran parte da elementi volontari: i vuoti di organico per questa categoria venivano colmati con un certo numero di reclute provenienti dall'Esercito, che compivano nella Gendarmeria l'intera ferma, anche se nel 1912 tale pratica venne dismessa, e per rinforzare la truppa furono designati soldati professionisti di Fanteria.

La lettera di accompagno della relazione sulle condizioni generali della Gendarmeria Greca, inviata dal D'Ausilio al Comandante Generale dell'Arma.La permanenza nei gradi era molto lunga e mal compensata. In genere i militari non erano addestrati ai compiti istituzionali del loro particolare servizio; anche l'immagine, oltre alla disciplina, lasciava a desiderare, perché molto spesso non vi era il senso del decoro dell'uniforme. Questo non deve stupire: agli inizi del XX secolo in pochi Stati si era formata la coscienza dell'importanza per l'ordine interno di una gendarmeria professionale, cioè di una polizia addestrata con gli stessi criteri di un esercito, e pagata in modo adeguato. L'istruzione generale e militare era assai lacunosa, le caserme erano in cattive condizioni, insufficienti. La Gendarmeria non disponeva di propri magazzini per la confezione e la distribuzione di oggetti di corredo e per l'armamento, e ricorreva a quelli dell'Esercito: soprattutto non disponeva di apposite risorse finanziarie.
Gli ufficiali italiani si misero all'opera, istituendo subito un Ufficio di Comando del Corpo, per il quale utilizzarono alcuni ufficiali ellenici discretamente preparati, conoscitori della lingua italiana. D'Aulisio, nella sua qualità di Capo Missione, assunse il controllo e la direzione della parte disciplinare. Gli ufficiali italiani procedettero in primo luogo alla traduzione in greco dei vari regolamenti usati in Italia e delle varie leggi di Polizia ellenica in italiano, nonché iniziarono la compilazione di un certo numero di progetti per rendere il Corpo efficiente, secondo le precise richieste del Governo di Atene.
Nell'agosto del 1912 la Missione italiana presentò al locale Ministero degli Interni una bozza di Regolamento organico studiato sulla base di quello vigente in Italia, ma adattato alle esigenze della situazione ellenica. Fu anche presentato il progetto per la costituzione di un Battaglione di Gendarmeria e di un Reparto di gendarmi anziani da inviare in servizio per il regno in circostanze speciali. Fu redatto un progetto per la ricostituzione della Scuola Sottufficiali di Gendarmeria. Dopo poco tempo seguirono i progetti per il Regolamento d'istruzione e servizio del Corpo, e un progetto per le modifiche all'uniforme, all'armamento, all'equipaggiamento. Si stava nel contempo studiando anche la revisione dell'organico.
Si trattò dunque di un lavoro di studio e di preparazione che, se accettato, si sarebbe tradotto in miglioramenti certi nel servizio, ma anche in un aumento di spesa molto forte, di parecchi milioni di dracme. Dipendeva dall'influenza personale del Capo Missione sulle autorità greche la possibilità di procedere in modo operativo su quanto proposto, perché era evidente che si andava incontro ad un serio problema di bilancio e di aumenti dei contingenti, considerato che in quel particolare periodo storico la Grecia aveva già deficienze di organico nelle stesse fila dell'Esercito, a causa della forte emigrazione dei giovani verso migliori situazioni lavorative.
L'Addetto Militare ad Atene, colonnello Prospero Marro, nelle sue relazioni, non nascondeva che il compito affidato ai Carabinieri italiani si presentava molto difficile. Tanto lo era che all'interno della stessa Missione non vi era uniformità di giudizi sulle proposte da fare, anche se, a onor del vero, questa discrepanza fra il Capo Missione D'Aulisio e i suoi collaboratori non trapelò se non alla fine del secondo periodo di permanenza. In realtà tra D'Aulisio e Rodda non vi era accordo sulle riforme da proporre; e i due capitani, De Mandato e Lauro, non approvavano incondizionatamente i metodi seguiti dal Capo Missione, che da parte sua non sfruttava al massimo le competenze dei subordinati, lasciandoli in mansioni puramente esecutive, senza consentire loro di coadiuvarlo per la parte direttiva e propositiva.
A giudizio dello stesso Addetto Militare, il lavoro propositivo svolto dai carabinieri era stato, forse, un po' lento, ma necessario, coscienzioso e professionale. Scriveva infatti Marro:

«La gloria del Sig. generale De Giorgis è gloria che insegna. Se la missione lavorerà concorde, se tutte le energie individuali degli ufficiali che la compongono saranno sfruttate abilmente, il risultato (malgrado le grandi difficoltà da superare) non sarà dubbio; la missione ha al suo credito una grande forza, la fiducia che inspira».

Il Comando Generale prese buona nota della relazione dell'Addetto Militare: si rendeva conto che il problema esisteva e aveva già portato come conseguenza la lentezza con la quale il D'Aulisio aveva proceduto nel lavoro. La decisione presa fu di non richiamare alcun ufficiale, ma di pregare l'Addetto Militare di «portare sulla cosa tutta la sua personale attenzione ed informare il Governo di quanto potesse interessare l'opera dei prefati ufficiali».
Un momento molto delicato si presentò nel 1912, quando scoppiò il conflitto greco-turco: D'Aulisio, correttamente, chiese istruzioni sul comportamento da tenere nella fase bellica. Il Governo di Roma non ebbe difficoltà ad aderire al desiderio manifestato dal Ministro della Guerra ellenico che la missione rimanesse in Grecia e vi continuasse l'esercizio delle sue ordinarie funzioni. Solo si prospettò l'opportunità che gli ufficiali italiani in ispezione provinciale non andassero in quelle regioni dove vi erano operazioni militari. Per il resto le ottime relazioni fra l'Italia e la Grecia avrebbero garantito una stretta consultazione ogni volta che le circostanze lo avessero consigliato.

Nel 1913 moriva assassinato re Giorgio I e ai suoi funerali la Polizia ellenica, con la Missione italiana, fornì un servizio d'ordine inappuntabile. Così scriveva il 21 marzo 1913 il Ministro dell'Interno greco al Comandante italiano della Gendarmeria, in occasione del servizio prestato ai funerali:

«Nous considérons comme un dévoir, imposé par les faits même, à nous empresser d'exprimer notre conténtement entier à tous Mrs les Officiers du Commandement de la Gendarmerie et de la Direction de la Police d'Attique et Béotie, ainsi qu'à toute la force de Police, pour l'ordre exemplaire et admirable tenu hier, le 20 mars a.c., lors des funérailles de notre inoubliable Roi George I. Une louange particulier est du à Mrs les Officiers de la Mission Italienne, qui y ont mis tant d'efforts; tout particulierment au Chef de la Mission et Commandant de la Gendarmerie, M. Francesco dei Marchesi D'Aulisio Garigliota, qui, ayant exercé una surveillance personelle sur les agents de police qui ont pris part au maintien de l'ordre en a contribué principalement et d'une façon considerable. Le Ministre Repoulis»

(Noi consideriamo come un dovere, imposto dagli stessi fatti, a premurarci di esprimere la nostra soddisfazione totale a tutti i Signori Ufficiali del Comando della Gendarmeria e della Direzione dell'Attica e della Beozia, così come a tutta la forza di Polizia per l'ordine esemplare e ammirevole tenuto ieri, 20 marzo del corrente anno, in occasione dei funerali del nostro indimenticabile re Giorgio I. Una lode particolare è dovuta ai Signori Ufficiali della Missione italiana, che vi hanno profuso molti sforzi; in particolare al Capo della Missione e Comandante della Gendarmeria, signor Francesco dei Marchesi d'Aulisio Garigliota, che avendo esercitato una sorveglianza personale sugli agenti di Polizia che hanno preso parte al mantenimento dell'ordine vi ha contribuito principalmente e in modo considerevole. Il Ministro Repoulis).

Non vi era dubbio che gli ufficiali italiani fossero ben visti e bene accetti.