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Da Cavour a Garibaldi

E così Garibaldi completa l'opera

Un dragone a cavallo del ducato di Modena.L'impresa dei Mille, cominciata avventurosamente la notte tra il 5 e il 6 maggio 1860, contro il malfermo Regno delle Due Sicilie è una vicenda particolarmente eroica e romantica del nostro Risorgimento che non da oggi esalta l'immaginazione popolare, non soltanto italiana. Già l'Europa di allora non mancò di essere colpita dalla sproporzione di forze e mezzi tra l'audace generale guerrigliero e la macchina militare borbonica e ancor più fece impressione la fulminea rapidità della conquista.

Meno pubblicizzati furono per un bel po' i retroscena di una delle più notevoli operazioni di destabilizzazione mai compiute. Tutto cominciò quando i moderati, Cavour incluso, ritenevano di aver raggiunto il massimo possibile con l'annessione di parte dell'Italia centrale.

Di avviso opposto erano i mazziniani e i democratici del Partito d'Azione, che convinsero Giuseppe Garibaldi a tentare la sollevazione della Sicilia contro il governo repressivo e impopolare dei Borbone con l'obiettivo finale di rovesciare il papa e di prendere Roma.

Vittorio Emanuele Il era sedotto dall'idea di una spedizione fuori dal controllo del parlamento e di Cavour, il quale aveva invece seri dubbi sull'opportunità di creare complicazioni internazionali (la Francia aveva un contingente a Roma dal 1849) e di dare fiato al movimento repubblicano. Tutti e due comunque evitarono di fornire un appoggio troppo scoperto alla spedizione. A Garibaldi venne rifiutato un reggimento dal re, i soldi furono raccolti con sottoscrizioni private, le armi erano, secondo la definizione di Garibaldi, "manici per baionette" e Cavour per buona misura ordinò di bloccare i piroscafi Piemonte e Lombardo, se avessero fatto scalo a Cagliari.

Stato di Servizio del Maggiore Francesco Saverio Massiera.E' però un dato di fatto che né la marina piemontese, né quella britannica (che allora aveva un assoluto dominio navale) intercettarono i due piroscafi carichi di volontari e carabinieri. Questi ultimi non erano Carabinieri Reali, ma volontari genovesi armati di carabina che sull'isola avrebbero dovuto combattere a cavallo.

E' un altro dato di fatto che dopo l'aspra battaglia di Calatafimi (15 maggio), la presa di Palermo si rivelò molto più facile del previsto. Un esercito di 25.000 uomini arroccato nei punti strategici della città, se ben comandato, avrebbe avuto matematicamente ragione degli assalti di 800 garibaldini.

Evidentemente agì a favore di Garibaldi una micidiale combinazione di demoralizzazione, irresolutezza politica della corte napoletana, discrete pressioni britanniche e cattivo comando: tra lo stupore dei propri soldati, i generali borbonici, persuasi forse anche da ovvie tecniche di negoziato segreto, evacuarono senza colpo ferire il 7 giugno 1859 la città di Palermo, dopo aver firmato l'armistizio a bordo di una nave britannica.

Nacque così l'infamante espressione "esercito di Franceschiello", che bollò anche i cosiddetti carabinieri esteri. Questi non erano altro che mercenari professionisti svizzeri che in ossequio alle decisioni di Berna non portavano simboli della loro origine elvetica. Con la presa delle regie casse siciliane, le ristrettezze operative e logistiche per l'impresa garibaldina cessarono d'un colpo, anche se Garibaldi dovette nuovamente mettere in luce le sue doti di generale nella difficile battaglia finale del Volturno (ottobre 1860).

Ben più complessa fu la partita politica. Garibaldi si era proclamato dittatore della Sicilia in nome di Vittorio Emanuele Il, ma Cavour temeva fortemente che la situazione potesse sfuggirgli di mano evolvendo verso esiti rivoluzionari e tentò di far proclamare immediatamente l'annessione della Sicilia inviando il suo fedele La Farina. Il ministro provvisorio degli Interni e delle Finanze per conto del dittatore, Francesco Crispi, si rifiutò di appoggiare l'iniziativa e fece espellere La Farina. Successivamente anche il "cavouriano" prodittatore Agostino Depretis fu neutralizzato. Il conte non si perse d'animo e al terzo tentativo trovò in Francesco Mordini il personaggio giusto per la prodittatura.

Il Maggiore Francesco Saverio Massiera che fu inviato in Sicilia per assumere il comando dei carabinieri dell'Isola.Mordini, sfruttando anche il precario stato dell'ordine nell'isola (nemmeno un mese dopo ci sarebbero state le fucilazioni garibaldine a Bronte), si accinse a creare subito una nuova forza di polizia. Garibaldi accolse la sua idea di formare un corpo identico a quelli di carabinieri sorti un anno prima nell'Italia centrale.

Il 14 luglio 1860 venne costituito il Corpo di Carabinieri in Sicilia il cui primo comandante fu il colonnello Angelo Calderari, che aveva combattuto con Garibaldi a Rorna nel 1849. Torino però continuò a essere molto prudente e quando Mordini chiese l'invio di 200 carabinieri per dare un'ossatura al nuovo corpo, gliene concesse appena 30.

La situazione di stallo cominciò a sbloccarsi con il passaggio di Garibaldi sul continente e l'assunzione della dittatura piena da parte di Mordini. Il 2 agosto venne nominato comandante dei Carabinieri in Sicilia il maggiore dei Carabinieri Saverio Massiera, seguito da un certo numero di colleghi specialisti. Anche in questo caso si ricorse alla finzione giuridica delle dimissioni temporanee di Massiera dai CC RR per non creare problemi politici.

Un velite di Romagna, erede di gendarmi e dragoni.A lui scrisse così il Comandante Generale dei CC RR il 22 settembre: "Potendo occorrere che i carabinieri Reali stati costi spediti, i quali tuttora fanno parte di questo Real Corpo siano richiesti per intromettersi in gare e dissidi politici, mi premure a significare a V.S. III, ma che è formale intenzione di S.M. il Re che dessi siano adoperati soltanto esclusivamente in servizio di vigilanza, e che si tengano estranei affatto a tutto ciò che sente di politica e anzi anche quando fossero richiesti ad intromettersi in gare simili si rifiutino e ne stiano lontano". Tradotto: massima discrezione e niente politica.

In meno di un mese Massiera riuscì a far emanare nuove norme di arruolarnento volontario e a far trasformare il nome del suo organismo in Corpo dei Carabinieri Reali di Sicilia (8 ottobre 1860). L'apparentemente insignificante cambio di preposizione esprimeva invece una crescita di statura della nuova forza, che sarà in grado di garantire l'ordine pubblico durante il plebiscito di annessione al regno sabaudo.

FUSIONE A PICCOLI PASSI. Ma la vicenda di questa proteiforme proliferazione di carabinieri nelle Sicilie non finisce qui. Con l'annessione Cavour decide l'estensione dell'organizzazione dei CC RR all'isola e invia il colonnello Giovanni Serpi con tre ufficiali e 60 sottufficiali e carabinieri (25 ottobre). Insolitamente Serpi non ha ricevuto istruzioni di assorbire direttamente i Carabinieri Reali di Sicilia, ma di costituire un Corpo di CC RR distinto. Probabilmente la grande diversità tra Piemonte e Sicilia, nonché i tempi ristretti sconsigliavano di procedere a una incorporazione diretta, anche perché i CC RR nell'isola erano circa 100, mentre quelli di Sicilia erano 500.

Il generale Giovanni Serpi, Comandante dei carabinieri Reali in Sicilia.A piccoli passi e soltanto nel dicembre 1860 Serpi propone al luogotenente dei re, Montezemolo, di cambiare l'assetto. Il 16 dicembre Montezemolo scrive francamente al governo: "Le difficoltà che sorgono dalla coesistenza di due Corpi di Carabinieri sarebbe più facile superarle, se quello che comanda i Carabinieri sardi-piemontesi avesse il grado di generale; egli prendendo il comando dei due Corpi potrebbe fonderli o almeno sottoporli ad uguale disciplina, e proporre quei provvedimenti più idonei a correggere le anormalità ed il vizio delle condizioni attuali. Devo formulare un altro desiderio, e sarebbe il caso che venissero mandati ancora cento carabinieri di Sardegna a cavallo".

E questa volta non c'è problema a trovare 100 preziosi carabinieri a cavallo e nemmeno a nominare Serpi al rango di maggior generale il 29 dicembre, che diventò così Comandante Generale dei CC RR in Sicilia (altro cambio di preposizione).

Nel frattempo Cavour aveva vinto la sua battaglia a distanza con Garibaldi, che aveva fallito nel tentativo di far destituire dal re il primo ministro e aveva dovuto rinunziare al sogno di prendere Roma.

Se a questo si aggiunge la delusione delle masse contadine meridionali che avevano sperato in una ridistribuzione agraria e che invece erano state fucilate a Bronte da Nino Bixio o fatte a pezzi in Irpinia dalle camicie rosse di Stefano Turr dopo una rivolta sanfedista, si può dire che Garibaldi era rimasto isolato.

Lo statista piemontese aveva invece fatto accettare a Napoleone III un'altra amputazione territoriale dello Stato pontificio per far calare le armate sabaude su Napoli e completare la conquista. Al generale in camicia rossa non restava che una sportiva uscita di scena a Teano.

La gendarmeria del granducato di Toscana.Rientrò invece in lizza per risolvere gli inghippi a Napoli, il maggior generale Trofimo Arnulfi. A differenza di quanto era accaduto nella Lombardia ex-austriaca, dove era stato relativamente facile stabilire un criterio di selezione, la gendarmeria borbonica presentava molte più incognite.

Giunto il 23 ottobre 1860 nella città partenopea, Arnulfi si convinse presto che era meglio adottare criteri di selezione molto rigorosi e falciare senza pietà. Su una forza originaria di 150 ufficiali e 6.792 gendarmi ne vennero ammessi nei CC RR soltanto 62 (ufficiali,di cui solo tre superiori) e 240 (ex-gendarmi).

Con il titolo di Comandante dei Carabinieri di Napoli Arnulfi portò la forza dell'iniziale Corpo dei Carabinieri Meridionali a 500 effettivi. A novembre venne costituito un reggimento per la città di Napoli e un corpo di volontari allievi carabinieri. Successivamente tutte le strutture furono riassorbite nella grande riorganizzazione del gennaio 1861.

ARMA PER ANTONOMASIA. Ancora prima che i carabinieri partecipino alla campagna contro i pontifici nelle Marche e nell'Umbria (altre due medaglie d'argento), il ministro della Guerra, generale Manfredo Fanti comincia nel giugno 1860 a riflettere sull'adeguamento della natura e dei regolamenti del Corpo dei Carabinieri Reali. Non è una coincidenza che Fanti parli già allora dell'estensione dell'arma dei CC RR nei territori appena annessi. Merito di una paziente e poco appariscente opera di promozione portata avanti dai vertici dei CC RR nelle sedi più opportune. Secondo le intenzioni di Fanti era necessaria una nuova legge in luogo dell'ormai invecchiato regolamento del 1822, ma gli eventi resero impossibile la discussione del provvedimento.

Il 4 maggio 1861 viene ufficialmente proclamato che l'Armata Sarda diventa Regio Esercito Italiano e che i Carabinieri diventano un'arma: la prima arma del nuovo esercito. Non si tratta di un banale e burocratico cambio di etichetta. Alla denominazione di arma è associato un rango e un prestigio nell'ordinamento militare superiore a quello goduto dal corpo. Risale ad allora l'uso del termine di Arma per indicare i Carabinieri.

In realtà essi erano riusciti a prevenire di più di quattro mesi la sanzione ufficiale ottenendo che già nel regio decreto del 24 gennaio 1861 venisse impiegato il nome di Arma. Un altro piccolo capolavoro di abilità burocratica.