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L'Affidabilità

Uno dei primi provvedimenti presi dal re di Sardegna Vittorio Emanuele I al suo rientro a Torino, dopo la sconfitta di Napoleone a Lipsia, fu l’istituzione di un Corpo destinato a difendere il regno dagli attacchi esterni e da quelli interni, promossi dalla malavita e alimentati dal disordine sociale. Nacque così l’Arma che, nel 2014, compirà 200 anni
Giuseppe Stagnon, Vittorio Emanuele I, fondatore del Corpo dei Carabinieri Reali (Torino, Archivio di Stato).Vittorio Emanuele I volle ai vertici del Corpo dei Carabinieri Reali uomini di grande preparazione e di assoluta fedeltà. «Considerò che l’onore di un uomo d’armi non era da valutare soltanto in termini di trascorsi militari», racconta il generale C.A. Arnaldo Ferrara, «ma dalla dedizione con cui era stato assolto il proprio dovere e dalla coerenza osservata nel rispettare le leggi della disciplina al di sopra di ogni fazione e dall’impegno profuso nel difendere lo Stato al quale aveva giurato fedeltà. Così, alcuni casati di assoluto affidamento della nobiltà piemontese emersero nella valutazione di Vittorio Emanuele I, in quanto legati da antica tradizione alla monarchia sabauda: Thaon di Revel, Des Geneys, Provana di Bussolino, Rivarossa, Beccaria, Bernardi, Cottalorda, Cacherano di Bricherasio, che avevano espresso ufficiali di altissimo livello, provati da lunghi anni di servizio alle dipendenze del Re o delle Potenze europee, taluni nei reggimenti di terra, altri nelle unità di Marina o nelle Guardie d’Onore, altri ancora, anziani ufficiali piemontesi, fedeli all’ordinamento monarchico, che non avevano più ripreso il servizio dopo la caduta della monarchia». L’affidabilità, innanzitutto. La selezione (anche dei sottufficiali e della truppa) fu, di conseguenza, rigorosissima. Il re dispose che fossero cercati «militari per buona condotta e saviezza distinti». Cioè uomini che conoscessero l’autodisciplina, il rispetto dei valori, la responsabilità personale, il senso dell’onore. Questi rigidi criteri di scelta produssero un preciso risultato (come sostiene Gianni Oliva): «I Carabinieri Reali diventano i garanti del cuore stesso dello Stato, insieme difesa e sostegno dell’ordine restaurato. Poco più di 700 nell’agosto 1814, al comando del generale Giuseppe Thaon di Revel di Sant’Andrea, i Carabinieri Reali diventano oltre 2.000 nel 1816, distribuiti sul territorio attraverso un’articolata struttura di compagnie, luogotenenze e stazioni. Sono soldati scelti, reclutati su base volontaria fra coloro che sanno leggere e scrivere, di provata moralità e di ancor più provata affidabilità politica». Nel 1816, un regolamento ne precisa ulteriormente le incombenze: ispezioni quotidiane nelle campagne e nei centri abitati, sorveglianza del vagabondaggio, perquisizioni nelle osterie e nelle locande, scioglimento di adunate sediziose, compiti di polizia militare, scorta di funzionari statali in missione, vigilanza sulle organizzazioni sovversive e sui depositi di armi e, soprattutto, raccolta continua di informazioni che permettano alle autorità governative di prevenire qualsiasi movimento di opposizione.

Il Colonnello Luigi Ignazio Provana di Bussolino. Provana fu, dal 1° agosto 1814, a capo dell’attività esecutiva del Corpo, alle dirette dipendenze del generale Thaon di RevelVa ricordato che erano tempi difficili. Dopo la Rivoluzione francese tutti i precedenti equilibri erano saltati. Il malcontento (diffuso in tutta Europa) si era trasformato in aperta ribellione contro le autorità costituite. Tutti gli Stati avvertirono come primario il bisogno di difendersi contro i possibili nemici interni, oltre che da quelli esterni. 
Negli anni Trenta del secolo scorso, uno storico del Risorgimento, Romolo Quazza, fotografò il ruolo che il Carabiniere fu chiamato a svolgere: «Primo soldato dell’armata, tutore della sicurezza e della legalità, il carabiniere reale deve essere per tutti un modello. Nell’uniforme, nelle armi, nella cavalcatura, nel portamento, egli deve esprimere distinzione e superiorità, essere a un tempo la forza dell’ordine che incute timore e il militare scelto del re che suscita ammirazione. In un’epoca in cui il consenso si raccoglie attorno ai simboli piuttosto che ai discorsi scritti o parlati, il carabiniere viene a costituire un’immagine di organizzazione, di affidabilità e di potere immediatamente percepibile a tutti. La sua eleganza, il suo atteggiamento dignitoso e severo, la sua autorità sono il ritratto stesso della monarchia, il messaggio che esce dalle stanze barocche di Palazzo Reale e si diffonde nelle strade della città, nelle campagne, nei villaggi più remoti, dove il re non andrà mai di persona. Difensore o repressore, garante o nemico, il carabiniere è comunque simbolo dell’ordine sabaudo e della sua solidità, percepito come superiore, rigido, implacabile: è il soldato da ammirare nell’eleganza della sua divisa, il custode della giustizia cui rivolgersi per riparare un torto, il gendarme da temere per la sua severità, modellato volta a volta dalla coscienza popolare secon­do le esigenze del momento, ma sempre ­colto come braccio armato della monarchia e del ­potere».